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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per novembre 2009

Gli infiniti mondi possibili

Cielo

La conferenza era stata, al solito, un successo. Anche in questa occasione Telesio era riuscito a catturare l’attenzione della platea, solo in parte composta da persone che già condividevano le sue idee, ed il caloroso applauso finale dimostrava che tutti i presenti, compresi i curiosi e gli scettici, avevano apprezzato la performance dell’oratore.

Telesio era soddisfatto, avrebbe voluto abbracciare l’intero uditorio, ma si limitò ad accennare un mezzo inchino di ringraziamento. In fondo era rimasto un timido e trovava imbarazzante stare al centro della scena senza avere nulla da dire o da fare.

“Saranno almeno quaranta persone – pensò, accennando un sorriso – per un circolo culturale di un piccolo comune di montagna direi che è un vero en plein.”
Del resto accettava sempre volentieri di parlare in sperdute località di provincia: aveva la vocazione del divulgatore e, in cuor suo, preferiva i paesani che entravano in sala di soppiatto, quasi vergognandosi, ma poi facevano domande sensate allo smaliziato pubblico di città, attratto solo dalle emozioni forti.

Dopo un minuto il battimano cominciò ad indebolirsi ed infine si spense in un lieve brusio. La piccola folla si ammassò rapidamente all’uscita, disperdendosi nelle buie stradine del paese. In sala, rimase solo il solito gruppetto di fans, desiderosi di conoscere di persona l’oratore.

Telesio scese tra loro pronto ad affrontare un fuoco di fila di domande. In fondo questo era il momento della serata che preferiva. Anche se si sentiva un moderno missionario della conoscenza non assumeva mai un atteggiamento prevaricante: descriveva fatti, mostrava immagini, suscitava ragionevoli dubbi, ma poi lasciava l’ascoltatore libero di trarre le proprie conclusioni. In certo senso, questi ‘incontri ravvicinati’ gli permetteva di saggiare a caldo l’effetto prodotto dal sasso che aveva appena lanciato nello stagno.

Senza contare che, trovandosi in compagnia di persone particolarmente interessate all’argomento della conferenza, poteva raccogliere iscrizioni alla sua Associazione. Per essere certo di non dimenticare quest’ultima ma fondamentale incombenza, prima di lasciare il palco, aveva estratto dalla borsa un pacco di moduli.

Il primo a farsi avanti fu un adolescente sui sedici anni, di certo uno studente.

“Professor Telesio – chiese il ragazzo – crede davvero che esistano intelligenze non umane dotate di una tecnologia straordinariamente progredita?”

Telesio guardò con paterna benevolenza il suo imberbe interlocutore e rispose come se fosse la prima volta che qualcuno gli rivolgeva quella scontatissima domanda.

“Anche gli scienziati più scettici sono disposti ad ammettere che l’universo contenga altri pianeti simili al nostro con forme di vita intelligente più o meno sviluppate. E’ un dato statisticamente certo”.

“Allora perché i ‘sapientoni’ tirano sempre fuori la storia dei fulmini globulari, dei palloni sonda, delle allucinazioni di massa” replicò un giovane “simpatizzante” dai modi decisi.

“Secondo Cartesio tutti gli uomini sono dotati di buon senso: io non intendo certo contraddire l’illustre filosofo, tuttavia credo che anche chi è in grado di riconoscere la luce della verità, può decidere di rimanere nelle tenebre.”

“In che senso, professore?” chiese lo studente, sconcertato dalla sibillina affermazione.

“Beh, gli scienziati, come ho appena detto, non negano l’esistenza di innumerevoli mondi abitabili, ma rifiutano a priori l’idea di un contatto con entità intelligenti provenienti da ‘Terre’ aliene. Per questo evitano di prendere in esame fatti che potrebbero incrinare le loro certezze e considerano paccottiglia tutti i fenomeni classificati come UFO: preferiscono le rassicuranti tenebre della negazione all’inquietante luce dell’indagine.”

“In effetti le stelle simili al sole sono lontanissime da noi…” osservò lo studente.

“Già – proseguì Telesio – milioni di anni luce e proprio per questo gli scienziati escludono la presenza di alieni sulla Terra: anche viaggiando alla massima velocità possibile, trecentomila chilometri al secondo, i nostri coinquilini dello spazio non potrebbero mai superare l’enorme gap che ci separa. E questo è vero, se si ragiona in base alle attuali conoscenze, però il progresso consiste essenzialmente nel correggere gli errori della scienza: si sconfessano precedenti certezze per fare posto a nuove verità, altrettanto precarie. Io sono certo che un giorno i nostri nipoti riusciranno a comprendere i meccanismi fisici di questi ‘impossibili’ spostamenti intergalattici e gli UFO diventeranno finalmente oggetti volanti identificati.”

“Secondo lei, allora, si può viaggiare più velocemente della luce, vorrei proprio sapere come” obiettò un signore dall’aria distinta che era rimasto seduto in una poltrona dell’ultima fila.

“Suppongo che la sua formazione sia di tipo scientifico” rispose tranquillo Telesio, abituato a questo genere di obiezioni.

“Insegno storia e filosofia al liceo, ma non occorre essere un fisico per sapere che è impossibile superare la velocità della luce. E’ stato dimostrato da Einstein.” replicò lo scettico.

“Naturalmente, ma neppure Einstein, secondo me, poteva essere certo di possedere una verità assoluta e definitiva. Crede forse che gli astronomi tolemaici, in grado di prevedere la posizione degli astri pur partendo da un modello cosmologico del tutto errato, fossero disposti ad ammettere teorie diverse e contrarie ai dati reali, così come apparivano ai loro sensi? Vedevano il sole ed i pianeti muoversi e sentivano la terra immobile sotto i loro piedi: chi mai li avrebbe convinti che in realtà si trovavano su una palla rotante sparata a folle velocità verso i confini dell’universo”

“Io credo alla verità della formula E=mc quadro” ribatté con fermezza l’insegnante di storia.

“Mi scusi, lei è religioso?”

“Che c’entra? Beh, sì, ma a modo mio. Comunque credo nell’esistenza di Dio” rispose, un po’ interdetto, l’uomo .

“E Dio, secondo lei, viaggia o no ad una velocità superiore alla luce?”

Pronunciata questa battuta, una delle migliori del suo repertorio, Telesio raggiunse la porta ed uscì, senza attendere risposta.

I suoi sostenitori lo seguirono ed il crocchio si riformò nella piccola piazza antistante la chiesa, al chiarore della luna. Un lungo parapetto, da un lato, permetteva di ammirare la grande pianura sottostante, fin quasi al mare.

“Guardando il meraviglioso cielo stellato che si vede ormai solo in paesi come il vostro, arroccati sulla montagna e lontani centinaia di chilometri dalla luce delle metropoli, davvero non si può credere che il cosmo sia una buia distesa di inerte materia” esclamò Telesio con tono quasi trasognato, appoggiandosi al muretto del belvedere. L’auditorio assentì, rivolgendo un fugace sguardo al cielo. Per loro vedere la Via Lattea non era certo un fenomeno eccezionale.

“Ma Professore, come possiamo essere certi che queste intelligenze extraterrestri siano benevole nei nostri confronti?” chiese una ragazza, rimasta fino ad allora in silenzio.

“Questo, in effetti, non si può dimostrare – rispose Telesio – ma il fatto che da millenni ci osservino senza mai aver compiuto un atto aggressivo lascia ben sperare. E’ una questione di fiducia: come siete certi che il Dio che pregate nella chiesa qui accanto non sia il Demonio ma il Signore buono e giusto della Bibbia e del Vangelo?”

I presenti tacquero, evidentemente non erano molto ferrati in teologia.
“Ma è evidente… – proseguì Telesio – dalle sue opere! Le opere di Dio sono buone e quindi Dio non può che essere buono. E dato che ‘Loro’ non ci hanno mai fatto del male, si deve supporre che siano bendisposti nei nostri confronti. Anzi, penso che essendo intelligenze superiori siano anche dotate di una moralità più elevata della nostra”

“Moralità?” chiese quasi stupita la ragazza.

“Intendevo dire che, probabilmente, hanno un senso del bene e del giusto più sviluppato del nostro. Noi umani, a ben guardare, facilmente ricadiamo nella barbarie ed a volte ci comportiamo peggio di animali feroci. I libri di storia, come potrebbe spiegarvi meglio di me il dotto professore con cui ho discusso poco fa, dimostrano che da sempre la Terra è insanguinata da guerre, conflitti civili, genocidi e questo non fa certo onore all’orgoglioso primate che si definisce homo sapiens.”

“Ma se gli alieni sono così buoni perché non ci aiutano? – chiese un’anziana signora dall’aria emaciata – magari dispongono di medicine che potrebbero curare le nostre malattie e salvare tante vite”

“Oppure potrebbero risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico – aggiunse un signore di mezza età, segretario del locale Circolo Culturale – Vede Professore, laggiù nella valle, quelle luci: è un campo di pale eoliche. Ormai la gente crede che il progresso sia basato sui mulini a vento! Come ai tempi di don Chisciotte! altro che fusione nucleare e soli artificiali!”.

“In effetti – osservò Telesio – da quando la corsa verso lo spazio è stata abbandonata a favore della produzione di beni di consumo effimeri, il vero progresso ha subito una battuta d’arresto: non si guarda più al cielo ma al portafoglio, non si mira più a realizzare grandi progetti per l’umanità ma solo grandi profitti per gli industriali”

“Sarebbe bello che un giorno “loro” si mostrassero!” disse la signora anziana, forse stanca di pregare santa Rita per una grazia che tardava ad arrivare.

“Nel passato ci sono già stati contatti: di certo ricordate l’immagine dell’astronauta delle Ande che ho mostrato durante la conferenza. Ma oggi non credo che i tempi siano maturi per un nuovo incontro tra civiltà di pianeti diversi: a mio avviso siamo troppo avanti nel campo scientifico e troppo indietro da un punto di vista morale”

“Ha ragione Professore – esclamò lo studente – magari qualche presuntuoso capo di stato potrebbe decidere di salutare i nostri ospiti provenienti dallo spazio con una scarica di bombe atomiche!”

“E’ vero, meglio evitare una guerra dei mondi” disse il giovanotto dai modi sbrigativi, di certo un appassionato spettatore di film di fantascienza.

“Però dobbiamo stare all’erta, osservare il cielo, pronti a cogliere tutti segni – aggiunse Telesio – e uscire sempre muniti di macchina fotografica o telecamera, così non si viene scambiati per vittime di allucinazioni o mitomani. A proposito – disse rivolto al segretario del Circolo Culturale – questi sono i moduli di cui le ho parlato, nel caso qualcuno volesse iscriversi alla nostra Associazione. Chi ha osservato fenomeni inspiegabili può comunque inviare una e-mail o una lettera all’indirizzo segnato in fondo al foglio: abbiamo un archivio con oltre duemila registrazioni e la vostra zona, così isolata, si presta ad indagini molto interessanti.”

Il segretario prese il pacchetto di fogli che Telesio gli porgeva e subito qualcuno allungò la mano per avere un modulo. Nessuno però si fece avanti per segnalare un avvistamento.

Era giunto il momento del commiato. Telesio strinse a tutti la mano e si diresse verso la sua macchina, parcheggiata in un angolo della piazza. Il Segretario lo ringraziò ripetutamente per aver accolto l’invito del Circolo Culturale “Terzo Millennio” e propose di  salutare l’illustre Professore con un ultimo applauso. Telesio mise in moto e si allontanò accompagnato da un cortese battimano; “un lugubre addio più che un saluto – pensò tra sé girando la chiave di accensione – ormai si tributa anche ai morti.”

Le lodi esagerate del Segretario lo avevano un po’ imbarazzato. Certo era lo stimato Presidente dell’Associazione per lo Studio delle Civiltà Non Terrestri ma, in realtà, non aveva titoli scientifici da esibire e non era neppure laureato. Per trenta anni aveva insegnato applicazioni tecniche e quindi era abituato a sentirsi chiamare professore, tuttavia se qualcuno si rivolgeva a lui con l’appellativo di dottore era pronto a correggere l’inesattezza.

