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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per ottobre 2009

Il folle dei libri

La passione per i libri può essere qualche volta maniacale e perciò apriamo la nostra galleria con una incisione, questa è colorata a mano, che rappresenta il folle dei libri, colui cioè che i libri li ha, li colleziona e li conserva, ma non trae dal loro contenuto il benché minimo giovamento; dal libro Das Narrenschiff (La Nave dei folli) di Sebastian Brant (1497).

Non si sa con certezza chi siano gli autori delle varie incisioni, per alcune si parla di Albrecht Durer, per altre di Matthias Grünewald.

Costituito da 2039 versi ottonari (*) in rima baciata scritti in dialetto alsaziano (!), il libro, pubblicato in decine di versioni e adattamenti, ebbe una notevole diffusione e fu un buon successo editoriale. Usando l’immagine della nave che salpa verso Mattagonia si potevano classificare i difetti umani secondo alcune categorie comuni, come il peccato d’intelletto e il peccato della volontà; l’intento era ovviamente satirico-morale.

Una galleria delle incisioni dal libro di Brant si trova qui.

Il volume completo da sfogliare o da scaricare (un incunabolo del 1494), con belle immagini a colori, dal sito dell’Università di Darmstadt, è qui.


 

(*) Se i versi ottonari non sono il vostro forte, non vi spaventate, sapete sicuramente di che si tratta:

“Quanto è bella giovinezza / che si fugge tuttavia”

oppure:

“Qui comincia l’avventura / del signor Bonaventura”

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fuchs

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PINAX – ovvero “La lettura nell’arte”

Li leggiamo, li conserviamo, qualche rara volta li prestiamo.

Se siete qui è perché vi piacciono; forse, come succede a noi, vi affascinano come oggetti, col loro odore, la loro pesantezza, le pagine ruvide o lisce, freschi di stampa o spiegazzati dalle letture, tenuti maniacalmente in ordine o buttati alla rinfusa dove capita.

In questa collezione ecco come hanno guardato ai libri, e ai loro lettori, artisti d’ogni dove e di tutti i tempi, incontrati dal vivo o sulle pagine del web; li abbiamo catturati con lo spirito di un entomologo per imbalsamarli a giustificazione e monumento della nostra passione.

Commenti, suggerimenti e link a vostre immagini preferite sono benvenuti: datevi una scrollata, non potete mica vivere solo una vita da lettori! Fate come noi, siate socievoli, mostrateci che, se anche amate il vizio solitario della lettura, avete piacere di comunicare con qualche altro vizioso par vostro. Senza vergogna: tra noi ci capiamo.

Allora cosa aspettate? Inviateci il vostro materiale a: pinax@scrivolo.it

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admin

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Lo spacciatore d’occhi

Un racconto di Giulia Riccò

spacciatore d'occhi
Il vicolo era mal illuminato e puzzava come una latrina.
Mi metteva a disagio. Quando entrai nel piccolo negozio mi sentii anche peggio.
Come c’ero finito in quella situazione?
Ah già. Era stata Nike.
Nike, lei era una di quelle che ti convincono, che quando le incontri non le puoi dimenticare.
La vidi la prima volta al pub del guercio qualche mese prima. Si sedette accanto a me come farebbe una vecchia amica e, dopo essersi presentata, cominciò a parlare liberamente.
Mi sentivo bene con lei accanto, anche se pensai che fosse un po’ strana. Non ci provai nemmeno, la confidenza che mi dava era quella che si danno due amici e non lasciava trapelare altro.

Non so come ma, alla terza pinta di birra, finimmo col parlare della visione che ognuno di noi aveva della vita.
Gli esposi le mie opinioni e lei mi ascoltò in silenzio. Aveva uno strano scintillio negli occhi e fu lì che mi accorsi che aveva un occhio viola e uno nero.

«Dovresti andare nel negozio del signor Foster» mi disse quando terminai. “Lui ti regalerebbe una visione del mondo più… sferica! Sei troppo estremista nelle tue idee, rammenta che ci sono diversi modi di vivere la vita. Per viverla intensamente intendo”.
Risi. “Cosa venderà mai questo magnifico Signor Foster per fare una meraviglia del genere” la schernii.
Lei rimase seria. Solo un piccolo e ambiguo sorriso sulle labbra. “Non posso svelartelo se ti va vacci, sta nel vicolo dei ciechi. Digli che ti mando io lui farà il resto.”
Prese un sottobicchiere e scrisse, con bella calligrafia, l’indirizzo, la parola sfera e con affetto Nike.
“Dagli questo, lui farà il resto.” disse infilandomi il sottobicchiere in tasca.

