Laverda 75 bn Il signor  L. percorreva spesso il tratto di strada tra la città di S. e la località sulla costa dove, tanti anni prima, era nato.

Guidare per ottanta chilometri attraverso colline e valli fino al mare lo annoiava, così, per distrarsi, portava con sé la sua macchina fotografica elettronica. Abbassava il vetro del finestrino e scattava foto, qua e là, senza neppure scendere dall’auto: lo scenario era sempre lo stesso, una distesa di boschi, qualche campo, pochi paesi e poi la grande pianura, un tempo paludosa ed ora trasformata dalla speculazione edilizia del XXI secolo in un colossale agriturismo. A volte però coglieva al volo un bel tramonto rosseggiante, un gioco di nuvole, un particolare scorcio di macchia e, quando era fortunato, riusciva persino a riprendere piccoli esemplari di fauna selvatica che gli attraversavano la strada, scoiattoli, fagiani, donnole, ma non aveva mai visto i daini ritratti nei numerosi cartelli di pericolo sparsi lungo il percorso e dubitava fortemente che nei dintorni vivessero davvero eleganti cervidi; da quelle parti, al massimo, si rischiava lo scontro con un prosaico cinghiale.

A due terzi del viaggio la strada attraversava una lunga gola dove il sole, anche d’estate, penetrava a fatica. Curve su curve si susseguivano per una decina di chilometri ed L. era costretto a ridurre la velocità, così, ogni volta, gli capitava di gettare un’occhiata distratta ai ruderi della vecchia miniera posta al centro della valle, senza pensare alla bava di ragno che lo legava a quel luogo.

Aveva trascorso la sua giovinezza in un paese di mare e non sapeva bene cosa fossero le strutture spettrali, ormai prive di forma e di funzione, che vedeva ai lati della strada. Non aveva neppure un’idea del cigolio prodotto dalla ruota che sollevava la gabbia dal fondo del pozzo, del soffio infernale della gigantesca ventola di aspirazione che succhiava l’aria mefitica dal dedalo delle gallerie, del rumore dei mulini che macinavano con enormi palle d’acciaio, giorno e notte, blocchi di roccia come fossero chicchi di grano; gli era ignoto il silenzioso volo delle paioline di una teleferica in corsa e non aveva mai visto un deposito di ‘sterile’ alto come una collina. In quel tratto di strada così tortuoso pensava soprattutto ai ciclisti e ai venditori di funghi che potevano sbucare all’improvviso dietro una curva.

Considerava gli sportivi su due ruote, con o senza motore, veri pericoli pubblici ed invidiava i fortunati cercatori con i loro panieri ricolmi di porcini e cucchi: in cuor suo avrebbe volentieri schiacciato gli uni e gli altri.

Quando finalmente rientrava a casa, si sedeva alla scrivania del suo studio e scaricava le foto sul computer. Sceglieva con cura le più gradevoli, le mostrava alla moglie e, qualche volta, le utilizzava come salva schermo.

Una sera, al ritorno da un viaggio fatto al crepuscolo, il signor L. si mise, come sempre, al computer per vedere le immagini che aveva catturato lungo la via: oltre ai soliti scatti, notò in un’inquadratura un ciclista che non ricordava di avere superato, un giovanotto vestito di tutto punto con un mezzo davvero antiquato, nero, senza cambio e con i freni a bacchetta. Come poteva non ricordare un tipo così bizzarro? Forse, si disse, era un turista, uno dei tanti Svizzeri con il pallino del buon selvaggio che vivevano in zona. Poi, scorrendo le immagini, notò anche una moto rosso fegato. Il guidatore era un uomo biondo con occhialoni da aviatore ed un giubbotto scuro, immortalato mentre si piegava su un lato come fosse a un gran premio. Ogni volta che, tra i tornanti di quella valle, incontrava un centauro così spericolato non mancava mai di imprecare contro di lui e tutti i suoi parenti, eppure non ricordava di averlo fatto, quella sera. Tornò di nuovo sulla foto del ciclista chiedendosi perché non l’avesse notato.

La moglie arrivò silenziosamente alle spalle di L. e sbirciò il video. Non le interessavano le immagini del viaggio, era nata sulle colline prima del mare e conosceva fin troppo bene quei posti, ma sapeva che il marito, ogni tanto, elaborava al computer vecchie foto trovate tra i documenti di famiglia: eliminava lacune e difetti, creava ex novo coppie di antenati, inseriva tocchi di colore  oppure accentuava l’ingiallimento e non era strano che, accanto a scatti recenti, sul video comparissero immagini che risalivano alla prima metà  del Novecento.

L. e la moglie spesso non erano in grado di dare un nome alle persone ritratte e, per gioco, si sfidavano ad individuare, tra tanti volti estranei, i tratti di un congiunto che ricordavano ormai adulto, se non vecchio, oppure tentavano di attribuire ai misteriosi ignoti l’identità di un parente di cui avevano sentito parlare nell’infanzia: un bambino mai cresciuto, un prozio morto molto prima della loro nascita.  Se gli sconosciuti si trovavano nelle raccolte di foto che avevano ereditato dalle rispettive famiglie, si dicevano, un motivo doveva esserci.

“Guarda – disse la moglie osservando la foto del presunto Svizzero – quella sullo sfondo è la locanda dove alloggiava mio padre quando, nel ‘32, ottenne il suo primo impiego come capo officina della miniera. All’epoca era un ragazzo, si vede bene che non può avere più di venti anni, e con quella bicicletta nera attraversava la valle fino ai ruderi sul fianco della collina: era lì l’impianto di lavorazione del minerale estratto dal vicino pozzo, la “laveria”. Chi non lo sa non potrebbe mai indovinare che quei pochi spunzoni metallici sono quanto resta di una gigantesca struttura industriale che ospitava un centinaio di operai. Ma da dove salta fuori questa vecchia foto, non l’ho mai vista! Hai fatto davvero un bel lavoro, sembra a colori, come fosse stata scattata ieri!”

Il sig. L. rabbrividì, ma non disse nulla. La moglie si ricordò all’improvviso perché era entrata nello studio del marito e, uscendo dalla stanza, aggiunse “A proposito, tra cinque minuti è pronto in tavola, vediamo se brucio i piselli in bianco per vedere le tue foto!”. Lo avvertiva sempre in anticipo perché non sopportava che la cena si freddasse.

Il sig. L. si ricordò che anche suo padre, nel dopoguerra, aveva lavorato in quella miniera, ma era già sposato e, terminato il suo turno di lavoro sotterraneo, tornava a casa, sulla costa. In moto. Preso da un dubbio angosciante selezionò la foto del centauro e la ingrandì, tanto che sul serbatoio della motocicletta riuscì a leggere la marca: Laverda. Davanti agli occhi gli comparve allora, nitida come se la vedesse in quel momento, una targhetta identica che, da bambino, aveva trovato in cantina, confusa con i pezzi di un vecchio motore. Gli sembrava di essere in un sogno, non sapeva che pensare; era sbalordito: ora sapeva chi era l’uomo biondo sulla moto.

La moglie intanto lo chiamava con insistenza. Il signor L. si alzò automaticamente per raggiungere la cucina. Seduto davanti al piatto fumante di minestra, ancora sconcertato dalle sue scoperte, L. taceva ma la moglie, incuriosita, gli chiese dove avesse trovato la foto del padre in bicicletta: rimase per un attimo senza parole, poi disse la prima cosa che gli passò per la testa, “in una scatola in cantina”, e si mise a rimescolare, pensoso, la minestra bollente.

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fuchs