Il titolo di professore, però, se lo meritava e più di tanti altri che avevano scaldato i banchi dell’università. Nella sua lunga carriera d’insegnante aveva sopportato le intemperanze di centinaia e centinaia di brufolosi adolescenti, per non parlare dei loro genitori! Quante volte, durante i periodici ‘ricevimenti’ aveva consolato madri e padri disperati perché il discolo di turno non voleva studiare, marinava la scuola, oppure non ubbidiva: “Professore, come farà a proseguire gli studi se non riesce neppure a finire le medie. E senza il pezzo di carta non si va avanti!” piagnucolavano, angosciati dal destino della loro prole asinina. Lui li rassicurava e, per tirarli su di morale, aveva escogitato una frase magica: “Ma lo sapete che Marconi non era laureato? E Meucci, l’inventore del telefono! non aveva in tasca un titolo di studio quando emigrò in America. Per non parlare di Edison! Un genio che il college neppure l’aveva visto in fotografia, ma è grazie a lui che abbiamo la lampadina. Ed il grande Tesla! Vi garantisco che aveva un carattere ben più bizzarro del vostro ragazzo!”

Altre considerazioni però, ancora più convincenti, se le teneva per sé. “Se sapessero quanti tra i miei compagni di scuola, abbonati all’esame di riparazione, sono diventati professionisti apprezzati, medici, avvocati, ingegneri – pensava con una punta di amarezza – di sicuro si rincuorerebbero. Anche i loro figli, una volta entrati nelle aule universitarie, potrebbero trasformarsi per magia in provetti studenti. Magari ora fanno solo finta di non capire un’acca e intanto risparmiano il cervello in vista dei futuri trionfi accademici.”

“Altro che dischi volanti! – mormorò a denti stretti, leggermente irritato con se stesso – questi sì che sono fenomeni inspiegabili”.

Pur vagando con la mente per i tortuosi sentieri della memoria, Telesio non si distraeva dalla guida. La strada era un susseguirsi di curve, quasi quaranta chilometri di buio totale e solitudine: meglio non rischiare incidenti.

Per lui le cose erano andate diversamente. Deluso dai risultati dei primi esami, aveva abbandonato quasi subito gli studi universitari ed era entrato nella scuola dalla porta di servizio: dai e dai, a furia di supplenze, alla fine aveva strappato al destino una cattedra di ruolo come insegnante di applicazioni tecniche. Non era dottore ma professore sì, per Dio.

Da un anno era in pensione. Libero finalmente da orari ed incombenze, per occupare il tempo, aveva ripreso a coltivare le grandi passioni della sua gioventù: la fantascienza e l’astronomia.
In realtà però era attratto soprattutto dalla terra di nessuno che separa scienza e immaginazione, il mondo dei misteri.

Da ragazzo aveva letto con curiosità i racconti di Phil K. Dick e provava una vera devozione per Asimov e Fred Hoyle, scienziati e scrittori che rifiutavano il cliché positivista e non temevano di confrontarsi con il mondo del fantastico possibile. Le spettacolari pellicole con invasioni spaziali che già allora Hollywood sfornava a pieno ritmo invece non gli piacevano: l’extraterrestre cinematografico, a suo avviso, serviva solo per terrorizzare gli spettatori, era un conte Dracula aggiornato.

Aveva letto anche Peter Kolosimo: libri come Cittadini delle tenebre, Astronavi sulla preistoria o Non è terrestre proponevano enigmi che stimolavano la sua immaginazione. Tuttavia non si considerava un sognatore: era convinto che la documentazione raccolta da ‘illusi’ e ‘visionari’ su fenomeni al momento inspiegabili e considerati dalla scienza ufficiale allucinazioni o burle, un giorno non lontano avrebbe contribuito al progresso della ricerca.

In particolare riteneva importante registrare gli avvistamenti di UFO. La piccola città in cui era cresciuto ospitava un importante areoporto militare e già da bambino, ben prima di interessarsi all’argomento, aveva sentito parlare di strani incontri in cielo riferiti dai piloti dei jet, osservatori di certo né incompetenti né squilibrati.
Erano gli anni più glaciali della ‘Guerra fredda’ e molti credevano che gli strani oggetti fossero armi segrete.
Poi il lancio delle prime navicelle con equipaggio umano aveva fatto diventare lo spazio di moda. L’epopea della conquista della Luna, l’odissea dell’Apollo 13 avevano segnato un’epoca: nelle sue conferenze Telesio non mancava mai di ricordare che anche alcuni astronauti in orbita avevano visto ‘qualcosa’, ma erano stati prontamente smentiti dalla NASA.

L’illustre astrofisica, immancabilmente intervistata dai Media ogni volta che si parlava di un’imminente catastrofe cosmica o dell’ennesimo avvistamento di alieni, sosteneva invece di non aver mai osservato, nel corso della sua lunga carriera, fenomeni riconducibili a ‘oggetti volanti non identificati’. La signora Telesio era convinta che lo schermo fosse la bocca della verità ed il marito, per non perdere prestigio in famiglia, ogni volta, doveva spiegare che la professoressa Hack era un’astrofisica e quindi, presumibilmente, non aveva trascorso tutta la vita con l’occhio incollato ad un telescopio puntato verso il cielo bensì davanti a macchinari per la registrazione delle radiazioni cosmiche.

Lui invece aveva davvero passato ore ed ore all’addiaccio, scrutando la volta stellata ad occhio nudo o con il piccolo Celestron che si era comprato con i primi risparmi: conosceva nome e posizione di tutte le costellazioni, degli astri più brillanti, delle principali galassie, ma proprio come l’illustre professoressa anti-UFO, non aveva mai avuto occasione di vedere in cielo qualcosa di strano, a parte la scia di minuscoli asteroidi che si consumavano nell’atmosfera, le banali stelle cadenti che inducono ad esprimere un desiderio.

Da ragazzo avrebbe voluto diventare un astronomo, in fondo però era contento di essere rimasto un dilettante con qualche nozione di fisica e di geometria sferica, libero di credere ai dischi volanti e, volendo, all’origine spaziale della vita terrestre.
Una passione che diventa mestiere a volte può essere deludente: quando alzava gli occhi verso la volta stellata in realtà non erano i fenomeni fisici dei corpi celesti, materia priva di anima, ad attirarlo, bensì l’idea che quelle luci provenissero da mondi lontani, forse già scomparsi, dove altre creature avevano vissuto un’esistenza intelligente. Gli piaceva pensare che mentre osservava un punto luminoso nel nero del cosmo qualcuno, dall’altra parte dell’universo stava guardando verso la Terra, e l’immagine di questo mondo l’avrebbe raggiunto dopo la scomparsa dell’intera civiltà umana e forse del nostro stesso pianeta. La possibilità che gli alieni avessero trovato un modo per scavalcare quel baratro cosmico gli dava i brividi e, nello stesso tempo, lo elettrizzava.

Non più condizionato dagli impegni scolastici, si era messo in contattato con qualche amico che coltivava i suoi stessi interessi e così era nata l’Associazione per lo Studio delle Civiltà Non Terrestri. Organizzavano mostre e conferenze con lo scopo di dimostrare che l’esistenza di entità intelligenti nell’Universo era non solo probabile da un punto di vista scientifico, ma provata da ‘contatti’ già avvenuti sulla Terra.

Quando parlava in pubblico Telesio non mancava mai di sottolineare che, per il momento, nessuno era in grado di spiegare come gli extraterrestri fossero giunti sul nostro pianeta, non di meno il fenomeno esisteva. Anche gli antichi ignoravano la vera origine dei fulmini, eppure le saette cadevano ugualmente e magari colpivano proprio il tempio di Giove che, per i pagani, era il dio tonante.

A volte cercava di immaginare l’aspetto delle misteriose creature aliene: sperava che non fossero così sgradevoli come i mostriciattoli inventati dai maghi degli effetti speciali di Hollywood. Personalmente avrebbe preferito avere a che fare con esseri evanescenti  provenienti da una diversa dimensione, ectoplasmi senza forma in grado di comunicare telepaticamente, oppure con umanoidi in tutto e per tutti simili a noi, ma con doti mentali straordinarie. Non era però un seguace di quella corrente di ‘ufologi’ che riteneva gli extraterrestri discendenti di una progredita società umana vissuta sul nostro pianeta in epoca remotissima e scomparsa forse a causa di un cataclisma.

All’improvviso si ricordò che suo padre, un metalmeccanico figlio di contadini, si faceva grasse risate ogni volta che lo sorprendeva a leggere un libro di Kolosimo o un racconto di Asimov: “Altro che omini verdi – lo rimbrottava scherzosamente – avessi la tua età mi  comprerei “Le ore” per vedere le donnine rosa” ed a tavola, per stuzzicarlo, sosteneva che i dischi volanti erano un nuovo tipo di U2 costruito dagli imperialisti americani per spiare i Russi oppure, al contrario, armi segrete che avrebbero permesso ai compagni sovietici di conquistare il mondo.

“Comunque le storie dei marziani sono tutte bischerate, ciccio! – diceva tra un boccone e l’altro – i cervelli fantastici sono sempre esistiti: al tempo del cucco vedevano demoni ed angeli, credevano di andare in paradiso o al sabba col manico di scopa, oggi immaginano di essere rapiti dai dischi volanti”. Anche il nonno, sebbene un po’ rimbambito, offriva il suo contributo laico e marxista al dibattito  “Il tu’ babbo ha ragione, bimbo – affermava perentorio –  Io non ci credo ai gufo”.

In effetti il nonno ed il babbo erano scettici in tutto: la loro unica certezza era la vittoria finale del comunismo. Per fortuna la madre, cattolica convinta, faceva la fronda e difendeva l’innocente passione del figlio per gli extraterrestri. Sentiva che entrambi, pur da posizioni diverse, si opponevano alle certezze del “materialismo” scientifico in nome della libertà di credere nell’intangibile.

“Anch’io non ho mai visto la Madonna o nostro Signore – obiettava la mamma con un filo di voce – eppure sono sicura che esistono e che un giorno sarò con loro in cielo”.

“Coll’aereo ci vai, in cielo, gonza” replicava ironico il marito “e visto che ci sei salutami i gufo del nonno”. I due dissidenti però rimanevano arroccati nelle loro posizioni, insensibili alle critiche sarcastiche del soviet domestico.

A distanza di tanto tempo Telesio ripensò con un sorriso a quelle vivaci discussioni in famiglia, ma all’epoca le battute del padre erano colpi di maglio da laminatoio.

Anche ora, durante le conferenze, a volte si scontrava con ascoltatori increduli che contestavano le sue affermazioni: in questi casi non perdeva mai la calma, si limitava ad esigere per sé la stessa libertà di dissenso che era disposto a concedere al suo avversario. Del resto nessun critico, neppure l’illustre astrofisica via etere, poteva reggere il confronto con suo padre.

Telesio diede un’occhiata all’orologio: da quasi mezz’ora guidava senza incontrare anima viva. Non i fari di una macchina, non una casa con le finestre illuminate. Quel buio pesto era ideale per dare un’occhiata al cielo.

Parcheggiò in un’ampia piazzola in parte occupata da cataste di legname. Spense il motore e le luci, poi uscì dall’auto senza chiudere lo sportello: lo accostò lentamente per non rompere quel meraviglioso silenzio. In realtà i grilli cantavano, le foglie del bosco frusciavano, mosse da un leggero vento estivo, ed imprecisati animali notturni lanciavano strani richiami, ma quel concerto di suoni naturali non lo disturbava. Era un silenzio rumoroso.

Il cielo appariva bellissimo, una porcellana blu coperta di gocce dorate. Telesio guardava il buio al di là delle stelle ed immaginava mondi lontani pulsanti di vita, invisibili ma non per questo irreali, “Siamo così soli sulla Terra – pensò – microbi aggrappati ad un granello di sabbia nel cosmo infinito: ignoriamo quasi tutto della natura che ci circonda, ma siamo tanto superbi da illuderci di possedere la verità.”

Non era credente però invidiava sua madre, morta con il rosario in mano, certa di andare incontro a Gesù scortata dai familiari defunti e convinta, mentre era in vita, di avere sempre al fianco le anime dei suoi cari, pronti ad aiutarla nelle difficoltà.

“Magari le intelligenze superiori che ci sorvegliano dall’alto fossero come i premurosi parenti della mamma o simili ad angeli, creature amorose che desiderano il nostro bene! – pensò Telesio – Ma probabilmente ci considerano solo formiche o, al massimo, cavie da esperimento.”

Questo era un dubbio che da sempre l’angosciava: “Cosa siamo noi umani per questi esseri misteriosi – si domandava – animali inferiori o fratelli?” Durante le conferenze, per evitare di spaventare i suoi ascoltatori, era in certo senso costretto ad affermare che creature tanto intelligenti non potevano essere malvagie ma, personalmente, non era affatto convinto delle loro buone intenzioni. Dopo tutto il bene e il male erano valori relativi creati dall’uomo. In certi momenti avrebbe preferito pensare, come suo padre, che fossero tutte ‘bischerate’.