Non incontrai più Nike e non pensai più a questa storia. Almeno fino a questa mattina, quando ritrovai quel sottobicchiere. Lo rigirai a lungo tra le mani prima di decidermi. Mi vestii, lo infilai nella tasca della giacca e mi avviai a lavoro. Ci sarei andato una volta finito il servizio fotografico per il giornale, pensai.
E così, a sera andai in quel vicolo puzzolente, dentro quel negozio di chincaglieria grande quanto uno sgabuzzino.
“Buona sera posso aiutarla?” chiese una vocina dietro al bancone. Ebbi una sgradevole sensazione quando incrociai lo sguardo dell’ometto che aveva parlato. Aveva una faccia da topo e le mani ossute che sfregava con vigore. Gli occhi poi erano qualcosa di inquietante e ipnotico. Due pozzi neri senza fondo. Si poteva perdere il senno a guardarli troppo a lungo.
“Ecco… io…” Balbettai agitato. “Veramente io non saprei. Nike mi ha dato questo e mi ha detto di dirle che mi manda lei.” Misi il sottobicchiere sul bancone per evitare un qualsiasi contatto fisico con quell’uomo.
Il sorriso che apparve sul volto del signor Foster era qualcosa di spaventoso, era come se il suo volto fosse stato tagliato da un coltello affilato.
“Molto beeeene!” disse con una cadenza fastidiosa. “Mi segua caro signor ?”
“Sullivan” Dissi mentre lo seguivo.
Non ricordo molto bene quello che accadde dopo. So solo che quando mi svegliai la testa mi pulsava fastidiosamente e Nike era al mio fianco.
“Ben svegliato” mi disse sorridendo. La trovai differente dall’ultima volta. Non so cosa fosse ma mi sembrava di vederla sotto una luce differente. Ebbi una fitta di dolore alla parte sinistra della testa.
“Cosa… cosa mi ha fatto?” Domandai guardandomi intorno. Ero sdraiato in una stanza completamente bianca, c’era odore di disinfettante e di incenso.
“Una piccola meraviglia” Disse dolcemente Nike. Si alzò e andò a versare in una tazza del liquido caldo. “Bevi, ti farà passare il dolore.” Disse porgendomi poi la tazza.
Passò un po di tempo e il dolore passò. Rimasi nella stanza ancora due giorni poi finalmente riuscii ad alzarmi.
Nike ogni tanto veniva a trovarmi per il resto del tempo restavo da solo.
Quando uscii mi accorsi che qualcosa era cambiato. Non riuscivo a definire cosa ma più mi guardavo attorno più mi accorgevo che sentivo le cose diversamente. Più che altro vedevo le cose diverse. Il negozio, che prima mi sembrava angusto e inquietante, ora lo vedevo come un piccolo gioiello di curiosità, lo stesso Signor Foster, che non avevo più visto da quella sera, mi sembrò meno inquietante, addirittura gentile. Passando davanti a uno specchio notai qualcosa. I miei occhi erano diversi. Il destro era come sempre ma il sinistro aveva un altro colore. Avevo un occhio grigio e uno nero. Guardai prima Nike e poi il signor Foster perplesso.
“Ma… ma cosa avete fatto?! Perché i miei occhi sono così?” Domandai leggermente spaventato.

“Non è nulla ragazzo mio” disse il signor Foster con tono pacato. “E’ solo una magia per farti vedere il mondo in più maniere. Diciamo che è la piccola magia dello spacciatore di occhi.”
Da allora non vidi mai più né Nike né il Signor Foster.
In compenso vidi molte più cose a cui un tempo sarei stato cieco.

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Delitto senza castigo – VI

scaffalecubosesta

Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Galba, questa volta sono davvero nei guai. Il commissario Lo Bue mi ha torchiato per ore: non crede alla mia versione dei fatti e ritiene che mi sia nascosto a Trequanda in attesa che la morte della zia venisse archiviata come incidente. Il notaio Grana ha strombazzato ai quattro venti la clausola contenuta nel testamento del nonno e quindi gli investigatori sospettano che io abbia incendiato Villa De Mause per impedire il matrimonio tra Lefteria e Girolamo ed ereditare così l’intero patrimonio di famiglia. Magari poi avrei trovato un modo per eliminare anche te. Sono cose da pazzi!
La verità è che, la sera dell’incendio, mi trovavo a casa in compagnia della mia fidanzata. Poco prima di mezzanotte, mentre guardavamo un film, tra noi è scoppiata all’improvviso una furiosa lite per un motivo che neppure ricordo, qualcosa riferito ai meriti di un’attrice, mi pare. In breve alle parole sono seguiti i fatti: la mia dolce metà ha iniziato un intenso lancio di soprammobili e, con mira micidiale, mi ha costretto a lasciare precipitosamente l’appartamento: fuggendo ho afferrato la giacca con i documenti e le chiavi della macchina, ma non ho avuto il tempo di prendere telefonino e computer.
Nel buio della notte ho guidato per ore lungo i viali della circonvallazione: non riuscivo a decidere se tornare a casa, andare in albergo o rifugiarmi fuori città. Per la prima volta in vita mia non mi sentivo un brillante giovanotto in cerca di nuove avventure, ma un uomo prigioniero di un’esistenza inutile, un collezionista di fallimenti sentimentali.
All’improvviso ho avvertito il bisogno di ritirarmi in un luogo isolato, per meditare senza distrazioni sul mio futuro. Troppa importanza avevo dato fino ad allora al piacere, alle allegre compagnie ed all’attimo presente: comprendevo che solo chiudendomi in me stesso e ripensando alla mia vita passata, avrei superato la drammatica crisi esistenziale in cui ero caduto.
Il capanno di Tirli, in stagione di caccia, non è il posto più tranquillo del mondo, così mi è venuta l’idea di rifugiarmi nel “buen retiro” di mio padre a Trequanda. Erano anni che non pensavo più alle mie vacanze in compagnia dei “figli dei fiori” ma, in un angolino del mio cuore, evidentemente si nascondeva una segreta nostalgia per quel luogo così legato alla mia infanzia.
La chiave della casa era in consegna all’affittuario dei terreni, un vecchio contadino che mi ha subito riconosciuto: si ricordava ancora che da bambino giocavo nell’aia con i suoi figli, oggi maturi padri di famiglia. Abita in un podere poco distante dal casale e sua moglie mi ha portato tutti i giorni uno spuntino casereccio ed una bordolese di ottimo vino locale: devo riconoscere che l’anziana coppia si è dimostrata veramente premurosa nei miei confronti ed è consolante, mio caro Galba, scoprire che la gentilezza non è ancora del tutto scomparsa da questo mondo!
Devo ammettere che rifugiarmi in quel vecchio rudere è stata un’ottima idea. La solitudine, la bellezza della natura, la vicinanza discreta di gente semplice, il silenzio, mi hanno rigenerato ed ora mi sento una persona diversa: è come se questa esperienza mi avesse guarito da una lunga malattia.
Forse la mia confusa idea dell’amore era nata proprio lì, a contatto con i giovani irrequieti e senza regole della Comune di mio padre, ed il destino voleva che in quello stesso luogo avvenisse la mia “conversione”.
Ora mi sento in grado di perdonare non solo il mio povero genitore, ma anche la sciagurata madre che mi ha abbandonato. Per tanti anni l’ho ingenuamente ritenuta vittima incolpevole della congenita stravaganza dei De Mause e, ora che conosco la verità, provo un grande sollievo. Come hai giustamente scritto, crescendo senza di lei non ho perso nulla.
Dopo quanto ti ho riferito sul mio stato d’animo, comprenderai che mantenermi in contatto con il mondo esterno era, nei passati giorni, l’ultima delle mie preoccupazioni: giuro che ignoravo la terribile disgrazia accaduta a Villa De Mause ed ovviamente non sapevo neppure di essere ricercato. Sono certo che almeno voi, cari cugini, mi crederete, Lo Bue invece sospetta che abbia progettato chi sa quale piano diabolico, nascondendomi poi negli anfratti delle Crete in attesa che le acque si calmassero. Per riflettere, mi ha detto, non occorre andare in un eremo così scomodo e lontano, basta prendere una camera in un albergo fuori mano ed appendere alla porta il cartellino “non disturbare”. Solo un latitante, a suo avviso, si rende irreperibile.
L’avvocato Vitale mi ha informato che, in forza del principio cui prodest?, al momento sono il principale indiziato nell’inchiesta: l’interesse economico pare sia un movente molto apprezzato dagli investigatori. Voi però sapete che ho sempre considerato i beni di famiglia tanto miei quanto vostri o, se fosse viva, della povera zia Lefteria.
Io un assassino! E pensare che la notte dell’omicidio ho rischiato di morire, colpito dai soprammobili lanciati dalla mia ex. Evidentemente non sono in grado di stabilire un rapporto normale con l’altro sesso: magari, senza saperlo, sono affetto da misoginia acuta come Girolamo e destinato a rimanere solo: vae soli!

