fulmine-mare

Ultima scena del film, chiudo il player e spengo il pc. Prendo le chiavi di casa e mi dirigo alla porta. Questa sera stranamente non mi son spogliato, neanche le scarpe ho tolto, solitamente sostituite immediatamente al rientro in casa dalle ciabatte.

Da fuori provengono i ruggiti di un temporale lontano, e il ticchettio della pioggia che poche ore prima componeva ritmi incessanti sulle tapparelle è per fortuna scomparso.

Prendo le chiavi, apro la porta che chiudo subito alle mie spalle. Sono fuori. Sono le 2 di notte. Un temporale illumina a tratti il cielo. I lampioni illuminano, più umilmente, strade deserte ed il mio camminare.

Sono uscito, e sono le 2 di notte. Cammino sotto i lampioni che illuminano inutilmente strade totalmente e ancora a lungo deserte.

La meta sembra al momento inesistente, ma percorro quelle strade e vialetti conosciuti così bene durante il giorno, ma mai visti coperti di un velo di assoluto nulla. Certo non ci sono ombre, non ci sono persone che le possano tracciare sull’asfalto. Non ci sono rumori, tranne il ruggito del temporale, le auto di corsa sulla statale distante qualche centinaio di metri, un raro treno notturno che passa svogliato la piccola stazione, come al solito ignorata.

Un gatto mi vede, mi osserva per qualche secondo indeciso sul proprio comportamento e poi forse terrorizzato da quell’umano solitario, fugge.

Adesso il mio passeggiare sembra aver trovato la sua meta, i miei passi mi conducono lentamente verso la spiaggia vuota. Il mare illuminato dai lampi è meraviglioso, questo fuoco d’artificio naturale che abbaglia qualunque cosa e la rende visibile e diversa, più spaventosa.

Mi tolgo le scarpe. Faccio qualche passo ancora, sulla sabbia. L’idea che ormai si è rivelata nella mia mente è di fare una bella passeggiata, all’ombra delle tenebre e illuminato dai lampi lontani. Ma poi il rumore delle onde, amplificato dal silenzio della spiaggia, l’oscurità delle nuvole illuminate da quel temporale che adesso non sembra più così lontano gettano un po’ di terrore nel mio animo. Così i pochi passi sulla spiaggia già vedono i loro gemelli e le mie gambe mi riportano verso le luci dei lampioni.

La sabbia, poi l’asfalto, infine la pietra serena del marciapiede. Le mie scarpe sono ancora nella mia mano e le orme bagnate tradiscono i miei piedi nudi. 100, 200 metri. Mi fermo ad una fontanina per togliere la sabbia rimasta ancora attaccata alla pianta dei miei piedi.

Le prime gocce d’acqua mi vedono correre per i vialetti, di nuovo con le scarpe e pronto per chiudere gli occhi nel mio letto.

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Juan