“Dubita anche il prete all’altare” gli ripeteva la mamma, esortandolo ad andare in chiesa. Ricordò di aver visitato, in gita scolastica, il Duomo di Orvieto. La guida aveva intrattenuto la scolaresca con il racconto del miracolo del corporale: da una particola nelle mani di un sacerdote tedesco che non credeva nella reale presenza di Gesù nell’ostia consacrata erano uscite gocce di sangue che avevano macchiato il corporale, un quadrato di lino su cui era posto il calice.

Mentre seguiva questo contorto giro di pensieri all’improvviso si rese conto che i rumori del bosco erano cessati: un vero silenzio, innaturale, gravava sulla campagna. Decise di rimettersi in macchina e tornare a casa: era in ritardo e la moglie lo attendeva alzata.

Stava per posare la mano sulla maniglia dello sportello quando, in lontananza, vide avanzare qualcosa, un oggetto che emetteva un debole chiarore e si muoveva senza spostare le cime degli alberi. La ‘cosa’ gli passò sopra la testa, lo superò e, ondeggiando come una piuma, si posò sulla strada, leggermente in salita, a monte della piazzola dove si trovava l’auto.

Telesio, superato lo stupore, si sentì gelare: aveva sempre desiderato conoscere la verità e provava una certa invidia per i testimoni che gli riferivano osservazioni di fenomeni alieni, ora però non sapeva che fare. Qui non si trattava di un semplice avvistamento ma di un incontro ‘del terzo tipo’, un contatto.  Non più di cinquanta metri lo separavano dall’UFO: con pochi passi avrebbe potuto raggiungerlo, toccarlo, rivolgere un saluto mentale alle sconosciute intelligenze che lo guidavano. Forse l’avrebbero rapito e sottoposto a qualche terribile test, forse gli avrebbero trasmesso un messaggio d’amore universale, cancellando per sempre i suoi dubbi.

L’oggetto, perfettamente sferico e liscio, occupava tutta la carreggiata, immobile, silenzioso. Telesio pensò che sembrava una gigantesca palla da bowling sul punto di rotolargli addosso. Mise la mano in tasca, prese le chiavi ed in un attimo entrò in macchina.

“Ora non si accende” mormorò tra sé terrorizzato, il motore però si avviò regolarmente. I fari abbaglianti illuminavano un lungo tratto della carreggiata, libera, diritta e in discesa: Telesio, senza voltarsi, partì sgommando e corse, corse lungo i tornanti, il più lontano possibile da ‘loro’.

Arrivò al bivio che immetteva sulla provinciale come una schioppettata e l’agente della stradale che sonnecchiava in attesa di improbabili automobilisti nottambuli subito si risvegliò, agitando la paletta. Telesio si fermò bruscamente proprio a fianco del poliziotto.

“Il limite di velocità su questa strada è settanta, mi favorisca patente e libretto” disse l’agente, guardandolo di sottecchi. Un uomo di sessanta anni con quella faccia da ‘fatto’ non l’aveva mai visto, ma di certo non era ubriaco, niente odore di alcool.

Al controllo via radio, effettuato dal secondo agente, il guidatore risultò pulito, un onesto cittadino con il pedale dell’acceleratore un po’ pesante.

“Moderi la velocità” disse il poliziotto, restituendo i documenti a Telesio. Però quell’automobilista aveva davvero una faccia strana… “Si sente bene, signore?” aggiunse con tono più gentile.

“In effetti… mi pare di essere confuso, forse ho avuto un leggero malore, soffro di pressione alta.”

“Chiamo il 118?” chiese premuroso l’agente.

“Si, credo sia necessario”

All’ospedale gli riscontrarono solo un forte stato di agitazione. Fu rimandato a casa con un’ambulanza, sotto sedativi: la moglie, vedendolo in quelle condizioni e senza macchina, pensò ad un incidente stradale, ma i portantini la rassicurarono.

“Non è nulla, signora, deve solo farsi una bella dormita.”

“Sapesse quanto si impegna con la sua Associazione di ricerche ufologiche! Alla sua età certi ritmi non si reggono, glielo dico sempre, ma è un tale testone!”

Telesio, sentendo che si parlava di lui in terza persona, ebbe l’impressione di non essere lì. Il sonnifero gli confondeva le idee. Il portantino lo aiutò a sdraiarsi nel letto ed intanto raccontava alla moglie di un suo cognato che aveva visto gli extraterrestri: erano come noi, solo molto bassi, dei nanerottoli pelosi con lunghi capelli biondi. Però il cognato, ogni tanto, alzava il gomito.

Telesio non dormì un sonno tranquillo. Sognò sua madre che lo rimproverava dolcemente: “Bambino mio, una palla da bowling! ma ti immagini Bernadette che scappa dalla grotta!”. In mano stringeva un santino che ogni tanto baciava. “Non si può, non si può” ripeteva.  Poi vide la mamma, così come la ricordava nel suo letto di morte, sul petto era posato il santino. Si avvicinò per guardarlo, rappresentava il corporale macchiato di sangue.

Si svegliò dopo molte ore, stanco e sudato. Aveva ancora ben presente quello strano sogno e dalla sua memoria emerse un ricordo sbiadito: il santino era un regalo che aveva portato a sua madre da Orvieto, cinquanta anni prima.

La moglie premurosa gli chiese come stava.

“Ti prego – disse Telesio con voce flebile – telefona all’Associazione ed avverti che stasera non potrò tenere la mia conferenza al Dopolavoro Ferrovieri. Non mi sento affatto bene”. Poi si girò dall’altra parte, con gli occhi pieni di lacrime.

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Rosanna Bogo

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Flashback di Lucien e Lyvia

Un racconto di Giorgio Castellini

castello

Autunno. È una bella giornata, il cielo è limpido, siamo nel tardo pomeriggio. Soffia una leggera brezza, che però data l’ora vi fa rabbrividire. Per terra ci sono un sacco di foglie secche.

Lucien e Lyvia stanno giocando nel parco, all’ombra del grande acero, come sempre prima della cena. Con loro ci sono due dame di compagnia che li tengono d’occhio.

Un urlo di donna viene dall’interno della fortezza, un urlo disperato. Le dame si guardano l’un l’altra, e senza dire niente una delle due si allontana di corsa. L’altra vi rassicura, e vi dice che non è successo niente, non preoccupatevi. C’è un certo scompiglio, non capite bene di cosa si tratta.

Non avete più voglia di giocare, uno strano presentimento vi coglie. Volete tornare dentro, nella vostra stanza, passare un po’ di tempo con vostra madre che vi legge quelle fantastiche storie epiche ed eroiche.

Lyvia non ne è mai stata particolarmente appassionata, tutto quel parlare di eroi violenti e muscolosi che non riuscivano mai ad usare un briciolo di saggezza per uscire dalle brutte situazioni… ma in questo momento le andrebbe bene pure una di quelle storie.

Lucien invece le ha sempre adorate, per quanto non riuscisse a immaginarsi con una lunga spada tra le mani. “Mamma, ma perché non si sono nascosti per evitare quel gruppo di orchi?”, faceva sempre domande simili a questa.

La dama ha un’aria tesa, preoccupata, ma cerca di non darlo a vedere… ed ecco che torna l’altra, ed ha le lacrime agli occhi. Non è sola, è con vostra madre, Alyia. Che bella vostra madre, sempre così elegante, così leggera nei suoi movimenti.

Perché quelle lacrime, madre? Vi preoccupate; raramente l’avete vista piangere, di solito dopo una discussione con papà. È sempre stata una donna tenace, e vi diceva che si deve combattere per difendere le proprie idee e le proprie convinzioni. Chi sa cosa voleva dire.

Si china, e vi guarda con occhi tristi, cingendovi le spalle. Sembra che cerchi di parlare, ma non fa altro che deglutire. Vi abbraccia e vi stringe forte, e sussurra che andrà tutto bene.

La brezza fa sollevare le foglie intorno a voi, mentre le fronde degli alberi si agitano un po’, lasciando altre foglie nelle mani del vento. Anche le foglie si muovono leggere, come vostra madre.

Cos’è che andrà bene?

Passi affrettati, quasi di corsa. Lucien riconosce il fruscio delle vesti, ha sempre avuto un dono nell’identificare i suoni e le voci. Zio Julian è dietro vostra madre… crolla in ginocchio accanto a lei, il rosso del mantello si mescola con il castano chiaro delle foglie. “Alyia…” non dice altro, non potrebbe. La stringe in un abbraccio forte, rassicurante. Lei piange, più forte, come se non ce la facesse più a trattenersi.

Anche papà la abbracciava sempre, però mamma rideva in quei momenti. Aveva occhi così luminosi, quando lui tornava da qualche viaggio.

Julian alza lo sguardo verso di voi; si scosta i capelli castani dalla fronte, castani come la lunga barba. Proprio come papà. Allunga una mano verso Lucien, e gli arruffa i capelli, e lo guarda con dolcezza. Poi sposta lo sguardo su Lyvia, e non c’è traccia del sorriso giocoso che ha sempre avuto.

Perché è così triste, si chiede Lyvia?

Sono passati due giorni, e nel castello regna un’atmosfera stranissima. È come se nessuno avesse voglia di ridere o scherzare. Nessuno vi parla direttamente, ma sembra che ci sia stato un brutto incidente, ed ha qualcosa a che vedere con papà. Mamma dice che non lo vedremo per molto tempo, che sta compiendo un viaggio molto importante. Quello più importante di tutti, alla fine del quale potrà riposarsi per quanto tempo vorrà. Che bello, se papà non dovrà viaggiare più allora starete sempre insieme, a giocare, a ridere ed a raccontarvi storie. Si, dice mamma, sarà così, ma tra molto tempo. È un viaggio molto lungo. È il più importante.

Siamo fieri di lui, non tutti fanno viaggi importanti, alcuni vanno solo al mercato. Nostro padre è importante, lo conoscono tutti e tutti gli vogliono bene.

Oggi c’è stata una cerimonia strana nel parco del castello. C’è una collina, dove papà aveva portato mamma e le aveva chiesto di sposarlo. È in alto, e si vede tutto il parco, ed il castello è magnifico da quel punto.

Ci sono tante persone, molti amici, anche tanti dei bambini con cui giocate ogni tanto, figli di contadini della zona, le loro madri, e tante altre famiglie. Non li conoscete tutti, ma loro sembrano conoscervi. Vi salutano, vi fanno cenni del capo, alcuni vi dicono che ci vuole coraggio, altri invece evitano lo sguardo e si allontanano turbati.

Un sacerdote parla parole vaghe. Dice che papà è in un posto bellissimo, molto luminoso, ed un giorno ci andremo tutti. Peccato, pensa Lucien, a me piace il castello. Ci sono un sacco di posti dove nascondersi; con tutta quella luce invece Lyvia mi troverà subito… beh, di sicuro papà mi aiuterà a nascondermi o a distrarla.

Hanno costruito una cosa strana, tutta in marmo con una sagoma rettangolare.

Sopra c’è il nome di papà, e tutti vogliono toccare questa cosa di pietra. Cos’è una tomba, mamma? È un monumento in suo onore, vero? Lo dicevo io che tutti gli volevano bene a papà, dice Lyvia a Lucien.

E chi è quella dama, con il lungo vestito nero ed i bordi dorati? Vi sembra di averla già vista da qualche parte, ma non riuscite a ricordare dove. Si fa avanti in silenzio… poi guarda verso il basso, come se cercasse le parole. Tutti la guardano, come in attesa, pendendo dalle sue labbra.

E poi canta. Melodiosa, splendida e struggente… Tutta questa tristezza e non so neanche cosa stia dicendo, pensa Lyvia…

Mamma mette una rosa rossa sulla pietra; vi si appoggia per un attimo, e poi è come se non potesse stare in piedi. Una delle dame accorre e la sorregge, e la porta via singhiozzante verso zio Julian.

Rimarrà sempre con noi, dice lo zio.

Certo che rimarrà con noi, smetterà di viaggiare e si riposerà. Appena torna dal viaggio gli dirò che lo zio forse non ne era sicuro, pensa Lyvia.

Julian viene verso di voi. Assomiglia tanto a papà, sembra quasi che sia lui. Quanta tristezza nei suoi occhi. Forse anche a lui manca papà. Si china e prende Lyvia in braccio; la solleva lentamente, e poi la abbraccia, accarezzandole i capelli.

Poi la guarda in viso e le dice che il momento di crescere arriva per tutti, a volte arriva troppo presto. Ma non c’è niente di male, siete forti e ce la farete.

Certo che ce la faremo, ma a fare cosa? E poi siamo già grandi!

