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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per ottobre 2009

Letture devozionali – 1

Il calendario mi suggerisce di spostare l’attenzione sulla letture che si fanno, se devoti, in occasioni molto particolari della vita.
Il pittore fiammingo Rogier van der Weyden rappresenta, verso il 1450, in questo grande trittico, i sette sacramenti: dal Battesimo, sulla sinistra, all’Estrema Unzione (come si chiamava sino a poco tempo fa) sulla destra, imprigionando le singole scene nella viva realtà delle navate di una chiesa.

Nella pala di destra l’ultimo sacramento: il prete unge le mani del moribondo, sulla cui testa già aleggia l’angelo nero della morte.

Una donna, nella camera dove si svolge la scena, legge una qualche preghiera da un libro devozionale che tiene con gran cura appoggiato su un tessuto bianco, lavorato, per non sporcarne la preziosa copertina.

Anche la donna, della coppia che si intravede tra le colonne, nella pala centrale, tiene in mano un libro aperto, poggiato su un pizzo bianco.

Nella pala sinistra si vede invece chi torna dall’aver ricevuto la Confermazione (la Cresima) con in mano, chiuso, un libriccino evidentemente più comune e di minor valore.

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Delitto senza castigo – VIII

scaffalecuboottava


Da: carmine.lobue@ministerodegliinterni.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Gentile sig.na Edelwaiz,
mezzanotte è passata da un pezzo e le invio questa e-mail perché non mi pare il caso di spaventarla facendo squillare il telefono nel cuore della notte. Domani mattina però, appena alzata, potrà leggerà nella sua posta elettronica una buona notizia che la riguarda: un’ora fa Opak Pepos si è presentato in commissariato ed ha rilasciato una dichiarazione che conferma in pieno il suo alibi.
L’Opak infatti ricorda con sicurezza che la sera dell’incendio ha giocato a briscola con lei dalle nove a mezzanotte, vincendo complessivamente 12 euro e 50 centesimi. Inoltre, nel corso della serata, ha effettuato alcune telefonate in Albania che provano la sua presenza in casa Edelwaiz all’ora del delitto. Tra l’altro ha chiamato una stazione di polizia di quel paese, pare per chiedere ad un agente suo amico di inviargli i documenti necessari per ottenere un permesso di soggiorno turistico.
Dopo la morte di Lefteria, spaventato dalle indagini, il giovanotto si è prudentemente smarcato, ma poi ha deciso di tornare perché, cito dalle sue dichiarazioni a verbale, “solo un cane può fare questo a signorina Adelia”. E pare che dalle sue parti il cane sia considerato un animale particolarmente ignobile.
In fondo deve essere un bravo ragazzo, anche se ha qualche piccolo precedente. Ma alla sua età, lontano da casa, è facile farsi trascinare dalle cattive compagnie. Bisogna avere un po’ di pazienza! Comunque, cara signorina, non intendo trattenerlo in Questura: si affretti quindi a mettere un coperto in più a tavola!
P. S. Anche la questione della spilla è chiarita: il dr. Girolamo De Mause ha confermato di aver fatto credere alla vittima che il gioiello era un dono di suo fratello Galba. Per essere più convincente aveva persino unito al pacchetto un vecchio biglietto d’auguri con la firma del professore che, a tavola, ha mostrato a tutti i presenti, lei compresa. La G non stava dunque per Girolamo ma per Galba e questo, per quanto mi riguarda, fa del tutto cadere il movente della gelosia a suo carico. Ci tengo però a farle sapere che, in verità, non l’ho mai davvero sospettata: dopo tanti anni di onorata carriera so riconoscere a naso una persona onesta! Dr. Carmine Lo Bue

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: carmine.lobue@ministerodegliinterni.it

Caro dottor Lo Bue, lei mi rende veramente felice. La ringrazio per i complimenti, tuttavia non posso fare a meno di ricordarle che anche il professor Galba ed il giovane De Mause sono sospettati in base ad indizi che non tengono conto della loro provata onestà. Mi creda, conosco Antiveduto da quando aveva sei anni e so che è incapace di fare del male. Quanto al Professore è un uomo profondamente devoto che considera il denaro lo sterco del diavolo, figuriamoci se potrebbe uccidere per un’eredità! La prego, cerchi qualche nuova pista, far condannare un innocente non è forse peggio che lasciare libero un presunto colpevole? Adelia Edelwaiz