Tuo Antiveduto

Da: galba.demause@unino.it
A: antiveduto.demause@libero.it

Caro Antiveduto, come diceva Dostojevski nessuno è innocente ma non posso, neppure per ipotesi, pensare che tu sia un assassino. E’ inconcepibile!
Se ti può consolare, l’avvocato Vitale si è premurato di rendere noto alle autorità di polizia il mio rifiuto di impalmare Lefteria e così anch’io ora appartengo al club dei sospettati: secondo Lo Bue detestavo la vittima e temevo che Girolamo mi costringesse a sposarla, quindi ho progettato di eliminare entrambi, magari con la tua complicità. Poi, immagino, ci saremmo divisi il bottino ballando sulla tomba dei nostri congiunti!
Il commissario deve avere l’acutezza visiva di una talpa per non accorgersi che tu sei un giovane generoso e disinteressato, incapace di fare male ad una mosca, mentre io… io sono solo un innocuo vecchio studioso che tutte le sere dice il rosario davanti alla foto della sua defunta moglie. Assassini noi? Ma figuriamoci!
Del resto Lo Bue sospetta persino dell’ottima Adelia: un’invalida in carrozzina incendiaria! Secondo la sua fantasiosa “ricostruzione” Adelia, da anni amante di Girolamo, avrebbe ucciso Lefteria per gelosia. L’impulso omicida si sarebbe scatenato quando mio fratello le ha ordinato di far incidere su un spilla le iniziali G ed L in un cuore, rivelando così di avere intenzione di impalmare quanto prima la sua ospite.
Ma io so bene che Girolamo non ha mai, neppure per un attimo, pensato di sposare nostra cugina e, riguardo al legame con Adelia, fatico ad immaginare il mio bisbetico fratello interessato a qualcosa privo di frontespizio: non escludo però che in gioventù i loro rapporti fossero più stretti, magari passionali, ma si tratta comunque di cose accadute in un passato remoto.
E poi non credo che la signorina Edelwaiz sia donna incline a compiere un gesto melodrammatico come uccidere per gelosia: alla sua età e per amore di Girolamo…Ma scherziamo?!
Pepos potrebbe confermare l’alibi di Adelia, pare abbiano trascorso insieme la sera dell’incendio giocando a carte ma, attualmente, il giovanotto è introvabile. Lo Bue non esclude che possa essere l’esecutore materiale del delitto progettato dalla sua benefattrice in carrozzina. Devo riconoscere che il nostro Maigret ha davvero una fervida immaginazione.
L’unico escluso dalla lista dei supposti colpevoli stilata dal commissario è Girolamo in quanto si è prodigato per salvare Lefteria, come testimoniano Ubaldo ed i pompieri, ma anche, aggiungerei, perché nell’incendio, ha rischiato di perdere la sua adorata biblioteca. Non occorre essere Sherlock Holmes per comprendere che un bibliofilo fanatico come mio fratello non utilizzerebbe mai il fuoco per commettere un omicidio in casa propria: ricorrerebbe ad altri metodi “accidentali” non pericolosi per i suoi amati libri, ad esempio farebbe precipitare la vittima per le scale oppure l’affogherebbe nella vasca o, considerato il carattere di Girolamo, le propinerebbe lentamente un veleno non rintracciabile per avere il piacere di vederla morire poco a poco.
Dunque, mio caro Antiveduto, consolati, non sei il solo innocente ingiustamente sospettato! Speriamo che la verità venga presto alla luce e la polizia trovi l’assassino, perché altrimenti temo che Lo Bue, per chiudere in tempi rapidi l’inchiesta, sceglierà il colpevole tra uno di noi due giocando a testa o croce.

Il tuo affezionato cugino e “complice” Galba.