Tutto questo parlare per enigmi mi sta annoiando, pensa Lucien. E poi tutta questa tristezza… mi viene quasi da piangere, non so perché. Mamma mi accarezza la testa, e mi viene da abbracciarla e nascondere il viso nella sua veste, nascondere le mie lacrime al resto del mondo, nascondere la mia inspiegabile debolezza.

Ma quando torna papà?

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Una notte, un grido, un viaggio – I

(pseudo-giallo a puntate)

PRIMA PUNTATA: IL GRIDO

Sono tanti i motivi che possono portare un uomo nei pressi di una stazione ferroviaria. II più comune è, ovviamente, il bisogno di prendere un treno, e a volte lo si prende per andare lontano, verso altri lidi, verso un’altra vita. Nella nostra stazione era notte fonda quando si udì un grido lacerante provenire dal buio della pianura antistante. E un grido nel pieno della notte turba ogni sonno, scuote gli animi più inermi. L’uomo che si trovava alla stazione, appoggiato alla cabina telefonica sul marciapiede, ebbe un sussulto. Guardò l’orologio, scuro, appeso al muro sulla sua testa: segnava le due e quindici minuti. L’uomo dubitò che l’orologio della stazione segnasse l’ora precisa. I treni non rispettano mai gli orari scritti sui cartelloni giallognoli stinti dalla luce del sole. Gli orologi delle stazioni devono essere in qualche modo solidali, devono avere qualche minuto di anticipo, o di ritardo, come i treni. Forse erano le due e venti. L’uomo scrutò il silenzio avvolto dal buio. Strinse le spalle dentro al cappotto, ma il freddo aveva raggiunto le sue ossa, e solo il calore buono di un caminetto acceso avrebbe potuto scacciarlo. Mentre assaporava l’ennesimo brivido che gli saliva su per la schiena, l’uomo udì il secondo grido, più sordo del primo, ma nitido come una pennellata scura su una tela bianca. E subito dopo sentì anche i passi di un uomo, o di una donna, avvicinarsi. Un ombra divenne più nitida sotto la luce tiepida della luna piena. “Ha sentito anche lei?” L’ombra aveva la voce di una donna. Ma cosa poteva fare una donna, apparentemente da sola, in una stazione deserta alle due di notte? Prima di rispondere l’uomo pensò che probabilmente la donna si stava ponendo la stessa domanda su di lui. Ma non aveva voglia di spiegare, quindi evitò dì fare domande e si limitò a rispondere. “Si, ho sentito. Spero che non sia accaduto niente di grave.”

“Io chiamo la polizia” gli rispose la voce femminile, mentre lui cercava di indovinare nella penombra i lineamenti di quel volto sconosciuto. Non aggiunse altro. Nei minuti che seguirono i due si limitarono ad aspettare che accadesse qualcosa. L’uomo aspettava che la donna chiamasse la polizia. Lei probabilmente aspettava di essere rassicurata da quello sconosciuto con cui condivideva la solitudine della stazione. Entrambi aspettavano, forse, un altro grido. Dopo qualche minuto la donna estrasse un telefonino dalla borsa e fece ciò che aveva annunciato. Il poliziotto che le rispose promise svogliatamente che avrebbero mandato qualcuno a controllare. Rimasero così, silenziosi, ad attendere. L’uomo si chiese per quale motivo la stazione fosse chiusa dall’interno e perché non ci fosse nessun ferroviere a far la guardia ai binari. – I treni viaggiano anche di notte, dovrebbe sempre esserci qualcuno – Invece sembrava che la stazione fosse abbandonata a se stessa. La donna pensava che chi aveva gridato doveva essere stato ucciso. Non si sentiva più alcun rumore. Si chiese se l’uomo che aveva vicino non fosse un assassino o un ladro. Lo osservò, cercando di non farsene accorgere. Era un bel ragazzo, piuttosto giovane, poteva avere trent’anni anni al massimo. Aveva lo sguardo scuro e l’espressione di chi ha il vuoto dentro. Però non sembrava un malfattore. Si accorse che stava osservando le sue scarpe, con i tacchi alti pieni di terra per via della corsa fatta nel buio subito dopo aver udito il primo grido. Sperò che arrivasse qualcuno.

Nessuno dei due avrebbe saputo dire quanto tempo era passato dal momento della telefonata quando i fari di un’auto squarciarono il buio. Scesero due poliziotti.

“Abbiamo avuto una segnalazione. Siete voi che avete telefonato?”

“Sono io” rispose la donna ” Vi ho chiamato perché abbiamo udito delle grida”

“Quanto tempo fa?” chiese uno dei poliziotti, quello più alto, mentre l’altro cercava di aprire la porta a vetri che portava all’interno della stazione. La donna non rispose, pensosa. E’ difficile avere la cognizione precisa del passare del tempo, se ci si trova da soli, di notte, in una stazione deserta.

“Erano le due e venti” intervenne l’uomo all’improvviso.

” Siete insieme?” chiese il poliziotto

“Non ci conosciamo neanche” ribattè lui con tono freddo.

Il poliziotto che armeggiava con la porta a vetri era riuscito ad aprirla. Nell’ufficio del capostazione, questi dormiva sdraiato su una branda. Lo svegliarono, ma era evidente che non aveva udito niente di strano mentre dormiva. La donna pensò che stesse mentendo – Due grida del genere avrebbero svegliato chiunque

All’interno della sala d’aspetto la temperatura era decisamente più gradevole e la luce vivace di un grosso neon sembrava riscaldare ulteriormente l’atmosfera. Finalmente l’uomo e la donna poterono guardarsi in faccia. La donna era sulla cinquantina, aveva un cappotto di pelliccia e un cappellino nero in testa. L’uomo pensò che aveva l’aria di essere una moglie. Tipica moglie media di un marito medio. Tìpica madre di un ragazzo con gli occhiali, bravo a scuola e un po’ imbranato. Pensò a se stesso adolescente, a sua madre che poteva somigliare a quella donna misteriosa incontrata per caso in una strana notte d’inverno.
“Deve prendere il treno?”
Solita domanda cretina – si disse la donna subito dopo aver pronunciato quelle poche parole – In una stazione ci si va per prendere il treno, che altro?

“Si, devo andare a Roma. E lei?”

“Io vado a Genova da mia madre. Sta male, poverina. Mi hanno chiamato i miei fratelli. Devo occuparmi di lei, adesso.”
I poliziotti avevano finito di parlare con il capostazione e si avvicinarono alla sala d’aspetto. Dissero che non c’era motivo di pensare che fosse successo qualcosa di grave, che magari si trattava di due coniugi che stavano litigando, ma assicurarono che avrebbero controllato tutta la zona circostante.

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Beatrix

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Il mondo che verrà

SottoVetro2

Il 20 aprile 2120 il Consiglio Supremo della Democrazia, dopo una turbolenta seduta plenaria, decise la chiusura dei CCCS, i Centri per la Conservazione dei Corpi Sostitutivi: la spesa per il mantenimento di queste complesse strutture rischiava di mandare in bancarotta l’intero Sistema Sanitario Globale e la crescente carenza di uranio sul mercato internazionale imponeva al Governo di operare drastici tagli anche in settori essenziali come la sanità.

Lo Stato avrebbe comunque continuato a fornire gratuitamente tutte le altre prestazioni della “trapiantistica”, compreso il servizio di duplicazione: in tempi di vacche magre, di più non si poteva pretendere.

Con il Decreto 14937 si impose quindi ai cittadini di provvedere entro un mese al ritiro del proprio “corpo sostitutivo”: scaduto il termine i cloni non richiesti sarebbero stati eliminati ed i centri definitivamente chiusi.

Nei CCCS si applicava rigidamente un “Protocollo di conservazione” stabilito agli albori della “clonica”: la regola n. 1 prevedeva la totale separazione dei “corpi sostitutivi” dall’ambiente. L’isolamento non era motivato dal timore di contaminazioni, ma dalla necessità di impedire che esseri creati artificialmente come riserva di organi sviluppassero un’attività motoria e cerebrale di tipo umano: per ottenere questo risultato i cloni venivano mantenuti in coma farmacologico permanente all’interno di “deprivatori sensoriali”, speciali contenitori sinistramente simili a bare d’acciaio, attrezzati in modo da permettere all’ospite di alimentarsi e svolgere normali funzioni fisiologiche. Un sistema magnetico sosteneva e ruotava i corpi per evitare l’insorgere di lesioni da decubito.

Inerti, incoscienti, incapaci di comunicare e praticamente ciechi, i cloni uscivano dal “deprivatore” solo per entrare in sala operatoria e cedere qualche pezzo di ricambio al loro doppio umano. Se veniva asportava un organo essenziale, ad esempio il cuore o una parte del cervello, il “donatore” doveva essere scartato e rimpiazzato: soluzioni alternative come la crioconservazione o la circolazione extracorporea non aveva dato buoni risultati.

I cloni crescevano con ritmo normale ma, raggiunta la maturità, invecchiavano rapidamente e già intorno ai quaranta anni divenivano inutilizzabili: prima della data di scadenza occorreva quindi creare un “corpo sostitutivo” che avesse il tempo di sviluppare organi di dimensioni adeguate al suo “proprietario” adulto.

In un secolo la durata media della vita, grazie alla chirurgia sostitutiva, era quasi raddoppiata e questo eccezionale risultato, non previsto dai padri della “trapiantistica”, aveva determinato un incremento geometrico dei costi di gestione dei CCCS. Nel 2120 un umano viveva statisticamente centocinquanta anni e, nel corso dell’esistenza, doveva disporre di almeno quattro duplicati, oltre ad numero imprecisato di rimpiazzi: così, a fronte di venticinque miliardi di abitanti, i cloni avevano raggiunto l’esorbitante numero di cento miliardi ed il loro mantenimento assorbiva il 30% delle risorse statali.

Il Decreto 14937, benché ritenuto inevitabile, suscitò grande malumore tra i cittadini, costretti a trovare, in pochi giorni, un luogo dove collocare i loro “corpi sostitutivi”.

Per i ricchi ovviamente nulla cambiava: potevano, infatti, rivolgersi ad attrezzati e costosi centri privati in grado di prendersi cura degli “sfrattati” e, nell’High Society, si diffuse addirittura la moda di ritirare anche i cloni di parenti deceduti non ancora eliminati. Da un punto di vista medico era una procedura priva di senso, ma ai facoltosi familiari faceva piacere vedere, di tanto in tanto, il volto del caro defunto come fosse vivo e giovane.

La gente comune, al contrario, si trovò ad affrontare problemi logistici di difficile soluzione. Chi non voleva mettersi un clone in casa e non era in grado di pagare una struttura privata poteva comunque aderire al programma di eliminazione gratuita, ma così rimaneva privo di un corpo di scorta: se aveva bisogno di una sostituzione rischiava di morire, perché gli esotrapianti non venivano più praticati da tempo.

Gli scienziati avevano calcolato che, senza un periodico cambio di organi deteriorati, l’età media dell’uomo si riduceva quasi del 50% ed in effetti i pochi che, per motivi etici o religiosi, rifiutavano questa pratica chirurgica, raramente superavano i 100 anni.

La maggior parte dei cittadini si rassegnò quindi ad accogliere gli imbarazzanti “ospiti” tra le mura domestiche: chi possedeva un garage, una soffitta o una cantina si arrangiò senza troppi inconvenienti, ma i meno abbienti furono costretti a dividere con i loro doppi addirittura la camera da letto.

Come previsto dal Protocollo di conservazione, il “corpo sostitutivo” veniva consegnato chiuso nel suo contenitore: il proprietario doveva seguire alcune semplici indicazioni riportate nel manuale dell’utente ma, per il resto, il “deprivatore” funzionava autonomamente e la manutenzione ordinaria si eseguiva senza neppure togliere il coperchio della “bara” o toccare il corpo all’interno.

Del resto la regola n. 2 del Protocollo autorizzava l’estrazione del clone solo per procedere ad un espianto: speciali ambulanze trasportavano il contenitore all’ospedale e qui personale specializzato provvedeva all’apertura e chiusura della “bara” direttamente in sala operatoria.

Il Decreto 14937 concedeva i “deprivatori” in comodato gratuito ai cittadini, ma il funzionamento di questi delicati macchinari assorbiva un’enorme quantità d’energia ed anche il nutriente che si doveva immettere quotidianamente nel feeder, un composto speciale prodotto da un’unica ditta, era piuttosto costoso.

Così, nel giro di qualche mese, molti cittadini scoprirono di non essere in grado di mantenere i loro cloni. Alcuni “proprietari”, dopo aver consumato gli ultimi risparmi, furono a malincuore costretti a consegnare i costosi “corpi sostitutivi” al servizio di eliminazione gratuita.