Da: carmine.lobue@ministerodegliinterni.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Signorina, il suo affetto per la famiglia De Mause è lodevole, ma la giustizia deve fare il suo corso e solo nei tribunali americani vale il principio del ragionevole dubbio.
Lei mi ha ripetuto in varie occasioni che il minore dei fratelli De Mause è l’uomo più gentile, devoto ed innocuo del mondo, odia la violenza ed è persino vegetariano, mi permetta però di farle notare che spesso i responsabili di reati di sangue più gravi sono proprio persone pacifiche che, in situazioni particolari, esplodono come vulcani inattivi da  secoli. E poi gli assassini non sono tenuti a mangiare le loro vittime.
A carico del Professore comunque non sussistono veri sospetti, però il suo alibi è debole perché la notte dell’incendio si trovava in casa da solo.
Diversa è la situazione di Antiveduto De Mause, il principale indiziato nell’inchiesta, già in stato di detenzione. Le sue dichiarazioni riguardo alla notte del delitto sono state smentite da vari testimoni, inoltre, dopo l’incendio, è sparito di circolazione per una settimana, nascondendosi come un colpevole, infine ha indubbiamente bisogno di denaro perché conduce un genere di vita dispendioso ed il matrimonio della vittima lo avrebbe ridotto quasi in miseria. Ho motivo di ritenere che, entro pochi giorni, il dottor Magistris lo rinvierà a giudizio per l’omicidio di Lefteria Tolos e, visti gli indizi e la mancanza di un alibi, temo sarà condannato.
Le informazioni che le riferisco sono ovviamente riservate, ma ho la sensazione che potrebbero finalmente convincerla a rivelarmi quei frammenti di verità che ancora mancano al mio puzzle. Nonostante tutto il giovane De Mause mi piace e, in tutta la mia carriera, non mi è mai accaduto di trovare simpatico un assassino. Il tempo però sta per scadere: la prego, dica tutta la verità e forse, con il suo aiuto, potrò scagionarlo e trovare il vero colpevole. Lo Bue

Da: galba.demause@unino.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Mia cara Adelia, sto ancora aspettando una risposta riguardo alla natura dei suoi rapporti con mio fratello. Ho cercato di ricavare qualche informazione da Girolamo, ma le mie domande lo hanno irritato a tal punto che ha preso baracca e burattini e se n’è andato.
Per le scale, mentre trascinava due valigie colme di libri, mi ha chiamato “Torquemada dei papiri”, ad alta voce, in modo che tutti i vicini sentissero, ed in strada l’ho sentito urlare che nel mio palazzo aveva sede la Santa Inquisizione. Chi sa cosa avranno pensato i passanti…
So che è rientrato con un taxi a Villa De Mause. Ubaldo e il Baluardi sono qui per portare via gli ultimi volumi della collezione rimasti nel mio appartamento e mi confermano che è deciso a rimanere nella villa, nonostante le stanze siano ancora annerite dal fumo e l’impianto elettrico non funzioni. Girolamo deve essere proprio impazzito.
Antiveduto mi ha scritto dal carcere: è disperato, povero ragazzo, bisogna assolutamente fare qualcosa per aiutarlo. Ma cosa?
Galba

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Professore, le posso garantire che non ho mai intrattenuto una relazione con suo fratello Girolamo: molti anni fa, lo ammetto, provavo un certo interesse per lui, ma i miei sentimenti non erano ricambiati. Siamo però legati da un segreto, una vicenda che credevo per sempre sepolta nel passato. All’epoca decidemmo che era meglio dimenticare, ma i recenti accadimenti mi hanno fatto cambiare parere.
Oggi ho consegnato al commissario Lo Bue le lettere anonime che, da qualche anno, arrivavano periodicamente allo Studio Bibliografico. Sono indirizzate personalmente al dottor Girolamo De Mause e provengono tutte dal Brasile: non contengono vere e proprie minacce, ma frasi tipo “Vergognati e sconta le tue colpe” oppure “Confessa e restituisci l’onore all’innocente”, a volte solo la parola “Pentiti”.  Suo fratello mi aveva ordinato di distruggerle, ma io le ho conservate quasi tutte e spero che mettano il commissario Lo Bue sulla pista giusta. E’ la sola cosa che, al momento, posso fare per aiutare il nostro Antiveduto. Adelia

Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Adelia, hai deciso di rovinarmi? Il commissario Lo Bue mi ha interrogato riguardo alle lettere minatorie che tu, contravvenendo ad un mio preciso ordine, hai conservato. Si sta avvicinando al nostro segreto e se scoprirà la faccenda dell’Istituto di Studi Medievali tutti e due passeremo dei guai. Questo non salverà Antiveduto e getterà altro fango sulla famiglia. Ricordati che non sei meno colpevole di me, anche se pensi che la tua invalidità sia una forma di espiazione. La legge però non ragiona con questa pseudologica tipicamente femminile e mette in galera la gente anche per molto meno, quindi nega, nega, nega sempre se mi ami ancora.
Girolamo

La prossima settimana l’ultima puntata
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Rosanna Bogo

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Donne che leggono – 1

La lettura si fa in qualunque ambiente ci si trovi e a qualunque classe sociale si appartenga. Si può immaginare che i contenuti siano diversi, ma sia la ragazza semi nuda, soggetto del polacco Wojciech Weiss (1875-1950) che la suora, di Enrico Coleman (1846-1911), sembrano molto prese da quanto stanno leggendo.
La ragazza qui sotto è più spontanea, il mondo intorno a lei non esiste più; la suora invece è in posa per il pittore, appoggiata alla savonarola. [Non vi sembra che l’angelo alle sue spalle stia sbirciando il libro?]


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Dolcetto o scherzetto?

fantasmaFrank Canesciolto era un vero delinquente, entrava ed usciva dalla galera come andasse in vacanza e fuori, ad attenderlo, trovava sempre Rosy, la sua donna.

Andavano d’amore e d’accordo anche perché Rosy non osava mai contraddire Frank e la convivenza, di solito, era troppo breve per far nascere veri contrasti. Dopo quattro o cinque mesi Frank finiva di nuovo dietro le sbarre e, per passare il tempo, scriveva struggenti lettere romantiche alla sua donna.

Lu, il fratello di Rosy, cercava di convincere la ragazza a lasciare quel poco di buono di Canesciolto, ma lei era pazza di Frank e, quando leggeva le sue appassionate parole d’amore, dimenticava i lunghi mesi che doveva trascorrere da sola, lavorando in una tavola calda da mattina a sera per mantenersi e pagare l’avvocato del suo uomo.

Dopo l’ennesima vacanza al fresco Frank trovò ad attenderlo una sorpresa: Rosy si presentò al cancello del carcere con in braccio un fagotto: dentro si intravedevano le manine ed il faccino rosso di un neonato. Frank rimase di sale: la seconda cosa che detestava, dopo i piedipiatti, erano i bambini!

“Si chiama Frank Luis, è carino, vero?” disse Rosy spostando un po’ la copertina.

Il neo padre non disse nulla, ma tra sé pensò: “Ovvio, è mio e deve chiamarsi come me, però che c’entra il nome del fratello? Magari sarà lui a fargli da padre, quando sono in galera. O forse pensa che tra un po’ mi faranno fuori”

A casa Frank continuò ad ignorare il figlio ma la notte, quando fu svegliato dal suo pianto, andò su tutte le furie.

“Al gabbio non potevo dormire perché i drogati si lamentavano e i matti davano di fuori, almeno nel mio letto voglio stare tranquillo!”

Rosy cercò di calmarlo e gli garantì che il bambino non lo avrebbe più disturbato.

“Poverino, piange perché ha le coliche, non è che lo fa per abitudine”

“Lui ha le coliche ma io ho il travaso di bile. E poi perché non mi hai avvertito che eri incinta? Lo sai che non mi piacciono i bambini, ne abbiamo già parlato. Niente ciucci, pannolini e piagnistei in casa mia! non mi interessa avere un erede. E poi, noi Bark, non siamo tagliati per fare i padri. Il mio vecchio mi picchiava tutti i giorni e a dieci anni già dovevo guadagnarmi da vivere rubando scatolette al super mercato. Vuoi che cresca così anche lui? E poi dici di volergli bene!”

Frank era bravo con le parole, faceva sembrare il suo odio per i bambini una specie di amore paterno sublimato: non voleva figli per evitare di farli soffrire.

Rosy lo conosceva bene e non gli aveva detto nulla proprio per impedire che la costringesse, con le buone o le cattive, ad abortire. Approfittando dei sei mesi che Frank si era beccato dopo l’ultimo furto aveva messo al mondo il suo bambino, sperando che di fronte ad un neonato già scodellato il cuore dell’uomo si sarebbe ammorbidito.

Ma Frank Canesciolto non aveva cuore: insistendo, gridando, minacciando, alla fine riuscì a convincere Rosy a dare via il piccolo.