Continua…

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Rosanna Bogo

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Passeggiata di mare

fulmine-mare

Ultima scena del film, chiudo il player e spengo il pc. Prendo le chiavi di casa e mi dirigo alla porta. Questa sera stranamente non mi son spogliato, neanche le scarpe ho tolto, solitamente sostituite immediatamente al rientro in casa dalle ciabatte.

Da fuori provengono i ruggiti di un temporale lontano, e il ticchettio della pioggia che poche ore prima componeva ritmi incessanti sulle tapparelle è per fortuna scomparso.

Prendo le chiavi, apro la porta che chiudo subito alle mie spalle. Sono fuori. Sono le 2 di notte. Un temporale illumina a tratti il cielo. I lampioni illuminano, più umilmente, strade deserte ed il mio camminare.

Sono uscito, e sono le 2 di notte. Cammino sotto i lampioni che illuminano inutilmente strade totalmente e ancora a lungo deserte.

La meta sembra al momento inesistente, ma percorro quelle strade e vialetti conosciuti così bene durante il giorno, ma mai visti coperti di un velo di assoluto nulla. Certo non ci sono ombre, non ci sono persone che le possano tracciare sull’asfalto. Non ci sono rumori, tranne il ruggito del temporale, le auto di corsa sulla statale distante qualche centinaio di metri, un raro treno notturno che passa svogliato la piccola stazione, come al solito ignorata.

Un gatto mi vede, mi osserva per qualche secondo indeciso sul proprio comportamento e poi forse terrorizzato da quell’umano solitario, fugge.

Adesso il mio passeggiare sembra aver trovato la sua meta, i miei passi mi conducono lentamente verso la spiaggia vuota. Il mare illuminato dai lampi è meraviglioso, questo fuoco d’artificio naturale che abbaglia qualunque cosa e la rende visibile e diversa, più spaventosa.

Mi tolgo le scarpe. Faccio qualche passo ancora, sulla sabbia. L’idea che ormai si è rivelata nella mia mente è di fare una bella passeggiata, all’ombra delle tenebre e illuminato dai lampi lontani. Ma poi il rumore delle onde, amplificato dal silenzio della spiaggia, l’oscurità delle nuvole illuminate da quel temporale che adesso non sembra più così lontano gettano un po’ di terrore nel mio animo. Così i pochi passi sulla spiaggia già vedono i loro gemelli e le mie gambe mi riportano verso le luci dei lampioni.

La sabbia, poi l’asfalto, infine la pietra serena del marciapiede. Le mie scarpe sono ancora nella mia mano e le orme bagnate tradiscono i miei piedi nudi. 100, 200 metri. Mi fermo ad una fontanina per togliere la sabbia rimasta ancora attaccata alla pianta dei miei piedi.

Le prime gocce d’acqua mi vedono correre per i vialetti, di nuovo con le scarpe e pronto per chiudere gli occhi nel mio letto.

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Juan

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Ai nostri lettori diamo anche le stelle

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Puoi già trovarvi il pdf con tutte le parti già pubblicate del “Delitto senza Castigo”, pronto da scaricare, stampare e leggere!

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admin

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Delitto senza castigo – V

scaffalecuboquinta


Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Galba, dopo aver trascorso una settimana di eremitaggio nel casale paterno di Trequanda, sono rientrato da qualche minuto nel mio appartamento e, solo ora, leggo nella posta elettronica il messaggio di Adelia che mi comunica la tragica morte di Lefteria. Che terribile notizia! Sai che mi è sempre mancata una figura materna e cominciavo davvero ad affezionarmi alla mia bizzarra zietta. E’ un vero miracolo che Girolamo e Ubaldo siano incolumi. Per i beni materiali perduti non c’è motivo di dispiacersi troppo, si possono sempre riparare o sostituire, solo la vita è davvero unica. Comunque un incidente del genere prima o poi doveva accadere: l’impianto elettrico della Villa era fatiscente ed anche un piccolo cortocircuito, con tutta la carta ammassata da Girolamo, era in grado di innescare un incendio. Ma chi poteva prevedere un esito così funesto!?
Ormai mezzanotte è passata da un pezzo, vado a dormire e, domani mattina, verrò a salutarvi di persona; poi mi recherò in Questura per spiegare al commissario che segue le indagini il motivo della mia lunga assenza. Adelia scrive che mi avete cercato nel capanno di Tirli ma, come ti ho detto, ho trascorso la passata settimana nel casale che mio padre aveva acquistato nei primi anni Settanta non lontano da Siena. Era la sede della sua “comune”, una specie di “casa famiglia” ante litteram che ospitava una colonia di svitati “figli dei fiori”.
Penso che ormai sarete al corrente del traumatico fallimento della mia ultima relazione sentimentale: quando sono partito ero depresso e desideravo stare solo, per questo non mi sono fatto vivo per così tanto tempo.  Nella casa di Trequanda, del resto, mancano corrente elettrica, telefono e televisione, è quasi un rudere ma, a dire il vero, anche ai bei tempi non aveva un aspetto migliore. Da bambino trascorrevo là le vacanze estive con il babbo e i suoi strani amici, era un vero spasso! Vivevamo come selvaggi, viaggiavamo su uno scassato maggiolone verde dipinto a margherite con la scritta “make love not war” e tutto il giorno cantavamo e ridevamo; i grandi naturalmente faceva anche altro, tipo amoreggiare e fumare spinelli; mi ricordo ancora che il mio gioco preferito era inseguire galline e lucertole. Che bei tempi!
Ora però comprendo le ragioni che hanno determinato la separazione dei miei genitori: una razionale donna del Nord dedita alla Scienza come la mamma non poteva sopportare a lungo l’anticonformismo esagerato del babbo, per questo è tornata nella natia Islanda, affidandomi alle cure del nonno Tommaso.
Penso che la storia della mia infanzia sarebbe davvero un bel soggetto per un romanzo: la generazione perduta dei “contestatori”. Ci farò un pensierino.
Ma, bando ai ricordi! in questo momento mi preme innanzi tutto chiarire la questione della mia supposta scomparsa: so di poter contare sulla vostra comprensione, ma non mi piace  affatto l’idea di passare, agli occhi di un estraneo come il commissario, per un gigolo insensibile alle disgrazie di famiglia!
A domani. Antiveduto.

