SottoVetro2

Il 20 aprile 2120 il Consiglio Supremo della Democrazia, dopo una turbolenta seduta plenaria, decise la chiusura dei CCCS, i Centri per la Conservazione dei Corpi Sostitutivi: la spesa per il mantenimento di queste complesse strutture rischiava di mandare in bancarotta l’intero Sistema Sanitario Globale e la crescente carenza di uranio sul mercato internazionale imponeva al Governo di operare drastici tagli anche in settori essenziali come la sanità.

Lo Stato avrebbe comunque continuato a fornire gratuitamente tutte le altre prestazioni della “trapiantistica”, compreso il servizio di duplicazione: in tempi di vacche magre, di più non si poteva pretendere.

Con il Decreto 14937 si impose quindi ai cittadini di provvedere entro un mese al ritiro del proprio “corpo sostitutivo”: scaduto il termine i cloni non richiesti sarebbero stati eliminati ed i centri definitivamente chiusi.

Nei CCCS si applicava rigidamente un “Protocollo di conservazione” stabilito agli albori della “clonica”: la regola n. 1 prevedeva la totale separazione dei “corpi sostitutivi” dall’ambiente. L’isolamento non era motivato dal timore di contaminazioni, ma dalla necessità di impedire che esseri creati artificialmente come riserva di organi sviluppassero un’attività motoria e cerebrale di tipo umano: per ottenere questo risultato i cloni venivano mantenuti in coma farmacologico permanente all’interno di “deprivatori sensoriali”, speciali contenitori sinistramente simili a bare d’acciaio, attrezzati in modo da permettere all’ospite di alimentarsi e svolgere normali funzioni fisiologiche. Un sistema magnetico sosteneva e ruotava i corpi per evitare l’insorgere di lesioni da decubito.

Inerti, incoscienti, incapaci di comunicare e praticamente ciechi, i cloni uscivano dal “deprivatore” solo per entrare in sala operatoria e cedere qualche pezzo di ricambio al loro doppio umano. Se veniva asportava un organo essenziale, ad esempio il cuore o una parte del cervello, il “donatore” doveva essere scartato e rimpiazzato: soluzioni alternative come la crioconservazione o la circolazione extracorporea non aveva dato buoni risultati.

I cloni crescevano con ritmo normale ma, raggiunta la maturità, invecchiavano rapidamente e già intorno ai quaranta anni divenivano inutilizzabili: prima della data di scadenza occorreva quindi creare un “corpo sostitutivo” che avesse il tempo di sviluppare organi di dimensioni adeguate al suo “proprietario” adulto.

In un secolo la durata media della vita, grazie alla chirurgia sostitutiva, era quasi raddoppiata e questo eccezionale risultato, non previsto dai padri della “trapiantistica”, aveva determinato un incremento geometrico dei costi di gestione dei CCCS. Nel 2120 un umano viveva statisticamente centocinquanta anni e, nel corso dell’esistenza, doveva disporre di almeno quattro duplicati, oltre ad numero imprecisato di rimpiazzi: così, a fronte di venticinque miliardi di abitanti, i cloni avevano raggiunto l’esorbitante numero di cento miliardi ed il loro mantenimento assorbiva il 30% delle risorse statali.

Il Decreto 14937, benché ritenuto inevitabile, suscitò grande malumore tra i cittadini, costretti a trovare, in pochi giorni, un luogo dove collocare i loro “corpi sostitutivi”.

Per i ricchi ovviamente nulla cambiava: potevano, infatti, rivolgersi ad attrezzati e costosi centri privati in grado di prendersi cura degli “sfrattati” e, nell’High Society, si diffuse addirittura la moda di ritirare anche i cloni di parenti deceduti non ancora eliminati. Da un punto di vista medico era una procedura priva di senso, ma ai facoltosi familiari faceva piacere vedere, di tanto in tanto, il volto del caro defunto come fosse vivo e giovane.

La gente comune, al contrario, si trovò ad affrontare problemi logistici di difficile soluzione. Chi non voleva mettersi un clone in casa e non era in grado di pagare una struttura privata poteva comunque aderire al programma di eliminazione gratuita, ma così rimaneva privo di un corpo di scorta: se aveva bisogno di una sostituzione rischiava di morire, perché gli esotrapianti non venivano più praticati da tempo.

