scaffalecuboquinta


Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Galba, dopo aver trascorso una settimana di eremitaggio nel casale paterno di Trequanda, sono rientrato da qualche minuto nel mio appartamento e, solo ora, leggo nella posta elettronica il messaggio di Adelia che mi comunica la tragica morte di Lefteria. Che terribile notizia! Sai che mi è sempre mancata una figura materna e cominciavo davvero ad affezionarmi alla mia bizzarra zietta. E’ un vero miracolo che Girolamo e Ubaldo siano incolumi. Per i beni materiali perduti non c’è motivo di dispiacersi troppo, si possono sempre riparare o sostituire, solo la vita è davvero unica. Comunque un incidente del genere prima o poi doveva accadere: l’impianto elettrico della Villa era fatiscente ed anche un piccolo cortocircuito, con tutta la carta ammassata da Girolamo, era in grado di innescare un incendio. Ma chi poteva prevedere un esito così funesto!?
Ormai mezzanotte è passata da un pezzo, vado a dormire e, domani mattina, verrò a salutarvi di persona; poi mi recherò in Questura per spiegare al commissario che segue le indagini il motivo della mia lunga assenza. Adelia scrive che mi avete cercato nel capanno di Tirli ma, come ti ho detto, ho trascorso la passata settimana nel casale che mio padre aveva acquistato nei primi anni Settanta non lontano da Siena. Era la sede della sua “comune”, una specie di “casa famiglia” ante litteram che ospitava una colonia di svitati “figli dei fiori”.
Penso che ormai sarete al corrente del traumatico fallimento della mia ultima relazione sentimentale: quando sono partito ero depresso e desideravo stare solo, per questo non mi sono fatto vivo per così tanto tempo.  Nella casa di Trequanda, del resto, mancano corrente elettrica, telefono e televisione, è quasi un rudere ma, a dire il vero, anche ai bei tempi non aveva un aspetto migliore. Da bambino trascorrevo là le vacanze estive con il babbo e i suoi strani amici, era un vero spasso! Vivevamo come selvaggi, viaggiavamo su uno scassato maggiolone verde dipinto a margherite con la scritta “make love not war” e tutto il giorno cantavamo e ridevamo; i grandi naturalmente faceva anche altro, tipo amoreggiare e fumare spinelli; mi ricordo ancora che il mio gioco preferito era inseguire galline e lucertole. Che bei tempi!
Ora però comprendo le ragioni che hanno determinato la separazione dei miei genitori: una razionale donna del Nord dedita alla Scienza come la mamma non poteva sopportare a lungo l’anticonformismo esagerato del babbo, per questo è tornata nella natia Islanda, affidandomi alle cure del nonno Tommaso.
Penso che la storia della mia infanzia sarebbe davvero un bel soggetto per un romanzo: la generazione perduta dei “contestatori”. Ci farò un pensierino.
Ma, bando ai ricordi! in questo momento mi preme innanzi tutto chiarire la questione della mia supposta scomparsa: so di poter contare sulla vostra comprensione, ma non mi piace  affatto l’idea di passare, agli occhi di un estraneo come il commissario, per un gigolo insensibile alle disgrazie di famiglia!
A domani. Antiveduto.

Da: galba.demause@unino.it
A: antiveduto.demause@libero.it

Ricevere la tua e-mail, caro Antiveduto, mi ha davvero rincuorato. Eravamo tutti preoccupati per questa lunga assenza e cominciavamo a temere il peggio, magari un gesto estremo compiuto dopo la rottura con la tua fidanzata. Qualche giorno fa la signorina in questione mi ha inviato per posta le chiavi del tuo appartamento, senza una riga di spiegazione, ma il gesto era in sé eloquente. Intelligenti pauca!
Ovviamente a nessuno di noi è venuto in mente di cercarti nel casale di Trequanda, forse perché è un posto che non abbiamo mai frequentato. Quello era un “feudo” esclusivo di tuo padre, lo zio Tommaso lo definiva la Gomorra dei De Mause.
Quanto alla povera Lefteria, ormai riposa in pace e poco importa se non hai potuto partecipato al suo funerale, quello che conta è il sincero cordoglio che mostri di provare.
Naturalmente mi dispiace che la tua relazione si sia conclusa in modo così traumatico, ma sono lieto che questo ennesimo fallimento ti abbia fatto aprire gli occhi: non è mai troppo tardi per rimettersi in carreggiata! Del resto il ritiro spirituale è una pratica salutare raccomandata anche dalla Chiesa: solo tacitando il rumore del Mondo possiamo ascoltare la flebile voce della nostra coscienza.
Meditare è una medicina per l’anima ma, rimuginare sulle vicende dolorose della nostra vita, non serve a nulla: il passato è passato, credimi, e considera che il tuo sfortunato padre ha già pagato il fio della sua vita sregolata morendo in giovane età.
Francamente anch’io lo trovavo un tipo un po’ troppo originale, però non è colpa sua o dei “figli dei fiori” se sei cresciuto senza mamma: ti posso assicurare che tua madre Fiona amava la trasgressività non meno di Tommy: Era una ragazza anticonformista e, tuttavia, molto  ambiziosa: si trovava in Italia per condurre una serie di esperimenti nel campo della biologia marina, ma contava di ottenere, prima o poi, un importante incarico in un istituto scientifico islandese. Sognava una brillante carriera e, rispetto ai suoi obiettivi professionali, tutto il resto passava in secondo piano: per questo rifiutò con decisione le nozze riparatrici cavallerescamente proposte da tuo padre e quando, finalmente, ottenne l’agognata nomina, tornò in patria senza pensarci due volte.
Ormai sei abbastanza cresciuto per sapere la verità: tua madre ti ha abbandonato perché non rientravi nei suoi programmi. All’epoca appena camminavi e certo non ricordi come  fosti “affidato” alle cure del nonno: Fiona ti lasciò nel passeggino davanti alla porta di Villa De Mause senza neppure suonare il campanello. Per fortuna, poco dopo, arrivò mia moglie: era agosto, avevi in mano un biberon quasi vuoto ed al parasole era attaccato con una molletta da panni un biglietto che recitava “Vi lascio il piccolo. E’ tutto vostro, bacioni”. Davvero un lodevole esempio di nordica praticità!
Diamante piangeva sempre quando, in tua assenza, si parlava tra parenti del triste episodio. Da allora Fiona non diede più notizie di sé né chiese mai informazioni sul figlio che aveva così disinvoltamente “scaricato”.
Tommy, poverino, non sopportava neppure di sentire pronunciare il suo nome e noi, per delicatezza, la chiamavamo tutti “quella donna”;  solo tuo nonno, abituato dalla vita di cantiere ad evitare gli eufemismi, la definiva icasticamente “la vacca islandese”.
Anch’io sono rimasto orfano in tenera età e so per esperienza cosa significa crescere senza madre ma, stai certo, nel tuo caso non hai perso nulla.
Il tuo affezionato cugino Galba.

Continua…

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Rosanna Bogo