Da: galba.demause@unino.it
A: antiveduto.demause@libero.it

Ricevere la tua e-mail, caro Antiveduto, mi ha davvero rincuorato. Eravamo tutti preoccupati per questa lunga assenza e cominciavamo a temere il peggio, magari un gesto estremo compiuto dopo la rottura con la tua fidanzata. Qualche giorno fa la signorina in questione mi ha inviato per posta le chiavi del tuo appartamento, senza una riga di spiegazione, ma il gesto era in sé eloquente. Intelligenti pauca!
Ovviamente a nessuno di noi è venuto in mente di cercarti nel casale di Trequanda, forse perché è un posto che non abbiamo mai frequentato. Quello era un “feudo” esclusivo di tuo padre, lo zio Tommaso lo definiva la Gomorra dei De Mause.
Quanto alla povera Lefteria, ormai riposa in pace e poco importa se non hai potuto partecipato al suo funerale, quello che conta è il sincero cordoglio che mostri di provare.
Naturalmente mi dispiace che la tua relazione si sia conclusa in modo così traumatico, ma sono lieto che questo ennesimo fallimento ti abbia fatto aprire gli occhi: non è mai troppo tardi per rimettersi in carreggiata! Del resto il ritiro spirituale è una pratica salutare raccomandata anche dalla Chiesa: solo tacitando il rumore del Mondo possiamo ascoltare la flebile voce della nostra coscienza.
Meditare è una medicina per l’anima ma, rimuginare sulle vicende dolorose della nostra vita, non serve a nulla: il passato è passato, credimi, e considera che il tuo sfortunato padre ha già pagato il fio della sua vita sregolata morendo in giovane età.
Francamente anch’io lo trovavo un tipo un po’ troppo originale, però non è colpa sua o dei “figli dei fiori” se sei cresciuto senza mamma: ti posso assicurare che tua madre Fiona amava la trasgressività non meno di Tommy: Era una ragazza anticonformista e, tuttavia, molto  ambiziosa: si trovava in Italia per condurre una serie di esperimenti nel campo della biologia marina, ma contava di ottenere, prima o poi, un importante incarico in un istituto scientifico islandese. Sognava una brillante carriera e, rispetto ai suoi obiettivi professionali, tutto il resto passava in secondo piano: per questo rifiutò con decisione le nozze riparatrici cavallerescamente proposte da tuo padre e quando, finalmente, ottenne l’agognata nomina, tornò in patria senza pensarci due volte.
Ormai sei abbastanza cresciuto per sapere la verità: tua madre ti ha abbandonato perché non rientravi nei suoi programmi. All’epoca appena camminavi e certo non ricordi come  fosti “affidato” alle cure del nonno: Fiona ti lasciò nel passeggino davanti alla porta di Villa De Mause senza neppure suonare il campanello. Per fortuna, poco dopo, arrivò mia moglie: era agosto, avevi in mano un biberon quasi vuoto ed al parasole era attaccato con una molletta da panni un biglietto che recitava “Vi lascio il piccolo. E’ tutto vostro, bacioni”. Davvero un lodevole esempio di nordica praticità!
Diamante piangeva sempre quando, in tua assenza, si parlava tra parenti del triste episodio. Da allora Fiona non diede più notizie di sé né chiese mai informazioni sul figlio che aveva così disinvoltamente “scaricato”.
Tommy, poverino, non sopportava neppure di sentire pronunciare il suo nome e noi, per delicatezza, la chiamavamo tutti “quella donna”;  solo tuo nonno, abituato dalla vita di cantiere ad evitare gli eufemismi, la definiva icasticamente “la vacca islandese”.
Anch’io sono rimasto orfano in tenera età e so per esperienza cosa significa crescere senza madre ma, stai certo, nel tuo caso non hai perso nulla.
Il tuo affezionato cugino Galba.

Continua…

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Rosanna Bogo

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Una vita spericolata

iniezione

La Laverda Jota 1000 rosso brillante faceva proprio una bella figura nel parcheggio: “Sembra una chioccia tra i pulcini” si disse Fred, ammirando la sua moto d’epoca circondata da tanti anonimi mezzi a due ruote.

In effetti, anche se era un modello del 1976, non sembrava una vecchia signora: quando era stata immatricolata i genitori di Fred andavano ancora alle medie, ma così ben tenuta, perfettamente a punto e cromata in tutti i particolari, sembrava nuova di trinca.

“Si vede però che è diversa dalle moto di oggi – pensò Fred, agganciando il casco al lucchetto – ha classe da vendere”.

Certo non pesava poco e mettere il cavalletto era un’impresa, ma al suo proprietario non difettavano i muscoli. Muscoli veri, ci teneva a precisare Fred, fatti trasportando mobili ed elettrodomestici, non in palestra con i pesi e ingozzando di nascosto anabolizzanti.

Lui non si vergognava, come tanti, di dire che lavorava con le mani, ma non era un semplice operaio: da ragazzo, aiutando lo zio falegname, aveva imparato a montare mobili e, in occasione del suo ventunesimo compleanno, il padre gli aveva regalato un furgone usato. Così, da quattro anni, faceva il padroncino e tutto il giorno girava per la città consegnando colli per conto di negozi e supermercati. Guadagnava bene, soprattutto grazie ai compensi extra che riceveva per il montaggio dei mobili: quando si trattava di viti ed incastri nessuno lo batteva,  era preciso, pulito, veloce e la sua opera suscitava sempre giudizi favorevoli.