Gli scienziati avevano calcolato che, senza un periodico cambio di organi deteriorati, l’età media dell’uomo si riduceva quasi del 50% ed in effetti i pochi che, per motivi etici o religiosi, rifiutavano questa pratica chirurgica, raramente superavano i 100 anni.

La maggior parte dei cittadini si rassegnò quindi ad accogliere gli imbarazzanti “ospiti” tra le mura domestiche: chi possedeva un garage, una soffitta o una cantina si arrangiò senza troppi inconvenienti, ma i meno abbienti furono costretti a dividere con i loro doppi addirittura la camera da letto.

Come previsto dal Protocollo di conservazione, il “corpo sostitutivo” veniva consegnato chiuso nel suo contenitore: il proprietario doveva seguire alcune semplici indicazioni riportate nel manuale dell’utente ma, per il resto, il “deprivatore” funzionava autonomamente e la manutenzione ordinaria si eseguiva senza neppure togliere il coperchio della “bara” o toccare il corpo all’interno.

Del resto la regola n. 2 del Protocollo autorizzava l’estrazione del clone solo per procedere ad un espianto: speciali ambulanze trasportavano il contenitore all’ospedale e qui personale specializzato provvedeva all’apertura e chiusura della “bara” direttamente in sala operatoria.

Il Decreto 14937 concedeva i “deprivatori” in comodato gratuito ai cittadini, ma il funzionamento di questi delicati macchinari assorbiva un’enorme quantità d’energia ed anche il nutriente che si doveva immettere quotidianamente nel feeder, un composto speciale prodotto da un’unica ditta, era piuttosto costoso.

Così, nel giro di qualche mese, molti cittadini scoprirono di non essere in grado di mantenere i loro cloni. Alcuni “proprietari”, dopo aver consumato gli ultimi risparmi, furono a malincuore costretti a consegnare i costosi “corpi sostitutivi” al servizio di eliminazione gratuita.

Alcune famiglie, contando sulla compatibilità tra consanguinei, scelsero di conservare solo i cloni dei genitori, sperando che, in caso di necessità, il trapianto avrebbe funzionato anche per i figli. Ma era una decisione rischiosa, perché le industrie farmaceutiche non producevano più medicine antirigetto.

Ben presto cominciarono a girare strane voci: si diceva che qualcuno, non potendo più pagare bollette elettriche spropositate, aveva staccato la spina al “deprivatore” tentando di alimentare il “corpo sostitutivo” con cibo ordinario. Usciti dal coma artificiale i cloni avevano però avuto impreviste reazioni: ovviamente non erano in grado di camminare o comunicare, ma si agitavano, urlavano come animali e, talvolta, divenivano aggressivi.

In molti casi le forze dell’ordine furono costrette ad intervenire per rimuovere con la forza dalle abitazioni questo genere di “ospiti” ingestibili.

Violare il Protocollo di conservazione era un reato sanzionato dalla legge ma, visti i disastrosi risultati, il fenomeno in breve si esaurì spontaneamente, senza bisogno di ulteriori interventi repressivi.

I tentativi falliti miseramente con i cloni adulti, ebbero però diverso esito con i cloni più giovani.
Per risparmiare sulle spese, il Sistema Sanitario Globale aveva deciso di consegnare ai cittadini che restituivano un clone prossimo alla data di scadenza un “corpo sostitutivo” di ricambio appena creato: in pratica un neonato. Qualcuno, approfittando dell’insolita situazione, tentò da subito di alimentare i piccoli fuori dal contenitore, utilizzando un normale biberon: si scoprì così che un clone poteva essere allevato esattamente come un bambino e la pratica illegale prese rapidamente piede.

Chi conservava a norma un “corpo sostitutivo” non ancora prossimo alla scadenza e desiderava sostituirlo con un economico bebè di pochi giorni, trovava facilmente tecnici senza scrupoli in grado di eliminare il clone “indesiderato” mandando in avaria il “deprivatore”. Il guasto sembrava del tutto casuale e, del resto, la polizia non aveva autorità per indagare sulla morte di una creatura che, legalmente, non aveva più diritti di una cavia da laboratori.