Alcune famiglie, contando sulla compatibilità tra consanguinei, scelsero di conservare solo i cloni dei genitori, sperando che, in caso di necessità, il trapianto avrebbe funzionato anche per i figli. Ma era una decisione rischiosa, perché le industrie farmaceutiche non producevano più medicine antirigetto.

Ben presto cominciarono a girare strane voci: si diceva che qualcuno, non potendo più pagare bollette elettriche spropositate, aveva staccato la spina al “deprivatore” tentando di alimentare il “corpo sostitutivo” con cibo ordinario. Usciti dal coma artificiale i cloni avevano però avuto impreviste reazioni: ovviamente non erano in grado di camminare o comunicare, ma si agitavano, urlavano come animali e, talvolta, divenivano aggressivi.

In molti casi le forze dell’ordine furono costrette ad intervenire per rimuovere con la forza dalle abitazioni questo genere di “ospiti” ingestibili.

Violare il Protocollo di conservazione era un reato sanzionato dalla legge ma, visti i disastrosi risultati, il fenomeno in breve si esaurì spontaneamente, senza bisogno di ulteriori interventi repressivi.

I tentativi falliti miseramente con i cloni adulti, ebbero però diverso esito con i cloni più giovani.
Per risparmiare sulle spese, il Sistema Sanitario Globale aveva deciso di consegnare ai cittadini che restituivano un clone prossimo alla data di scadenza un “corpo sostitutivo” di ricambio appena creato: in pratica un neonato. Qualcuno, approfittando dell’insolita situazione, tentò da subito di alimentare i piccoli fuori dal contenitore, utilizzando un normale biberon: si scoprì così che un clone poteva essere allevato esattamente come un bambino e la pratica illegale prese rapidamente piede.

Chi conservava a norma un “corpo sostitutivo” non ancora prossimo alla scadenza e desiderava sostituirlo con un economico bebè di pochi giorni, trovava facilmente tecnici senza scrupoli in grado di eliminare il clone “indesiderato” mandando in avaria il “deprivatore”. Il guasto sembrava del tutto casuale e, del resto, la polizia non aveva autorità per indagare sulla morte di una creatura che, legalmente, non aveva più diritti di una cavia da laboratori.

Il Decreto 14937, per reprimere questo genere di abusi, prevedeva la creazione di un Corpo Vigilanza Protocollo, ma il Governo, in vena di risparmi, decise di modificare la norma: in base al Decreto 14937 bis chi deteneva un “corpo sostitutivo” doveva solo produrre annualmente un’autodichiarazione di conformità che le Autorità si riservavano di verificare a campione.

La nuova legge scatenò ovviamente il caos.

Mentre il numero dei cittadini in grado di conservare i “corpi sostitutivi” a norma di legge diminuiva a causa dei costi crescenti, le case si riempivano di piccoli cloni in tutto simili a normali bambini. I clandestini venivano tenuti nascosti, ma ormai la loro esistenza era un segreto di Pulcinella.

Il Governo, alle prese con una crisi energetica sempre più grave, si limitò a prendere atto della nuova situazione e, con il Decreto 14937 ter, autorizzò l’espianto anche da “corpi sostitutivi” conservati in violazione del Protocollo, ovvero da cloni domestici.

Il mantenimento extra-contenitore era indubbiamente economico ed alla portata di tutti, però creava problemi di ordine morale che un articolo di legge non risolveva: in base al nuovo Decreto un clone allevato in famiglia poteva essere sottoposto a prelievo di organi, ma ormai non era più un semplice “corpo sostitutivo” bensì un piccolo che sgambettava, parlava e giocava. Per un adulto dotato di normale sensibilità era difficile vedere in quelle creature qualcosa di diverso da un bambino.

Le donne, in particolare, si affezionavano subito ai piccoli ospiti, forse perché avvertivano l’esistenza di un legame di sangue: i cloni, da un punto di vista biologico, erano, infatti, gemelli di età diversa o dei genitori o dei figli naturali e quindi appartenevano incontestabilmente al nucleo familiare.

L’assurdità della situazione si evidenziava nel momento in cui il “proprietario” aveva necessità di sostituire una parte danneggiata del suo corpo con un organo del clone domestico.

Prima del Decreto 14937 tutto si svolgeva in un’asettica clinica: il paziente entrava in sala operatoria e riceveva l’organo senza avere alcun contatto con il “donatore”. Ora, in teoria, il “proprietario” doveva consegnare all’ospedale un bimbetto di due o tre anni che aveva allevato in casa e magari lo chiamava papà o mamma, sapendo che avrebbe subito una grave mutilazione e, nel caso di espianto di organi essenziali, sarebbe addirittura morto.

Di fronte a questa prospettiva i “genitori” rinunciavano senza battere ciglio a sacrificare i loro piccoli “corpi sostitutivi” e preferivano morire. Quando però si trattava di scegliere tra la vita di un figlio malato e quella del suo clone il dilemma diveniva angosciante. Si verificarono persino casi di trapianto “tra viventi” inverso, con donatore umano e ricevente clone, una  situazione  talmente assurda da non essere neppure vietata per legge.

In breve i trapianti diminuirono del 40% e la vita media passò rapidamente da centocinquanta a centoventi anni. Per il Sistema Sanitario Globale la crisi della “clonica” si tradusse in un enorme risparmio.

Qualche adulto di sesso maschile, appellandosi al Decreto 14937 ter, tuttavia non si fece scrupolo di chiedere l’espianto di organi dal piccolo “corpo sostitutivo” che aveva in casa e, sulla Rete, comparvero offerte di cloni, allevati non si sa dove, garantiti antirigetto: ovviamente una truffa.

La notizia di questi casi destò grande indignazione nell’opinione pubblica: la sensibilità diffusa ormai considerava i cloni “domestici” umani a tutti gli effetti. Nacque così un movimento popolare per l’introduzione di una legge che limitasse l’espianto ai soli “corpi sostitutivi” conservati in base al Protocollo.

Naturalmente rimaneva ammesso il trapianto “tra viventi”, previsto del resto anche per gli umani.

Una parte minoritaria della cittadinanza però difendeva il Decreto 14937 ter, più per principio che per effettiva volontà di fare a pezzi i piccoli “donatori”: si temeva infatti che una legge del genere preludesse all’abolizione dell’intero sistema dei trapianti.

Venne addirittura indetto un Referendum: i voti favorevoli all’abolizione del così detto “Decreto Erode” superarono il 50%, ma non raggiunsero la prescritta maggioranza qualificata di due terzi.

Il Comitato Etico, chiamato a dirimere la questione, stabilì con sentenza definitiva n.123459 del 12 dicembre 2124 che lo status di “corpo sostitutivo-donatore d’organi” era attribuibile solo a cloni conservati conformemente al Protocollo: allevato al di fuori di un “deprivatore sensoriale” il clone sviluppava, infatti, un’identità personale/coscienza/anima e doveva quindi essere considerato, a tutti gli effetti, un essere umano. I giuristi, nella sentenza, ricordavano che questa era anche l’opinione dei pionieri della chirurgia del ricambio che, nel 2042, avevano iniziato a creare cloni su scala industriale con lo scopo di allungare la durata naturale della vita: consapevoli che gli esseri riprodotti artificialmente, da un punto di vista biologico, erano umani, avevano elaborato il Protocollo di conservazione con lo scopo di mantenere le loro creature in una condizione paragonabile a quella di un normale paziente in stato di coma vegetativo, già all’epoca considerato un soggetto potenzialmente “donatore d’organi”.

Attuando il Protocollo, lo Stato aveva creato i CCCS e, per quasi un secolo, il meccanismo dei trapianti aveva funzionato regolarmente, raddoppiando la vita media dei cittadini. Poi, sottolineavano i membri del Comitato, il Decreto 14937 aveva scaricato sui privati oneri insostenibili, determinando comportamenti illegali giustificati da una condizione di bisogno. La violazione della legge aveva portato al collasso del sistema che ora doveva ripartire su basi diverse.

La sentenza del Comitato Etico non ammetteva repliche o interpretazioni.

La condizione anagrafica dei cloni domestici venne subito regolarizzata, attribuendo ai “proprietari” ed ai loro tutori lo status di “affidatari” o, a richiesta, di “genitori adottivi”.

Il Governo ordinò la chiusura temporanea dei laboratori di duplicazione e, con un provvedimento d’emergenza, nazionalizzò i Centri di Conservazione privati imponendo la consegna ai nuovi CCCS statali di tutti i “corpi sostitutivi” ancora conservati in “deprivatori” domestici.

Il Decreto 15637 del 24 dicembre 2124 stabilì infine che i cittadini, per disporre di un “corpo sostitutivo”, dovevano creare un deposito vincolato pari alla cifra necessaria a mantenere in funzione il “deprivatore” per almeno quaranta anni.

Le assicurazioni e le banche respinsero la richiesta dei loro clienti di garantire con mutui o polizze la copertura della cauzione ed i trapianti cessarono così di essere una pratica ordinaria.

Il Sistema Sanitario Globale, grazie alla riduzione delle spese per la “clonica”, tornò in attivo e riprese a finanziare ricerche mirate ad ottenere un allungamento della vita con metodi farmacologici.

Nel giro di pochi anni raggiungere una veneranda età divenne privilegio di pochi facoltosi, mentre la gente comune tornò a morire prima dei cento anni. Questa discriminazione ovviamente creò una certa tensione sociale, ma il malcontento non durò a lungo perché quasi tutta la popolazione finì per trovarsi nelle stesse condizioni. E si scoprì anche che molti non aspiravano affatto a vivere quanto Matusalemme ed erano più che contenti di lasciare un mondo troppo affollato. Ma anche in campo demografico la fine dell’era della “trapiantistica” produsse effetti positivi: gli abitanti della Terra scesero rapidamente da 25 a 20 miliardi ed i cloni nei CCCS si ridussero a pochi milioni. La conseguente diminuzione dei consumi energetici dimezzò il costo dell’uranio, determinando il superamento della congiuntura che, ormai da un decennio, teneva sotto scacco l’economia mondiale.

I cloni domestici, inseriti con pieni diritti nella vita sociale, si organizzarono in una Lobby di un certo peso politico ed ottennero dallo Stato un generoso indennizzo. Morirono tutti, come previsto dal loro codice genetico duplicato artificialmente, intorno ai quaranta anni, compianti da fratelli e genitori.

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Rosanna Bogo

Comunisti che leggono

Cosa leggevano i Comunisti?
Qui sotto, il compagno Vladimir Ilyich Ulyanov stava leggendo un libello, quando si è interrotto per mettersi in posa per il fotografo.

Lenin legge un libro

Spesso, specie nelle statue che lo rappresentavano, Lenin aveva un libro in mano. Sarà il Das Manifest o il  Das Kapital? Vista la mole del secondo, propenderei per il primo…

Statua di Lenin in manutenzione

Quando doveva informarsi su cosa succedeva nel mondo, ovviamente leggeva La Verità (Pravda), il giornale fondato da Trotsky.

Lenin legge la Pravda

Stalin, in questo manifesto di regime, viene mostrato davanti ad uno scaffale zeppo di libri, ma tra le mani, come si può vedere, ne ha uno di Lenin.

Stalin legge Lenin

Stalin legge Lenin (part.)

Quest’altro manifesto, degli inizi degli anni ’50, mostra un lettore ideale che, un libro di storia aperto tra le mani, ‘vede’ Lenin, Stalin,  Kamenev e Trotsky durante un comizio alle masse. Sul tavolo, uno sull’altro, un libro di Lenin e uno di Stalin.
Il giovane studioso ha anche, davanti a sé, un lapis ed un quaderno, peraltro immacolato, su cui poter scrivere appunti e riflessioni che simili letture possono ispirare.

Lettore Russo

E in questo ‘incontro’ tra Stalin e Mao, Mao ha in mano due volumetti di Lenin.

Stalin e Mao

Mao, in Cina, ammonisce: “Leggere molti libri è pericoloso“; molto meglio leggerne uno solo, magari proprio quello che raccoglie i suoi ‘pensieri’.

(La scritta dice, più o meno: Presidente Mao, sei il sole rosso nei nostri cuori)

Il Libro dei pensieri di Mao

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fuchs

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Una giornata come tante

Un racconto di Fabrizio Carollo

aulascuola2

I passi sono lenti ed incerti.

I jeans strappati e sporchi come pure la maglietta bianca dell’Hard Rock Cafè di Parigi. Un souvenir della gita dell’anno scorso.