Certo si era scelto un mestiere faticoso, ma almeno non aveva superiori o orari da rispettare: quello era il genere di vita che sognava fin da adolescente, si sentiva uno spirito libero e voleva essere in tutto e per tutto autonomo, nella vita come nel lavoro.

Per accontentare i clienti che, durante la settimana, sgobbavano per pagare le rate della cameretta o del frigorifero, accettava volentieri di consegnare anche la sera dopocena e nei festivi. Poi però spariva per un giorno o due, andava in vacanza, oppure dormiva fino a mezzogiorno: se aveva la “ragazza” si chiudeva nel suo monolocale per un “tour de force” dell’amore. Grazie a Dio non doveva rendere conto di sé a nessuno e non aveva bisogno del permesso del padrone, dei familiari o  della fidanzata per decidere cosa fare della sua vita.

Provava pena per certi compagni del calcetto, sposati e con figli, ed anche per gli amici più giovani con fidanzata al seguito, peggio di una moglie: gli sembravano già vecchi, uomini finiti pronti per la pensione. Di rado le loro donne tolleravano il possesso di una due ruote che non fosse un domestico “vespone”.  La moto è pericolosa, piagnucolavano, spaventate all’idea che un incidente le privasse del galletto che avevano appena messo in pentola.

Per un breve periodo aveva frequentato un gruppo di appassionati di moto d’epoca, tutti scapoli e di una certa età, ma quando girava in compagnia di quell’accolita di “easy riders” da commenda, codini imbiancati dall’età e schiene curvate dall’artrosi, si sentiva ridicolo: i motori erano rombanti, i centauri rimbambiti.

Così, ultimamente, usava la Laverda solo per brevi spostamenti in città o, d’estate, per rapide incursioni al mare. La sua Jota faceva anche 200 km all’ora e, a quella velocità, la costa non era lontana: un bagno e si tornava a casa in mezzo pomeriggio.

Naturalmente la moto rosso fuoco era anche il suo mezzo preferito per andare in discoteca. Casco nero, maglietta senza maniche con tatuaggio in bella vista, praticato però sulla parte alta del braccio per essere facilmente occultato in caso di necessità, quando arrivava nel parcheggio di un locale non passava mai inosservato.

Aveva un grande successo con le ragazze “no problem”, quelle che guardano l’uomo da capo a piedi prima di dire sì, ma poi non vogliono essere chiamate fidanzate e sembrano sempre contente. Le “occhialute”, così Fred, chiamava le femmine più esigenti, studentesse universitarie o impiegate, invece lo snobbavano: “mi evitano perché fiutano l’uomo che ama la libertà – si diceva Fred – capiscono che non sono il tipo che si fa mettere il guinzaglio. Almeno non prima dei quaranta.” E quaranta anni per Fred equivalevano all’anticamera delle pompe funebri. A quel punto poteva anche farsi una famiglia.

Tutto sommato si considerava fortunato: era un ragazzo sano, allegro e fornito di contante che si godeva la vita mantenendo però il giusto equilibrio tra lavoro e divertimento, senza fare male a nessuno. E poi non aveva vizi particolari, beveva il giusto e non si lasciava attrarre dalle droghe o dalle amicizie pericolose.

Quel giorno però Fred non aveva parcheggiato la sua Laverda vicino ad una discoteca o davanti alla spiaggia: l’edificio lì accanto era l’ospedale.

Doveva fare un controllo, un esame del sangue, niente di particolare: la cosa veramente preoccupante, si disse, era lasciare la Jota in un posto così malfamato, pieno di ladruncoli e teppisti, deficienti con la mania di rigare le carrozzerie e bucare le gomme. Per sicurezza tolse un pezzo del motore e lo chiuse nel portaoggetti. Si allontanò augurandosi di ritrovare la sua amata moto così come l’aveva, a malincuore, lasciata.

Si diresse verso il centro prelievi: sapeva dove si trovava perché, qualche mese prima, aveva fatto due o tre consegne, scrivanie, armadietti e scaffali comprati  in occasione di una ristrutturazione, ma non era mai stato quello che si dice un “utente” del servizio.

L’ultima volta che si era tolto il sangue aveva forse tredici anni ed era accompagnato dalla mamma: il padre aspettava in auto. Di quell’episodio infantile ricordava soprattutto la gioia provata per avere saltato un giorno di scuola. Non ricordava neppure il motivo dell’esame, forse una tonsillite ricorrente.
In effetti godeva di una salute più che buona, non prendeva mai neppure l’influenza, ed aveva deciso di farsi un controllo solo per scrupolo. Un dubbio, da un po’, lo tormentava…

Qualche giorno prima aveva incontrato per caso Marcello, un ragazzo simpatico con cui si vedeva, di tanto in tanto, in discoteca o al mare. L’amico non era l’allegrone spensierato di sempre, sembrava abbattuto, addirittura in lacrime, e Fred, curioso di scoprire la causa del cambiamento, aveva deciso di fermarsi per scambiare quattro chiacchiere.

“Ormai la depressione è un’epidemia – pensò, osservando l’occhio spento di Marcello – persino quelli che vanno in discoteca, se non si sbronzano, hanno la faccia da funerale”.

Ma il giovanotto non era depresso, aveva paura: “Sai, ti devo dire una cosa, se non la dico a qualcuno scoppio – borbottò dopo i soliti convenevoli – Ti ricordi Mari, la ragazza con cui stavo questa primavera?”

Fred non aveva idea di chi fosse, all’epoca, la donna dell’amico, ma disse la cosa più ovvia che gli venne in mente “E’ incinta?”. Tanti finiscono fregati così, pensò, e poi spingono il carrozzino con l’aria più felice del mondo e magari il pupo dentro non è neppure loro.

“Macché!” replicò irritato Marcello, come se Fred avesse detto una sciocchezza.