Il Decreto 14937, per reprimere questo genere di abusi, prevedeva la creazione di un Corpo Vigilanza Protocollo, ma il Governo, in vena di risparmi, decise di modificare la norma: in base al Decreto 14937 bis chi deteneva un “corpo sostitutivo” doveva solo produrre annualmente un’autodichiarazione di conformità che le Autorità si riservavano di verificare a campione.

La nuova legge scatenò ovviamente il caos.

Mentre il numero dei cittadini in grado di conservare i “corpi sostitutivi” a norma di legge diminuiva a causa dei costi crescenti, le case si riempivano di piccoli cloni in tutto simili a normali bambini. I clandestini venivano tenuti nascosti, ma ormai la loro esistenza era un segreto di Pulcinella.

Il Governo, alle prese con una crisi energetica sempre più grave, si limitò a prendere atto della nuova situazione e, con il Decreto 14937 ter, autorizzò l’espianto anche da “corpi sostitutivi” conservati in violazione del Protocollo, ovvero da cloni domestici.

Il mantenimento extra-contenitore era indubbiamente economico ed alla portata di tutti, però creava problemi di ordine morale che un articolo di legge non risolveva: in base al nuovo Decreto un clone allevato in famiglia poteva essere sottoposto a prelievo di organi, ma ormai non era più un semplice “corpo sostitutivo” bensì un piccolo che sgambettava, parlava e giocava. Per un adulto dotato di normale sensibilità era difficile vedere in quelle creature qualcosa di diverso da un bambino.

Le donne, in particolare, si affezionavano subito ai piccoli ospiti, forse perché avvertivano l’esistenza di un legame di sangue: i cloni, da un punto di vista biologico, erano, infatti, gemelli di età diversa o dei genitori o dei figli naturali e quindi appartenevano incontestabilmente al nucleo familiare.

L’assurdità della situazione si evidenziava nel momento in cui il “proprietario” aveva necessità di sostituire una parte danneggiata del suo corpo con un organo del clone domestico.

Prima del Decreto 14937 tutto si svolgeva in un’asettica clinica: il paziente entrava in sala operatoria e riceveva l’organo senza avere alcun contatto con il “donatore”. Ora, in teoria, il “proprietario” doveva consegnare all’ospedale un bimbetto di due o tre anni che aveva allevato in casa e magari lo chiamava papà o mamma, sapendo che avrebbe subito una grave mutilazione e, nel caso di espianto di organi essenziali, sarebbe addirittura morto.

Di fronte a questa prospettiva i “genitori” rinunciavano senza battere ciglio a sacrificare i loro piccoli “corpi sostitutivi” e preferivano morire. Quando però si trattava di scegliere tra la vita di un figlio malato e quella del suo clone il dilemma diveniva angosciante. Si verificarono persino casi di trapianto “tra viventi” inverso, con donatore umano e ricevente clone, una  situazione  talmente assurda da non essere neppure vietata per legge.

In breve i trapianti diminuirono del 40% e la vita media passò rapidamente da centocinquanta a centoventi anni. Per il Sistema Sanitario Globale la crisi della “clonica” si tradusse in un enorme risparmio.

Qualche adulto di sesso maschile, appellandosi al Decreto 14937 ter, tuttavia non si fece scrupolo di chiedere l’espianto di organi dal piccolo “corpo sostitutivo” che aveva in casa e, sulla Rete, comparvero offerte di cloni, allevati non si sa dove, garantiti antirigetto: ovviamente una truffa.

La notizia di questi casi destò grande indignazione nell’opinione pubblica: la sensibilità diffusa ormai considerava i cloni “domestici” umani a tutti gli effetti. Nacque così un movimento popolare per l’introduzione di una legge che limitasse l’espianto ai soli “corpi sostitutivi” conservati in base al Protocollo.

Naturalmente rimaneva ammesso il trapianto “tra viventi”, previsto del resto anche per gli umani.

Una parte minoritaria della cittadinanza però difendeva il Decreto 14937 ter, più per principio che per effettiva volontà di fare a pezzi i piccoli “donatori”: si temeva infatti che una legge del genere preludesse all’abolizione dell’intero sistema dei trapianti.