“Vedrai, – le disse uscendo dall’Istituto dove avevano lasciato Frank Luis – lo daranno ad una famiglia di gente benestante, così avrà un padre di cui non vergognarsi. Farà una vita migliore lontano da me, andrà in una buona scuola, diventerà una persona rispettabile. E, quando sarà grande, di certo verrà a cercarti, così potrai vedere che avevo ragione. O preferisci che diventi Canesciolto junior?”

Rosy non gli rispose e, da quel momento, non parlò più del bambino.
Quando Lu venne a sapere dell’abbandono andò a casa della sorella per affrontare Frank: vennero alle mani ed il cognato lo buttò fuori  in malo modo

“Ringrazia Dio che sei il fratello di Rosy, altrimenti ti spaccherei il muso. Io faccio quello che voglio in casa mia e qui non devi più mettere piede”

“Sei un mostro, neppure di tuo figlio hai avuto pietà” replicò Lu.

Frank reagì all’offesa cercando di colpirlo, ma Rosy si mise in mezzo ed andò al tappeto. Come se niente fosse si rialzò e spinse il fratello fuori dalla porta, per evitare guai peggiori.
“Esci, esci, ti prego – gli disse – me la vedo io con lui”.

“Non volevo farti male”, disse Frank, quando rimasero soli. Era carogna, ma non tanto da picchiare una donna.

“Lo so, tu mi ami e ti comporti così per il mio bene. Sono io che non capisco” rispose Rosy.

Frank era realmente dispiaciuto, l’allontanamento del neonato sembrava una questione superata senza traumi ed ora quello stupido di Lu veniva a rigirare il coltello nella piaga. Ma di cosa s’impicciava?

Rosy andò a dormire. Frank rimase a guardare i programmi sportivi fino alle prime ore del mattino, scolandosi un paio di lattine di birra. Quando finalmente si decise ad entrare nella camera da letto vide che era vuota, il letto intatto, la camicia da notte posata sul cuscino. All’inizio rimase sbalordito, poi divenne furioso: “Quella brutta vacca non avrà osato abbandonarmi!” disse ad alta voce. Guardò nell’armadio: i vestiti di lei erano tutti lì, puliti e in ordine come sempre, di poco prezzo e non vistosi, perché Rosy era una brava ragazza ed aveva fatto un solo errore nella vita: mettersi con  Frank.

All’improvviso la rabbia si trasformò in angoscia: Frank corse verso il bagno: la porta era chiusa dall’interno. Con una spallata l’aprì e vide quello che temeva di vedere: la sua donna pendeva appesa alla doccia, si era impiccata con la cintura dell’accappatoio.

Frank passò davvero un brutto momento, Rosy era l’unico punto fermo della sua vita. Dopo la disgrazia perse persino la voglia di fare il delinquente: stava sempre in casa e viveva con i risparmi che la ragazza aveva nascosto nella loro “cassaforte”, un vano ricavato sotto il pavimento di legno. Di certo era denaro che lei aveva risparmiato e messo via pensando al futuro del piccolo Frank Luis.

Lu non riusciva a darsi pace: voleva vedere morto quel porco che aveva portato alla disperazione sua sorella. Era disposto a rovinarsi, anche se era una persona perbene e aveva una famiglia da mantenere.

Frank, intuendo le intenzioni del cognato, gli fece sapere, tramite comuni amici, che girava armato: se l’avesse visto nei dintorni, avrebbe sparato per primo.

Lu non era un criminale e non aveva mai usato una pistola in vita sua. Certo, a pochi centimetri di distanza avrebbe saputo colpire un bersaglio, ma avvicinarsi a Frank era pericoloso.

Mancavano pochi giorni ad Halloween ed anche i bambini del quartiere in cui viveva Frank erano in fermento: le mamme preparavano i costumi per la festa e disegnavano su apposite cartine gli itinerari da seguire.

Quando Frank era in galera la casa di Rosy veniva sempre inclusa nel giro. I vicini la consideravano, tutto sommato, una ragazza a posto, spesso la chiamavano come baby sitter o per qualche servizio domestico, ed i bambini, a loro volta, erano ben contenti di suonare alla sua porta, perché sapevano che avrebbero ricevuto doppia razione di dolci. Ma se il “delinquente” era a piede libero, si tenevano accuratamente alla larga: l’unica volta che alcuni ignari piccoli avevano osato pronunciare la frase “dolcetto o scherzetto” di fronte a Frank, erano stati cacciati a calci nel sedere e nessuno dei genitori aveva osato protestare.