Sara ha sempre desiderato averne una, così come ha sempre desiderato poter visitare la capitale francese ed ammirarla dall’alto del suo simbolo più famoso. Una gita andata a buon fine per un clamoroso colpo di fortuna. Un solo voto in più a favore della Francia. Sarebbe bastato molto poco per ripiegare sulla seconda e di certo non meno affascinante destinazione; la caliente Barcellona. Di solito le gite sono sempre le stesse e se non capita una destinazione il primo anno, probabilmente sarà per il secondo o il terzo o comunque prima del diploma. Ma Sara è stata da sempre una adolescente piena di romanticismo e Parigi doveva essere per forza la prima meta, altrimenti avrebbe perso di fascino, almeno secondo la sua opinione. Ed è stato un sogno che si è avverato e che ha alimentato la sua dolcezza. Così come l’ha resa felice quella maglietta, portata in classe con orgoglio ed anche con un pizzico di vanto. Sua madre deve lottare per metterla fra la biancheria da lavare! Fosse stato per lei l’avrebbe indossata anche come un pigiama!! E certamente non si può accusarla di averla maltrattata, anzi… guai se vi fosse stata anche una sola macchiolina.

Ora quella maglietta è irriconoscibile; è completamente fradicia e pare che tutta la polvere della città si sia depositata su essa. Ed anche su di lei.

Passi incerti fatti sul marciapiede del ponte che si domina la linea ferroviaria Bologna–Porretta, nei pressi della stazione di un paese di provincia. Non un paese piccolo certo, dotato dei più svariati servizi e dove si respira già una sorta di aria cittadina, ma pur sempre un paese. Il traffico è ben sostenuto a quest’ora della mattina ma nessuno, nel pieno della sua premura, diretto verso la propria destinazione, presta alcuna attenzione alla teen-ager, se non qualche occhiata distratta. Per molto tempo la ragazzina continua in linea retta verso la sua inesistente meta, oscillando come fosse vittima di una sbornia colossale. Le mani graffiate ed avide di lividi. Le lacrime che ancora solcano le guance rosse e sudate. Il vento freddo invernale che fischia fra i capelli spettinati ed il pallido sole la cui luce tenue ha tuttavia l’effetto di infastidire gli occhi già molto irritati. Le persone che la incrociano si scansano e la fissano con disgusto come fosse una irrecuperabile sbandata o peggio. C’è addirittura chi, vedendola da lontano, preferisce attraversare la strada per non doversi avvicinare troppo. Come un morto vivente, Sara arriva alla fermata della linea 94, che lei prende sempre per tornare a casa. Anche la signora Molelli, pensionata, è in attesa. Vedendo quella figura così indifesa ed inquietante al tempo stesso che le passa davanti senza degnarla di uno sguardo e che vuole continuare il suo percorso, spinta da una misera energia, l’anziana vince l’istintiva ritrosia e si avvicina. È una ragazzina e potrebbe esserle accaduto qualcosa di grave. I suoi vestiti e la sua pelle emanano un forte odore… di carburante.

“Piccola! Piccola,che è successo?? Come hai fatto a ridurti così? hai avuto un incidente? Ehi! Capisci quello che sto dicendo? Hai bisogno di aiuto! Fermati e lascia che chiami qualcuno!”

Afferrata dalla mano della donna, Sara si ferma come un giocattolo che ha esaurito la batteria e volge lentamente il capo verso di lei. Poi lo sfogo che arriva come un fulmine a ciel sereno e l’urlo a squarciagola che precede di un attimo l’abbraccio all’anziana, nel disperato bisogno di protezione!

~

“Cacchio! Siamo solo alla seconda ora! Ho un sonno tremendo! In questi casi è da panico stare al primo banco! Dovrei avere quegli occhiali con gli occhi dipinti!”

“Così impari a stare al telefono fino a mezzanotte con quella pettegola di Laura! Chissà poi che mucchio di stronzate che vi direte! Oltretutto, inutilmente, dal momento che vi vedete anche in classe! Avete delle notizie che non possono aspettare l’alba, vero?”

“Sei curioso, eh?”

“Per niente. Solo preferirei che sprecassi la tua voce per fare quella telefonata al locale! Rischiamo che la saletta sia occupata per sabato!”

“Rilassati, Dario! È il sabato della prossima settimana! È giovedì! Mancano ancora nove giorni! Che palle! Stasera telefono, va bene?”

“Sarà meglio! Dio, ecco che arriva quella stronza di Sara con la sua maglietta da parata! La brucerei!”

“Lei o la maglia?”

“Non saprei da chi iniziare. Spero che quell’arpia non sappia nulla della festa!”

“Tranquillo, non lo sa. Ho detto alle ragazze di tenere la bocca chiusa”

“E sono certo che ti hanno obbedito. Chi non segue alla lettera le istruzioni di Alessandra?”

DRIIIINNN!!!!

“Fine della pacchia! Adesso arriva quello stronzo di Flamigni! Speriamo non gli giri di interrogare!”

“Dipende dal fatto che sua moglie gliel’abbia data o no ieri sera!”

“Allora non c’è speranza!”

“Vatti a sedere, scemo!”

Non appena il temibile prof. appare sulla soglia, tutta la seconda A si fionda ai propri posti. Fortunatamente, la signora Flamigni doveva essere ben disposta ieri sera; oggi, il professore barbuto di mezza età è piacevolmente tranquillo. Di certo le sue spiegazioni hanno un pesante effetto anestetico ma sono sempre meglio delle interrogazioni a sorpresa, così durante il suo monologo, i ragazzi possono dedicarsi senza troppa paura ai loro importantissimi affari privati. Dal canto suo, Dario può rivedere gli invitati alla festa che sta organizzando da tempo. La festa di compleanno di Deborah (con l’acca, ovviamente!),che lui non ha mai conosciuto più di tanto. Il fatto importante è che è la migliore amica di Deborah è Tiziana… e Tiziana è l’angelo della terza fila. Il suo primo amore mai confessato. Un viso in cui lui si è perso volentieri più di una volta ed una voce così dolce e, perché no,sensuale da far girare la testa. Un rapporto sfuggevole, fatto di merende offerte al bar della scuola o di compiti di mate passati sottobanco. Mai il coraggio di telefonarle o di mandarle il fatidico bigliettino strappato dal quadernone, dove è scritto, a caratteri cubitali e, possibilmente in rosso:

“Mi piaci tanto e vorrei essere qualcosa di più di un amico per te!!!!”

I quattro punti esclamativi sono importantissimi per una dichiarazione d’amore a dovere! Da ricordare assolutamente.

Un amore di nicchia,ma il party può essere la svolta per uscire allo scoperto e cambiare tutto al meglio. Una festa che può essere la porta d’ingresso alla realizzazione del suo sogno. E Dario è fiducioso per questo: prima della fine dell’anno sarà insieme a Tiziana ed il loro amore sarà eterno, logicamente.

Ma c’è anche chi ha problemi più immediati, come nel caso di Elena, che deve rimediare il quattro in storia affibbiatole la settimana scorsa, tenuto ancora ben nascosto ai suoi. Si deve fare interrogare alla terza ora e deve prendere almeno un sette, per smussare gli angoli al ricevimento dei professori per la chiusura del primo quadrimestre. Certo, Flamigni non sarebbe molto contento che la storia batta le leggi della fisica che lui spiega con vivo entusiasmo, ma, si sa, la vita è una questione di priorità.

In fondo, vicino agli attaccapanni, c’è Federico che segue scrupolosamente la lezione prendendo più appunti di quanto serva e stando bene attento alla punteggiatura, da bravo secchione, come vuole la sua fama. Dopotutto, non è cosa da poco avere la responsabilità di passare i risultati dei compiti in classe di quasi tutte le materie a più di metà classe, attraverso un collaudato sistema di passaggio bigliettini. Già una borsa di studio a disposizione per meriti scolastici e le idee ben chiare sulla strada da percorrere per creare il proprio futuro. Un ragazzo con la testa sulle spalle davvero, denigrato da molti per le sue qualità ma sfruttato da tutti proprio per le sue qualità. Con una punta di snobismo, se vogliamo, ma consona alla reputazione che porta sulle sue spalle, volente o nolente.

Chi si fa meno problemi o per meglio dire non se ne fa affatto è nell’ultimo banco vicino all’ultima finestra; una posizione strategica ricercata con molta cura, al riparo dai professori che guardano negli occhi le persone prima di decidere chi interrogare, anche se nascondersi non funziona poi sempre. Ma considerato il fatto che Flamigni ha due veri e propri fondi di bottiglia che vengono chiamati eufemisticamente “occhiali”, Eugenio, detto “Gegio”, non ha alcun problema a riposare gli occhi con la testa poggiata sul libro. Un sognatore nel vero senso della parola, in quello più stretto. Il classico ragazzo che aspetta la campanella dell’ultima ora e che se ne va a scuola perché bisogna andarci e perché è un modo come un altro per passare il tempo. Ragazzi come tanti, che dimenticheranno i loro problemi esistenziali e seguiranno il giusto entusiasmo della loro età ad una festa ormai vicina. Una scuola come tante altre, in un paese che odora già di città, di nome Casalecchio di Reno. Un giorno come tanti, con le decorazioni che appaiono lungo le strade e che preannunciano il clima festivo alle porte. Un giorno come tanti finché Gegio non sente quel rumore fastidioso che disturba il suo riposo. Un rumore via via più intenso e di sicuro non comune. Il fastidioso rumore dei vetri delle finestre che vibrano ed un’ombra che diventa più grande ogni secondo.

E non è più una giornata come tante per la classe seconda A. Purtroppo, sarà ricordata per molto tempo.

ISTITUTO TECNICO SALVEMINI

6 DICEMBRE 1990

 


Dedico questo racconto alla memoria di tutte le vittime ed i familiari rimasti coinvolti nella tragedia dell’istituto Salvemini di Casalecchio di Reno (BO). La mattina del 6 Dicembre un aviogetto di addestramento si schiantò contro la scuola Salvemini, uccidendo dodici studenti delle 2° e ferendo gravemente altre 5 persone, incluso l’insegnante. Il carburante fuoriuscito dal velivolo prese fuoco ed un tremendo incendio divampò nell’edificio, portando al ferimento di altre 72 persone presenti nella scuola.
Il 26 Gennaio 1998, nonostante i ripetuti ricorsi presentati dai familiari delle vittime, la Corte di Cassazione di Roma assolse tutti gli imputati militari coinvolti nell’incidente, sostenendo che “il fatto non costituiva reato”.
I nomi presenti nel racconto sono fittizi, ma è autentico il rispetto e la sincera commozione per quelle vite spezzate in modo così assurdo. A tutt’oggi, la mia partecipazione all’immenso dolore è sempre viva.

Fabrizio Carollo.

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Il collezionista

madonna

“Trecentocinquanta e uno, trecentocinquanta e due, trecentocinquanta e tre… aggiudicato al signore in seconda fila.”

Il professor Rocchi abbassò lentamente il braccio: per rilanciare non usava mai segni convenzionali, il giornale su o giù, la grattatina del naso, il sopracciglio alzato; gli sembravano trucchetti infantili, degni di chi, i quattrini, non se li era sudati. Lui non si vergognava di essere ricco e se voleva spendere un milione per levarsi un capriccio alzava la mano senza imbarazzo, dopo tutto pagava con denaro che aveva guadagnato lavorando.

“Complimenti per il suo acquisto” aggiunse il battitore, sinceramente contento che un’opera così pregevole, mai comparsa prima sul mercato antiquario, andasse ad arricchire la collezione di un vero intenditore e non il salotto rococò di qualche ignorante eroe della “new economy”.

Le labbra del professor Rocchi si allungarono per un attimo in un sorriso di autocompiacimento.

Certo settecento milioni di vecchie lirette erano una tombola, ma quel quadro del Carracci le valeva tutte! Gli incarnati sembravano buccia di pesca, le vesti seriche avvolgevano morbidamente i corpi ed il volto dolcissimo della Madonna, velato da un doloroso presentimento, appariva stupendamente espressivo. Ricordava il giovanile “Matrimonio mistico di santa Caterina” di Capodimonte, un’opera raffinatissima più volte replicata già nel Seicento. Di recente, nella Galleria Ducale di Parma, aveva visto una copia eseguita da un allievo, ma la sua “Madonna col Bambino ed angelo musicante” non era certo un lavoro di bottega come quello: lo sfumato delicato, il vermiglio delle labbra appena accentuato, l’ambiguità non volgare della figura alata, rivelavano la mano del Maestro.

Il Professore era un vero intenditore e non si avvaleva della collaborazione di un esperto per i suoi acquisti: “a qualche Berenson in miniatura – diceva al suo fidato segretario – potrei dare dei punti”. In effetti era un ottimo “connoiseur” e nessuno era mai riuscito ad affibbiargli un falso.

