(pseudo-giallo a puntate)

PRIMA PUNTATA: IL GRIDO

Sono tanti i motivi che possono portare un uomo nei pressi di una stazione ferroviaria. II più comune è, ovviamente, il bisogno di prendere un treno, e a volte lo si prende per andare lontano, verso altri lidi, verso un’altra vita. Nella nostra stazione era notte fonda quando si udì un grido lacerante provenire dal buio della pianura antistante. E un grido nel pieno della notte turba ogni sonno, scuote gli animi più inermi. L’uomo che si trovava alla stazione, appoggiato alla cabina telefonica sul marciapiede, ebbe un sussulto. Guardò l’orologio, scuro, appeso al muro sulla sua testa: segnava le due e quindici minuti. L’uomo dubitò che l’orologio della stazione segnasse l’ora precisa. I treni non rispettano mai gli orari scritti sui cartelloni giallognoli stinti dalla luce del sole. Gli orologi delle stazioni devono essere in qualche modo solidali, devono avere qualche minuto di anticipo, o di ritardo, come i treni. Forse erano le due e venti. L’uomo scrutò il silenzio avvolto dal buio. Strinse le spalle dentro al cappotto, ma il freddo aveva raggiunto le sue ossa, e solo il calore buono di un caminetto acceso avrebbe potuto scacciarlo. Mentre assaporava l’ennesimo brivido che gli saliva su per la schiena, l’uomo udì il secondo grido, più sordo del primo, ma nitido come una pennellata scura su una tela bianca. E subito dopo sentì anche i passi di un uomo, o di una donna, avvicinarsi. Un ombra divenne più nitida sotto la luce tiepida della luna piena. “Ha sentito anche lei?” L’ombra aveva la voce di una donna. Ma cosa poteva fare una donna, apparentemente da sola, in una stazione deserta alle due di notte? Prima di rispondere l’uomo pensò che probabilmente la donna si stava ponendo la stessa domanda su di lui. Ma non aveva voglia di spiegare, quindi evitò dì fare domande e si limitò a rispondere. “Si, ho sentito. Spero che non sia accaduto niente di grave.”

“Io chiamo la polizia” gli rispose la voce femminile, mentre lui cercava di indovinare nella penombra i lineamenti di quel volto sconosciuto. Non aggiunse altro. Nei minuti che seguirono i due si limitarono ad aspettare che accadesse qualcosa. L’uomo aspettava che la donna chiamasse la polizia. Lei probabilmente aspettava di essere rassicurata da quello sconosciuto con cui condivideva la solitudine della stazione. Entrambi aspettavano, forse, un altro grido. Dopo qualche minuto la donna estrasse un telefonino dalla borsa e fece ciò che aveva annunciato. Il poliziotto che le rispose promise svogliatamente che avrebbero mandato qualcuno a controllare. Rimasero così, silenziosi, ad attendere. L’uomo si chiese per quale motivo la stazione fosse chiusa dall’interno e perché non ci fosse nessun ferroviere a far la guardia ai binari. – I treni viaggiano anche di notte, dovrebbe sempre esserci qualcuno – Invece sembrava che la stazione fosse abbandonata a se stessa. La donna pensava che chi aveva gridato doveva essere stato ucciso. Non si sentiva più alcun rumore. Si chiese se l’uomo che aveva vicino non fosse un assassino o un ladro. Lo osservò, cercando di non farsene accorgere. Era un bel ragazzo, piuttosto giovane, poteva avere trent’anni anni al massimo. Aveva lo sguardo scuro e l’espressione di chi ha il vuoto dentro. Però non sembrava un malfattore. Si accorse che stava osservando le sue scarpe, con i tacchi alti pieni di terra per via della corsa fatta nel buio subito dopo aver udito il primo grido. Sperò che arrivasse qualcuno.

Nessuno dei due avrebbe saputo dire quanto tempo era passato dal momento della telefonata quando i fari di un’auto squarciarono il buio. Scesero due poliziotti.

“Abbiamo avuto una segnalazione. Siete voi che avete telefonato?”

“Sono io” rispose la donna ” Vi ho chiamato perché abbiamo udito delle grida”

“Quanto tempo fa?” chiese uno dei poliziotti, quello più alto, mentre l’altro cercava di aprire la porta a vetri che portava all’interno della stazione. La donna non rispose, pensosa. E’ difficile avere la cognizione precisa del passare del tempo, se ci si trova da soli, di notte, in una stazione deserta.

“Erano le due e venti” intervenne l’uomo all’improvviso.

” Siete insieme?” chiese il poliziotto

“Non ci conosciamo neanche” ribattè lui con tono freddo.

Il poliziotto che armeggiava con la porta a vetri era riuscito ad aprirla. Nell’ufficio del capostazione, questi dormiva sdraiato su una branda. Lo svegliarono, ma era evidente che non aveva udito niente di strano mentre dormiva. La donna pensò che stesse mentendo – Due grida del genere avrebbero svegliato chiunque

All’interno della sala d’aspetto la temperatura era decisamente più gradevole e la luce vivace di un grosso neon sembrava riscaldare ulteriormente l’atmosfera. Finalmente l’uomo e la donna poterono guardarsi in faccia. La donna era sulla cinquantina, aveva un cappotto di pelliccia e un cappellino nero in testa. L’uomo pensò che aveva l’aria di essere una moglie. Tipica moglie media di un marito medio. Tìpica madre di un ragazzo con gli occhiali, bravo a scuola e un po’ imbranato. Pensò a se stesso adolescente, a sua madre che poteva somigliare a quella donna misteriosa incontrata per caso in una strana notte d’inverno.
“Deve prendere il treno?”
Solita domanda cretina – si disse la donna subito dopo aver pronunciato quelle poche parole – In una stazione ci si va per prendere il treno, che altro?

“Si, devo andare a Roma. E lei?”

“Io vado a Genova da mia madre. Sta male, poverina. Mi hanno chiamato i miei fratelli. Devo occuparmi di lei, adesso.”
I poliziotti avevano finito di parlare con il capostazione e si avvicinarono alla sala d’aspetto. Dissero che non c’era motivo di pensare che fosse successo qualcosa di grave, che magari si trattava di due coniugi che stavano litigando, ma assicurarono che avrebbero controllato tutta la zona circostante.

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Beatrix