“E allora?”

“Beh, Mari ha detto che non stava bene ed era meglio se anch’io mi facevo controllare, sai – aggiunse a bassa voce – è positiva”.

“Roba da matti! E te lo dice pure!?”

“Poverina, anche a lei l’ha rifilata qualcuno. Invece ha fatto bene ad avvertirmi, è una brava ragazza. Queste cose si curano, se prese in tempo, però fanno davvero paura. Quando te lo comunicano ti senti impazzire. Roba da farsi frate”

“Già, ma la vita è tutta un rischio – replicò Fred – con la mia Laverda io corro anche a 200 all’ora e taglio le curve, se va bene, bene, se no, addio! Ti immagini che divertimento se, per prudenza, viaggiassi sempre a 50? E poi bisogna essere fatalisti, la vita senza rischio non ha gusto. Magari alla vecchina di cento anni che va a messa casca in testa un mattone ed uno che si butta dal quinto piano non si fa un graffio! Pensa a quelli che bevono, che fumano, che si drogano a tutto spiano! Tanto si muore solo quando arriva la nostra ora: guarda Mike Jagger, ancora saltella sul palcoscenico e ha l’età di mio nonno Francesco che a fatica cammina con il bastone. Lui non aveva vizi, ma si è beccato un ictus. Possiamo vivere o morire, ma non vivere a metà: ci vuole coraggio, solo i conigli sono felici nella tana”.

“Già, si fa presto a dire fatti coraggio! Sai, questa malattia magari non ti ammazza, però ti cambia comunque la vita: sei sempre sotto cura, fai di continuo esami e poi gli altri ti trattano come fossi radioattivo. E tu stesso hai paura di contagiare le persone care, i genitori, la sorella, i nipotini, la fidanzata, gli amici”

Fred cercava di dare una faccia all’ex ragazza di Marcello, ma il nome Mari gli suonava del tutto ignoto.
“Mari era la biondina che lavorava al Mac?” chiese per cercare un appiglio nella memoria.

“No, ma che bionda: è mora, con i capelli a caschetto, non ti ricordi? La ragazza che lavorava all’asilo! Pensa che l’hanno spostata alla Nettezza Urbana, povera Mariella”.

Fred all’improvviso si ricordò di Mariella, la moretta impiegata al Comune. Erano usciti insieme tre o quattro volte, all’inizio dell’estate, ma non l’aveva mai sentita chiamare Mari e non sapeva che fosse la donna di Marcello. Non disse nulla, magari in quel periodo i due si frequentavano ancora e cornuto, oltre che malato, era davvero un po’ troppo. Si salutarono cordialmente e Fred strinse la mano dell’amico con calore, per fargli capire che lui non aveva paura del contagio.

Nei giorni successivi Fred cercò di non pensare a Marcello e Mariella. Era un fatalista, un giocatore, e non aveva la sensazione di essere già al capolinea: fino ad allora tutto era andato per il verso giusto, perché mai la ruota doveva invertire il suo corso? alla fine però decise di chiedere un parere al medico di famiglia.

Il dottore non lo vedeva da anni, comprese a pieno la situazione e prescrisse, oltre al test richiesto, una serie completa di esami. Fred però non volle andare nel reparto di Malattie Infettive, gli sembrava di cattivo auspicio, quasi una morte annunciata, così decise di recarsi nel nuovo centro di prelievo unico, il CPU.

Questo era il motivo per cui, quella mattina, si trovava all’ospedale. Entrò con passo tranquillo nella sala d’attesa, si registrò, prese il numero di prenotazione e attese il suo turno, seduto in un angolo della sala. Per passare il tempo si mise a pensare alle consegne che doveva effettuare nel pomeriggio, alla prossima vacanza, al televisore che aveva portato il giorno prima a casa di un notaio, un cinema! “Magari per Natale me ne compro uno uguale, o più grande!”.

Dopo un po’ decise di mettersi a distanza di sicurezza da un giovane extracomunitario che tossiva con un po’ troppo impegno e, alzandosi, gettò uno sguardo nella sala per scegliere un nuovo posto: notò un gran numero di donne gravide, qualche signora di mezza età e poi tanti, troppi vecchietti agitati, impazienti di vedere comparire sul tabellone il loro numero. Avevano una fretta del diavolo, ma di andare dove, alle otto di mattina? Al massimo al cesso, se soffrivano di prostata o al “cipressino”, a fare terra da concime. Eppure lì c’era gente che davvero non aveva tempo da perdere, persone che dovevano andare a lavorare e magari, come nel suo caso, se non lavoravano non mangiavano perché sul loro conto, a fine mese, non veniva accreditata una pensione e neppure uno stipendio statale. Non era giusto fare la fila per lasciare posto a chi non aveva nulla da fare tutto il giorno se non sputare per terra o guardarsi la pancia che cresceva.

Fred cominciò a pensare che, per lui, ogni minuto trascorso lì dentro equivaleva ad un guadagno mancato, senza contare che, nel parcheggio incustodito, la sua amata Laverda era esposta al rischio di essere danneggiata o addirittura rubata: decise quindi di andarsene. In fondo chi se ne fregava dei risultati: rosso si vive, nero si muore, l’importante è non entrare nel meccanismo della malattia, diventando un invalido da compatire, e soffrire come un cane per poi arrivare ad un traguardo che è uguale per tutti,  il cimitero.

“Se sono sano – si disse – che ci faccio in questa sala di attesa con le gravide e gli arteriosclerotici? Se sono positivo niente problemi: mi schianto con la moto a duecento all’ora contro un muro e tanti saluti”. L’idea di  avere comunque un’uscita di sicurezza da quella ipotetica situazione penosa lo rassicurò.

Mentre stava quasi per andarsene, sul tabellone comparve il suo numero associato al “12”. Cambiò repentinamente idea ed entrò con decisione nel corridoio degli ambulatori.