Benché occupatissimo, consultava con attenzione i cataloghi delle principali case d’asta e si teneva in contatto con i più noti mercanti d’arte. Partecipava sempre di persona alle aste perché trovava eccitante duellare per conquistare un quadro, soprattutto se, alla fine, riusciva ad aggiudicarsi il lotto trionfando sui suoi agguerriti concorrenti, in particolare quel tale Ciang non-so-cosa che, ultimamente, partecipava a tutte le più importanti auctions per via telematica, senza neppure fare lo sforzo di alzare il sedere dalla comoda poltrona del suo ufficio di Hong Kong.

Per Rocchi, del resto, comprare opere d’arte non era un’attività economica, un modo per investire denaro liquido in una fase di turbolenza finanziaria, ma una vera passione che, negli ultimi anni si era trasformata quasi in fissazione.

Quando, ancora adolescente, si era visto sbarrare in faccia le porte dell’Accademia da una commissione di professorucoli imbrattatele che lo aveva giudicato privo delle doti minime necessarie per divenire un pittore, era caduto in una profonda depressione, ma non aveva reagito al fallimento “sul campo” intraprendendo, per ripiego, la carriera ancillare di storico dell’arte: voleva essere un “creatore” o nulla e, meno che mai, l’impotente commentatore dell’altrui genialità.

Inutilmente l’amico del cuore, Alceo Danti, più fortunato di lui all’esame d’ammissione, aveva cercato di incoraggiarlo a continuare sulla via dell’arte: da allora Rocchi non aveva più toccato un pennello. Si era iscritto a Medicina e, dopo la laurea, aveva deciso di trasferirsi negli Stati Uniti.

Era bravo ed ottenne facilmente una borsa di studio: scelse di specializzarsi in chirurgia estetica divenendo in breve il bisturi più apprezzato dalle celebrità di Hollywood. Nella High Society internazionale il professor Augusto Rocchi era considerato il mago del ritocco, un chirurgo in grado di correggere qualsiasi imperfezione naturale e restituire alle mature bellezze la freschezza dei vent’anni.
“Chi sa fa e chi non sa fare insegna o critica quello che fanno gli altri”, amava ripetere il Professore, ispirandosi ad un vecchio detto popolare e, per dimostrare a se stesso ed al mondo di appartenere alla razza di chi sa fare, aveva creato una catena di lussuose cliniche sparse in giro per il mondo.

Certo aveva rinunciato alla sua giovanile passione per la pittura, ma era diventato comunque un “artifex”: quando operava cercava di riprodurre il bello della natura e, in fondo, tagliare e cucire carne viva non era molto diverso dal plasmare creta con le mani. Senza contare che, dalla sua professione, traeva enormi guadagni, mentre un pittore, quasi sempre, viveva un’esistenza modesta o addirittura era costretto a cercarsi una lavoro e coltivare l’ars gratia artis.

Lasciata la casa d’aste, il Professore rientrò nella sua residenza, il rifugio in cui si riposava quando gli impegni di lavoro non lo portavano in giro per il mondo. Era un’antica torre di avvistamento isolata nel verde di una macchia impenetrabile, sospesa tra cielo e mare. Da lì si dominava un tratto di costa scosceso non ancora contaminato dal turismo di massa, aborrito dal Professore al pari dei curiosi, dei paparazzi e dei vicini molesti.

Dopo tre giorni anche la tela del Carracci, contenuta in una speciale cassa climatizzata, varcò l’ingresso della torre e venne portata, come ogni nuovo acquisto, nello studio privato del padrone di casa, un salone da cui si godeva una meravigliosa vista; le pesanti tende della finestra venivano però tenute sempre chiuse.

Quando finalmente Rocchi si trovò vis a vis con il dipinto, poggiato su un solido cavalletto, provò un brivido di piacere; per un paio d’ore rimase in amorosa contemplazione del suo capolavoro, scrutando ogni particolare, sfiorando qua e là la superficie per “sentire” con il polpastrello la pennellata, seguendo con l’occhio il contorno delle figure, soffermandosi sulle guance infantilmente paffute dell’angelo e del Bambino, sullo sguardo malinconico della Madonna; poi aprì un cassetto della scrivania ed estrasse un bisturi. La lama brillava come oro: in un attimo, il Professore fu addosso al quadro e cominciò a colpirlo con micidiali fendenti, finché la tela non si ridusse ad un ammasso informe, una cornice vuota circondato da sbrindellati frammenti che conservavano ancora qualche traccia della passata bellezza: un dito del piedino di Gesù, il morbido gomito della Vergine, la punta iridescente delle ali dell’angelo musicante; a quel punto  smise di colpire, ormai non rimaneva più nulla da tagliare, e gettò via la sua lama.

Palesemente soddisfatto del disastro prodotto, Rocchi si abbandonò con un sospiro di sollievo sul grande divano capitonné al centro dello studio: “Chi dice di godere alla vista di un’opera d’arte – mormorò tra sé – di certo ignora il sommo piacere che proverebbe distruggendola. Non basta mettere mano al portafoglio per possedere la creazione di un genio. Accade lo stesso con le donne: chi paga una prostituta compra un bel corpo ma non si impossessa di un’anima. E a volte, anche con la vera al dito, chi amiamo rimane per noi un mistero. Solo ora sento che il quadro del Carracci è veramente mio, mio e di nessun altro. Ho apprezzato tutta la sua perfezione, l’ho accarezzato per l’ultima volta e l’ho distrutto: nessuno più potrà vederlo o toccarlo, non ci saranno eredi avidi pronti a cederlo a qualche museo perché sia esposto, come una puttana di Amsterdam in vetrina. Non sarà contaminato dagli sguardi vogliosi di sciocchi visitatori che, al prezzo di qualche euro, credono di comprare il diritto alla bellezza.
In realtà non ho distrutto la meravigliosa creazione di un grande artista, l’ho resa immortale sottraendola per sempre al tempus edax ed alla stupidità umana. E poi anche la bellezza deve morire, lo dice Schiller, non Augusto Rocchi! E Wilde! ha addirittura scritto che tutti uccidono ciò che amano: i vigliacchi con parole soavi, i coraggiosi con la spada. Io adopero un bisturi”.

Si rendeva ovviamente conto che il suo rapporto con l’arte era perverso: spendeva cifre enormi per acquistare opere che poi sistematicamente riduceva a pezzi, ma rifiutava l’idea di agire spinto da una motivazione volgare. Non provava una segreta invidia per il genio dei grandi Maestri e, dopo quasi mezzo secolo, non desiderava più vendicarsi per lo smacco subito nell’aula ornata di gessi dell’Accademia. Forse, pensava nei momenti di tristezza, si scatenava con tanta furia iconoclasta contro opere così preziose perché, nel suo inconscio, rappresentavano una persona a lui molto cara inconsapevolmente odiata: l’anziana madre che aveva relegato in una villa sulla Costa Azzurra o l’ex moglie, mai dimenticata. Se n’era andata, senza una parola di spiegazione, dopo la scomparsa del loro unico figlio, morto in un incidente stradale. Una disgrazia, si disse all’epoca, ma non si poteva escludere il suicidio. Anche suo figlio era una  bella creatura e meritava di vivere, ma la dissoluzione è il destino di ogni cosa creata e nessuno ha diritto di contestare la legge che regola il cosmo.

Il professor Rocchi collezionava solo quadri su tela di dimensioni contenute e, a meno che non fossero veri capolavori, non comprava opere posteriori al XVIII secolo. Anni prima aveva “acquistato” un grande Fattori, uno scorcio di Maremma toscana con un gruppo di contadine al lavoro, ma era rimasto deluso.
Ovviamente non prendeva neppure in considerazione la possibilità di portarsi a casa un Picasso, un Braque o un Mondrian. Lasciava volentieri quel genere di opere ai suoi rivali, però gli sarebbe piaciuto possedere, per sfizio, una tela della pittrice americana che, negli anni sessanta, prendeva a fucilate i suoi quadri: trovava il “modus operandi” di Niki singolarmente analogo al proprio.

Dopo una mezz’ora il Professore si sentì di nuovo in forze e si alzò dal divano. Ripose quel che restava del povero Carracci nella cassa da trasporto e serrò bene le viti del coperchio, come fosse una bara. Quindi chiamò il segretario perché, aiutato dal guardiano, portasse il prezioso quadro nel caveau della villa, a fare compagnia alle altre vittime, anch’esse accuratamente imballate.

Le opere acquistate dal professor Rocchi, sempre di altissimo livello, spesso erano notificate: appartenevano quindi al patrimonio artistico nazionale e non potevano essere né vendute, né restaurate, né spostate senza autorizzazione della Soprintendenza ma, dato che i quadri in realtà non esistevano più, il proprietario non aveva bisogno di permessi del genere.

Naturalmente il Professore respingeva senza eccezione le numerose richieste di prestito avanzate dagli organizzatori di mostre e, per giustificarsi, affermava di essere morbosamente geloso della sua collezione e di temere che la pubblicità attirasse l’interesse dei ladri.

Aveva fatto eseguire dall’amico di gioventù, Alceo Danti, divenuto un abile restauratore, copie perfettamente imitate dei pezzi più pregiati: i “falsi” venivano appesi nel grande salone delle feste quando, molto di rado, le porte della Torre si aprivano per ospitare invitati di riguardo, di solito pazienti del grande chirurgo. Del resto non c’era pericolo che star del cinema, ricchi industriali o noti politici si accorgessero dell’inganno.

Qualche tempo dopo l’acquisto del Carracci, in piena estate, si presentò al cancello del grande giardino che circondava la Torre una ragazza dall’aria sprovveduta, abbigliata come una delle aborrite turiste che affollavano le vicine località balneari. Al videocitofono dichiarò di essere la dottoressa Biondi della Soprintendenza ed il Professore, incuriosito, decise di riceverla. L’inattesa ospite venne accolta in un salottino adiacente allo studio: le pareti erano ricoperte di quadri, opere minori che il proprietario considerava graziose decorazioni, poco più che una bella tappezzeria.

La ragazza, notò Rocchi, non era solo malvestita: aveva un volto asimmetrico, occhi piccoli e di diversa grandezza, orecchie disallineate e sporgenti, setto nasale deviato a destra. Una faccia cubista.
“Fino ad ora ho avuto rapporti solo con il dottor Filastò, – disse il Professore, tanto per avviare una conversazione – una persona veramente squisita, un signore d’altri tempi, colto ed elegante” aggiunse con l’intenzione di dare una stoccatine alla sua ospite casual: l’abbigliamento informale andava bene per i sopralluoghi nelle pievi di campagna, ma quella era la dimora di un cittadino rispettabile, non l’eremo di Vattelapesca !

“Devo confessare – proseguì Rocchi –  che le sue visite di controllo erano rare e decisamente pro forma. Conservo con grande cura i quadri della mia collezione, utilizzo speciali teche climatizzate e mi affido ad un restauratore tra i migliori, Alceo Danti: Filastò diceva che nelle sale di un museo, affollate da orde di traspiranti turisti con le mani unte di pizzetta e patatine fritte, le opere d’arte non sono altrettanto tutelate ”.

“Il dott. Filastò ha avuto un problema di salute, un leggero ictus, ed è in congedo” disse la ragazza

“Però il Soprintendente doveva avvertirmi dell’avvicendamento – osservò con tono infastidito Rocchi – ma i burocrati, si sa, sono i primi a non rispettare le regole della burocrazia.”

“Beh, lo deve scusare, in questi giorni ha ben altro a cui pensare: domani si inaugura una mostra nella Galleria Nazionale. Io comunque ho preso servizio da una settimana e può considerarmi a tutti gli effetti come fossi Filastò – replicò la ragazza, estraendo dal suo zainetto un documento ufficiale con tanto di intestazione e timbri – Sa, questo è il mio primo incarico e voglio fare le cose per bene. Intanto le consegno l’elenco delle opere notificate che si trovano nella sua residenza. Riguardo alla collezione lei di certo è al corrente che può essere ceduta solo in blocco. Lo Stato ovviamente si riserva di esercitare il diritto di prelazione al prezzo dichiarato per la transazione.”

“Guardi che conosco perfettamente la normativa in materia e comunque non ho nessuna intenzione di vendere” esclamò Rocchi, scandalizzato all’idea che qualcuno vedesse in lui un semplice investitore, il tipo di collezionista che, di tanto in tanto, svecchia il “parco macchine” spostandosi su generi diversi, come si fa con i pacchetti azionari. Prese comunque il foglio che la funzionaria gli porgeva e sbirciò l’elenco dei quadri. Li conosceva bene, non uno si era salvato.