Venne addirittura indetto un Referendum: i voti favorevoli all’abolizione del così detto “Decreto Erode” superarono il 50%, ma non raggiunsero la prescritta maggioranza qualificata di due terzi.

Il Comitato Etico, chiamato a dirimere la questione, stabilì con sentenza definitiva n.123459 del 12 dicembre 2124 che lo status di “corpo sostitutivo-donatore d’organi” era attribuibile solo a cloni conservati conformemente al Protocollo: allevato al di fuori di un “deprivatore sensoriale” il clone sviluppava, infatti, un’identità personale/coscienza/anima e doveva quindi essere considerato, a tutti gli effetti, un essere umano. I giuristi, nella sentenza, ricordavano che questa era anche l’opinione dei pionieri della chirurgia del ricambio che, nel 2042, avevano iniziato a creare cloni su scala industriale con lo scopo di allungare la durata naturale della vita: consapevoli che gli esseri riprodotti artificialmente, da un punto di vista biologico, erano umani, avevano elaborato il Protocollo di conservazione con lo scopo di mantenere le loro creature in una condizione paragonabile a quella di un normale paziente in stato di coma vegetativo, già all’epoca considerato un soggetto potenzialmente “donatore d’organi”.

Attuando il Protocollo, lo Stato aveva creato i CCCS e, per quasi un secolo, il meccanismo dei trapianti aveva funzionato regolarmente, raddoppiando la vita media dei cittadini. Poi, sottolineavano i membri del Comitato, il Decreto 14937 aveva scaricato sui privati oneri insostenibili, determinando comportamenti illegali giustificati da una condizione di bisogno. La violazione della legge aveva portato al collasso del sistema che ora doveva ripartire su basi diverse.

La sentenza del Comitato Etico non ammetteva repliche o interpretazioni.

La condizione anagrafica dei cloni domestici venne subito regolarizzata, attribuendo ai “proprietari” ed ai loro tutori lo status di “affidatari” o, a richiesta, di “genitori adottivi”.

Il Governo ordinò la chiusura temporanea dei laboratori di duplicazione e, con un provvedimento d’emergenza, nazionalizzò i Centri di Conservazione privati imponendo la consegna ai nuovi CCCS statali di tutti i “corpi sostitutivi” ancora conservati in “deprivatori” domestici.

Il Decreto 15637 del 24 dicembre 2124 stabilì infine che i cittadini, per disporre di un “corpo sostitutivo”, dovevano creare un deposito vincolato pari alla cifra necessaria a mantenere in funzione il “deprivatore” per almeno quaranta anni.

Le assicurazioni e le banche respinsero la richiesta dei loro clienti di garantire con mutui o polizze la copertura della cauzione ed i trapianti cessarono così di essere una pratica ordinaria.

Il Sistema Sanitario Globale, grazie alla riduzione delle spese per la “clonica”, tornò in attivo e riprese a finanziare ricerche mirate ad ottenere un allungamento della vita con metodi farmacologici.

Nel giro di pochi anni raggiungere una veneranda età divenne privilegio di pochi facoltosi, mentre la gente comune tornò a morire prima dei cento anni. Questa discriminazione ovviamente creò una certa tensione sociale, ma il malcontento non durò a lungo perché quasi tutta la popolazione finì per trovarsi nelle stesse condizioni. E si scoprì anche che molti non aspiravano affatto a vivere quanto Matusalemme ed erano più che contenti di lasciare un mondo troppo affollato. Ma anche in campo demografico la fine dell’era della “trapiantistica” produsse effetti positivi: gli abitanti della Terra scesero rapidamente da 25 a 20 miliardi ed i cloni nei CCCS si ridussero a pochi milioni. La conseguente diminuzione dei consumi energetici dimezzò il costo dell’uranio, determinando il superamento della congiuntura che, ormai da un decennio, teneva sotto scacco l’economia mondiale.

I cloni domestici, inseriti con pieni diritti nella vita sociale, si organizzarono in una Lobby di un certo peso politico ed ottennero dallo Stato un generoso indennizzo. Morirono tutti, come previsto dal loro codice genetico duplicato artificialmente, intorno ai quaranta anni, compianti da fratelli e genitori.

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Rosanna Bogo