Attraverso le porte aperte poteva sbirciare nelle stanze: erano cubicoli tutti uguali, privi di finestra e con una poltrona reclinabile, simile a quella del dentista. Trovò quasi subito lo stabbiolo numero 12. L’infermiera era carina, ma un po’ in carne. Portava un camice corto e pantaloni involontariamente aderenti.

Si dissero buongiorno e la ragazza lo invitò ad accomodarsi nella poltrona, poi si girò per armeggiare con provette ed adesivi. Sedere grosso, notò Fred, ma il bianco, si sa, non snellisce ed il neon è spietato.

La ragazza diede un’occhiata alla richiesta e prese da una scatola dei grossi occhiali, quindi indossò guanti spessi e si voltò: Fred, senza quasi pensare a ciò che diceva, esclamò con tono ironico “Hi, Lady Death” . L’infermiera rimase interdetta, ogni tanto capitava qualche paziente con problemi mentali, ma quel ragazzo, a prima vista, gli era sembrato normale. Fred si accorse di avere esagerato con la sua sbruffonata e cercò di giustificarsi:
“Sa, con tutta questa luce al neon e quegli occhiali mi ha fatto venire in mente le esecuzioni che fanno in America, una iniezione di veleno mortale e via…davanti ai parenti della vittima”

“Già, ma io sono un’infermiera, non il boia e poi dicono che la morte sia secca, quindi non mi somiglia affatto” rispose la ragazza, leggermente irritata.

Quella leggeva nella mente, si disse Fred, era la classica “occhialuta” che vuole dominare il maschio, il tipo di ragazza che pretende l’anello al terzo incontro e decide dove si va al mare a gennaio. Tra loro non poteva esistere feeling.

L’infermiera intanto si era seduta accanto alla poltrona del paziente, aveva legato al braccio di Fred il laccio e, sollevando la manica, aveva scoperto il suo tatuaggio destro: teschio e tibie con il motto “Death’s lover” in caratteri gotici.

“Lei ha proprio la fissa della “comare secca” – disse la ragazza, preparando qualcosa sul carrello accostato al muro – se avesse lavorato come me per un anno nel reparto oncologico capirebbe quanto è amabile la morte”. Aveva in mano la siringa ed era pronta ad infilarla nella vena di Fred.
“Stringa il pugno”, ordinò bruscamente.

Quando Fred aveva deciso di fare le analisi del sangue in realtà non si era soffermato a pensare con esattezza alla procedura del prelievo. Ovviamente sapeva che, per estrarre un liquido da un tubo, occorreva praticare un’apertura e lo strumento utilizzato, in questo caso, era un ago, un piccolo aggeggio appuntito che s’infilava nella vena, ma non aveva messo in conto l’effetto del luccichio metallico di quella minuscola lama: la fissò per un attimo e, all’improvviso, avvertì una grande debolezza, poi si sentì scivolare dalla sedia e, in un secondo, finì sdraiato sul  pavimento. Tutto divenne nero.

L’infermiera suonò il campanello d’allarme e nella stanza entrarono di corsa due colleghe. Intanto “Lady Death” aveva preso a schiaffeggiare il suo paziente e lo faceva con un’energia decisamente superiore al necessario.

“Stimolo lo sternocleidomastoideo?” disse una delle nuove arrivate, un’allieva che si divertiva ad usare i paroloni e le tecniche d’intervento che aveva appena imparato.

“Si, ma prima mettiti i guanti, forse è sieropositivo” replicò l’infermiera.

“Ecco, basta una parola su un pezzo di carta e sei un lebbroso – pensò Fred, che stava tornando lentamente cosciente – ma cos’è questo sternoche… supercalifragilistiespiralidoso, la parola magica di Mary Poppins?”

Un terribile dolore alla spalla destra rispose alla sua domanda. La nebbia ormai si diradava e Fred ebbe un sussulto.

“Lo vedi che è vivo, questo cagasotto!- disse la schiaffeggiatrice – aiutami a girarlo su un fianco. Vedi mai che vomita e si soffoca”

“Guarda che tatuaggio!” esclamò la seconda infermiera.

“Sì, proprio un tatuaggio da furbo, c’è scritto “l’amante della morte”! Vedrai che bacini ti darà la tua innamorata se ti sei beccato l’aids!” commentò acidamente la culona “occhialuta”.

“Già, a letto leoni e poi, all’ospedale, coglioni. Guarda nell’impegnativa come si chiama” ordinò la seconda infermiera all’allieva.

“Federico, Federico Lastri. Poverino, si sarà sentito male per la malattia” disse la giovane aspirante infermiera. “Chi sa se, oltre che sensibile, è pure carina” si chiese Fred: ormai era quasi completamente sveglio, tuttavia non aveva voglia di aprire gli occhi.

“Ma che male e male – ribatté Lady Death – all’inizio stava benissimo e faceva pure lo spiritoso, è svenuto quando ha visto l’ago. Forza Federico, sveglia, bello mio, su Federico, Federicooo!”: ovviamente, ogni volta che veniva chiamato il suo nome, partiva uno schiaffone terapeutico.

“Gli sollevo le gambe per la circolazione – disse la seconda infermiera – ma, guarda che schifo, il nostro Riccioli d’oro se l’è pure fatta addosso!” Le tre donne risero, sembravano le streghe di Macbeth intorno al paiolo. Fred non aveva letto Shakespeare e pensò solo che era in balia di tre carogne senza cuore. E magari era davvero un povero malato con pochi mesi di vita. Si vergognava come un cane così, nonostante fosse del tutto in sé, decise di fingersi ancora privo di conoscenza. Per fare un dispetto alle sue aguzzine avrebbe volentieri esalato in quell’istante l’ultimo respiro.

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Segnalibri Sant’Agostino

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Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

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