“Non si riscaldi, Professore, facevo per dire. Comunque ho intenzione di vedere la sua collezione, se non è troppo disturbo”

“Veramente conservo le opere in un caveau… le garantisco che i quadri dell’elenco stanno benissimo, ma preferirei non doverli tirare fuori apposta, per soddisfare una curiosità superflua: sono oltre quaranta…!”

“Non si tratta di curiosità, controllare è mio dovere. Ma le confesso che c’è di mezzo anche un motivo personale: sto preparando la mia tesi di dottorato sui Carracci e lei ha di recente comprato una straordinaria “Madonna col Bambino ed angelo musicante” di Annibale, un’opera mai pubblicata: per me, da sola, meriterebbe un viaggio, anche se fossi all’altro capo del mondo. In seguito tornerò con il fotografo della Soprintendenza per documentare lo stato della collezione…ad uso interno dell’Ufficio, s’intende”

“Beh, oggi non è possibile, domani è sabato…lei non lavora, immagino”

“Per me va benissimo anche domani, non si preoccupi, verrei anche il Primo Maggio o a Natale” rispose imperturbabile la dottoressa Biondi.

“Allora facciamo lunedì pomeriggio, sul tardi” replicò gelido Rocchi.

Il Professore, la sera stessa, mise in libertà il personale e convocò Alceo: insieme avrebbero “preparato” i quadri per l’ispezione. Domenica pomeriggio, ultimato il lavoro, accompagnò a casa l’amico e partì per la Costa Azzurra: all’improvviso aveva sentito la necessità di fare visita alla vecchia madre.

Lunedì, alle due del pomeriggio, il telegiornale locale si aprì con una drammatica notizia: a Villa la Torre, residenza del noto chirurgo delle dive Augusto Rocchi, durante la notte, si era sviluppato un violento incendio di origine quasi certamente dolosa. L’edificio in quel momento era fortunatamente disabitato ma, purtroppo, il sofisticato impianto di spegnimento non era entrato in funzione e si temeva quindi che la preziosa collezione Rocchi, una delle più importanti raccolte private del paese, fosse scomparsa tra le fiamme.

“Pare che il professor Rocchi, subisse da tempo pressioni e minacce da parte di un’organizzazione criminale straniera, desiderosa di prendere il controllo delle sue cliniche” aggiunse il giornalista in studio; intanto era partito il servizio e, sul video, scorrevano le immagini del luogo del disastro.

Le travi di legno dei solai, le capriate, la boiserie dei saloni avevano offerto un facile alimento alle fiamme: la Torre era ridotta ad un ammasso fumante di sassi e cenere.

In un angolo dell’inquadratura si notava una ragazza in lacrime e l’intervistatore, immaginando un qualche legame particolare della giovane con il padrone di casa, si precipitò ad intervistarla.
“Ecco una persona che forse può dirci qualcosa. Abitava nella villa, signorina? È parente del Professore? Sa qual è stata la dinamica del drammatico evento di questa notte?”
“Sono il funzionario della Soprintendenza competente per territorio – disse la dottoressa Biondi, tirando su per il naso – e non so nulla di questa storia della Mafia russa. Per valutare i danni al patrimonio artistico prodotti dall’incendio bisognerà aspettare il ritorno del Professor Rocchi, ma – aggiunse, soffiandosi rumorosamente con un fazzoletto di carta ormai spappolato dalle lacrime – quasi di sicuro la collezione è andata distrutta perché i quadri erano stati temporaneamente estratti dal caveau blindato”
“E perché non erano al sicuro?”
“Perché? Perché…nel tardo pomeriggio dovevo effettuare una revisione” disse la ragazza scoppiando in un pianto dirotto – ma io, io non potevo sapere…”

In quel momento superò il cancello della villa un’imponente mercedes blu: era l’affranto proprietario che tornava a casa. L’intervistatore si lanciò all’assalto della nuova e più succosa preda, abbandonando la povera ragazza in lacrime senza neppure attendere che terminasse di parlare.

“Vuole fare una dichiarazione, Professore? Siamo del “tg regionale!”
“Sì, certo. Ci tengo a dire che sono sconvolto da questo terribile evento: ovviamente mi riferisco alla perdita dei capolavori che erano conservati nella villa, non alla distruzione dell’edificio o al danno economico che è, comunque, ingente. Però io non mi lascio abbattere dalle disgrazie: sono abituato a lottare e ricostruirò la mia raccolta, ma all’estero: penso di trasferirmi definitivamente negli Stati Uniti, un paese civile dove i collezionisti sono considerati benefattori e non usurpatori di beni appartenenti alla collettività. Se quella là – aggiunse puntando il dito in direzione della piangente dottoressa Biondi – non avesse preteso di vedere i miei quadri, e sottolineo “miei”, probabilmente il patrimonio artistico del nostro paese non avrebbe subito un così grave danno!”.

Il professor Rocchi appariva indignato ma, in cuor suo, gioiva. Alceo se la cavava davvero bene con le sostanze chimiche: l’incendio aveva prodotto effetti superiori alle aspettative e nessuno avrebbe potuto attribuire a qualcosa di diverso dal fuoco la distruzione delle tele. Mentre guardava le rovine della sua Torre il Professore si ricordò che anche Jack lo Squartatore non era stato mai scoperto e questo pensiero, chi sa perché, lo riempì d’allegria.

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Rosanna Bogo

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Delitto senza castigo in pdf

Delitto senza castigo

Si è conclusa, la settimana scorsa, la pubblicazione del racconto a puntate “Delitto senza castigo” di errebi. Adesso potete scaricare tutto il curioso mini-romanzo e-pistolare, in formato pdf, da qui o dall’area download, nella parte destra del video.

Al solito, un commento su questo impegno ci farebbe piacere.

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admin

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In direzione contraria

Einbahnstraße

Oggi è il 16 novembre 1988, tra pochi giorni sarà il mio compleanno. Il mio sogno più grande è riabbracciare mio padre. L’ultima volta che l’ho visto era l’anno scorso, il giorno del mio quindicesimo anno, e stava scappando. Mio padre è ricercato dalla polizia, non so di che cosa sia stato accusato, ma ricordo che sette o otto anni fa, mentre mi stavo coricando, lui è venuto e mi ha raccontato che doveva andare via, che si sarebbe trasferito a Berlino Est. Mi raccontò che avrebbe voluto portarci tutti con sé, ma non era possibile.

La mattina dopo, andando in cucina per fare colazione, io e mia sorella trovammo nostra madre che piangeva e teneva in braccio la lavagnetta su cui scriviamo ogni volta le cose che dobbiamo comprare. E sulla lavagnetta la scritta: “vi amo tutti”.

Da quel giorno, sono riuscito a rivederlo soltanto per i nostri compleanni: il 20 novembre il mio, il 5 agosto mia sorella e il 27 marzo mia madre. Il 15 dicembre, invece, è il compleanno di mio padre e mi piacerebbe potergli fare lo stesso regalo e andarlo a trovare. Fino allo scorso anno veniva a trovarci tre volte l’anno e stava con noi quattro o cinque giorni. Quest’anno, invece, non è riuscito a venire né per il compleanno di mamma, né per quello di mia sorella. Ma nell’ultima lettera che ci ha scritto, mi ha rassicurato che sarebbe stato presente alla mia festa.

~

Mia madre è morta tre mesi fa. Qui a Berlino ovest ci dicono che oltre il muro la vita è terribilmente difficile e la gente muore di fame. Credo che la stessa propaganda venga fatta anche a Est, in senso contrario, ovviamente. E allora mi chiedo, che cosa c’è di diverso. Anche mia madre è morta di fame, di malattia. Una malattia che si chiama povertà! Quel muro divide questa città in due parti senza però riuscire a tenere lontano il dolore, la fame e la povertà. Io e mia sorella, adesso siamo completamente soli. Qui a Berlino Ovest non c’è più nulla per noi, l’unica cosa che c’è rimasto è provare ad attraversare il Muro. Qui c’è soltanto fame e solitudine. Dall’altra parte c’è nostro padre, c’è qualcuno che si occuperà di noi, e tutti e tre torneremo ad essere felici come tanti anni fa.

Ne avevamo discusso molto, con mia sorella. Erano tre mesi che ne parlavamo, da quando nostra madre era morta, ogni giorno cercavamo di capire che cosa dovevamo fare, se andare via dalla nostra casa o rimanere sperando in qualche generoso parente. Mia sorella era spaventata, io lo ero altrettanto. La solitudine di quelle quattro mura o il pericolo di quell’unico muro.

Alla fine avevamo deciso. Per questo motivo oggi siamo qua, io e mia sorella, la mano stretta nella mano, nascosti dietro il muro di una casa, pronti a superare quel confine con l’aiuto della notte. In televisione se ne vedono sempre molte persone che ci provano, alcuni morti, altri soccorsi dalle forze dell’ordine, ma tutti oltrepassano quel muro da est ad ovest. Noi questa notte lo supereremo in direzione contraria.

~

Purtroppo è finita come per tanti altri. Mia sorella è già lontana. Ho dovuta implorarla di fuggire, di correre da papà, di abbracciarlo anche da parte mia, prometterle che avrei abbracciato nostra madre.

Eccomi qui, i primi colpi mi hanno ferito alle gambe, e sono caduto a terra. Mia sorella si è girata e stava per tornare indietro, nonostante le mie grida di fuggire; poi la pallottola mortale che mi ha passato i polmoni. Ed ho avuto solo il tempo di vederla correre il più velocemente possibile verso quell’indirizzo scritto sulle lettere di nostro padre.

E’ l’8 novembre 1989 e tra qualche giorno avrei compiuto diciassette anni. Avrei voluto solo un regalo, riabbracciare mio padre. Invece sono sdraiato in questo selciato gelido, in una pozza di sangue. L’ultima pozza di sangue.


NOTA: Il 9 novembre 1989 le autorità della Germania dell’Est dettero ordine di abbattere il muro che divideva la città di Berlino nelle due zone di influenza, l’una dominata dalle forze occidentali, l’altra capitale di uno stato assoggettato al Patto di Varsavia e all’URSS.

Questo racconto è dedicato alle vittime di tutte le pazzie, di qualunque parte.

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Juan

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Libri che bruciano

Erano preziosi, i libri, e a disposizione dei pochi ricchi che se ne potevano permettere delle copie; averne poco meno di trecento, come il Don Ferrante di Manzoni, (lo ricordate?, una sorta di Folle dei libri…) nel ‘600 voleva dire avere una biblioteca molto grande e di notevole valore.
Che meraviglia avrà suscitato allora l’immensità della biblioteca di Alessandria, istituita un paio di secoli prima dell’era volgare, che di volumi si dice ne avesse quarantamila, e che rumore ne fece l’incendio e la perdita di così tante preziose rarità.

Non si poteva tacere, di questo evento nefasto, in un’opera che tracciava le linee principali della storia del mondo, dalla creazione al 1493, come fa Hartmann Schedel nella famosa Cronaca di Norimberga. Una pagina del libro, il verso del foglio XCII, è dedicata al racconto della storia della creazione e della fine della famosa biblioteca, ed è illustrata da una vivida incisione, che riporto qui sotto da una delle copie colorate a mano che ancora esistono.


Se fate una ricerca dell’immagine dell’incendio della biblioteca di Alessandria probabilmente troverete però, come è successo a me, questa immagine:

Nella parte alta ci sono tre soli, che si fa fatica a conciliare con l’immagine del rogo sottostante. Sono andato allora a cercare una copia digitale dell’opera, in latino, ed ho trovato che, in questo grande lista di fatti, santi, persone ed eventi celesti che è il Liber chronicarum, nella stessa pagina si parla prima dei tre soli che si dice comparvero all’orizzonte il giorno dopo la morte di Giulio Cesare (e che furono poi interpretati come profezia del manifestarsi sulla terra del Trino e Uno), poi della storia favolosa della Biblioteca di Alessandria e del suo incendio.
Ed è solo per risparmiare una incisione, realizzando cioè due immagini di due storie diverse in un unico blocco di legno, che si spiega la giustapposizione delle due rappresentazioni di due eventi ben distinti. Ma chi il latino probabilmente non lo sa, si limita a fare un taglia e incolla dell’immagine composita, etichettandola genericamente come “L’incendio della biblioteca”.

Qui la copia digitale di tutta la Cronaca, sfogliabile on-line o scaricabile (oltre 300 Mb) [via: Sienadgt].
Qui altre informazioni dettagliate e un’esaustiva raccolta di immagini anche in grande formato.

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Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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