Del resto, nei dintorni, tutti sapevano che Canesciolto detestava i bambini: i loro giochi lo infastidivano e spesso usciva in veranda urlando insulti per farli allontanare, bucava i palloni che trovava in  giardino e percorreva a velocità sostenuta i viali facendo di proposito il pelo ai piccoli in bicicletta o sui pattini.

Giunse finalmente la notte dei sortilegi ed il quartiere si riempì di fantasmini, scheletri e streghette: i bambini in maschera si aggiravano per le strade ridendo e Frank, per non sentire quelle fastidiose vocine, aveva alzato al massimo la televisione. Sdraiato sul divano guardava uno dei suoi film preferiti, “Bonny e Clyde”: quella sì che era una bella storia d’amore, con le sparatorie fatte come si deve! Al solito beveva birra e mangiava noccioline. Da quando Rosy non c’era più ed anche le riserve nel congelatore erano finite, quello era diventato il suo pasto quotidiano, integrato al massimo da una razione gigante di pop corn.

Mentre assisteva all’ennesima fuga della coppia diabolica, Frank sentì suonare alla porta. Per un attimo pensò alla polizia, ma negli ultimi tempi non aveva fatto proprio nulla di illegale, era stato un vero angelo! Si alzò di malavoglia e guardò nello spioncino: “Incredibile! – mormorò tra sé, sorpreso  – tre marmocchi mascherati da fantasmi hanno il fegato di venire a provocarmi con le loro scemenze di “dolcetto o scherzetto”. E dopo quello che mi è successo!”.

Per un attimo pensò di tornarsene sul divano e lasciare perdere, ma i mostriciattoli insistevano a suonare: si meritavano proprio una bella lezione. In fondo era un po’ che voleva scaricare su qualcuno la sua rabbia e quei tre rompiscatole arrivavano proprio a bomba: i loro sederini avrebbero assaggiato la suola delle sue scarpe!

Aprì la porta con una faccia da Jack lo Squartatore, ma i piccoli, vedendolo, non scapparono via.
“Sparite subito, rompiscatole – urlò Frank, stupito da tanta audacia – tornate da quelle baldracche delle vostre mamme o vi prendo a calci. Ve lo do io lo scherzetto!”. Mentre inveiva fece il gesto di allungare uno schiaffo al più vicino del gruppo, piegandosi un po’ in avanti: il piccolino, invece di indietreggiare, estrasse dal mantello un lungo coltello e lo piantò nella pancia di Frank, con forza.

L’uomo, si accasciò immediatamente: perdeva sangue in abbondanza e non riusciva neanche a lamentarsi. Il suo aggressore, approfittando della posizione prona, lo colpì di nuovo, alla gola. Ormai Frank era spacciato. Con l’aiuto dei compagni il piccolo assassino spostò il corpo all’interno della casa e, con una coperta presa dal divano, pulì il sangue sparso sulla soglia. Poi i tre se ne andarono, chiudendo con cura la porta. Chi sa quando qualcuno si sarebbe preoccupato di scoprire che fine avesse fatto Canesciolto?

Lu, la domenica successiva ad Halloween, portò al circo i figli e la moglie. Aveva quattro biglietti omaggio perché quello non era per lui un circo qualunque: con la bizzarra carovana dei Mendranos aveva girato il paese in lungo e largo, quando era un ragazzo, insieme a Rosy. Accudiva gli elefanti e le zebre, la sorella invece vendeva pop corn all’ingresso.

Mentre la famiglia prendeva posto sotto il tendone, Lu si recò a salutare i vecchi compagni di lavoro. Trovò subito la roulotte dei suoi amici più cari Ringo, Mad e Tony: i tre gli vennero incontro festanti, già con indosso i vestiti di scena.

“Non so come ringraziarvi – esclamò Lu – Ho portato un po’ di denaro… tutti i miei risparmi, ve li meritate davvero!”

“Ma via, non penserai che l’abbiamo fatto per denaro! – disse Ringo – Volevamo bene a Rosy, per noi era una sorella. Come potevamo permettere a quel verme di passarla liscia? Abbiamo fatto solo giustizia! E poi, tra compagni di carovana dobbiamo essere solidali, il circo è una grande famiglia, non lo sai?”.

“E voi siete davvero dei fratelli, anzi, più che fratelli. Vi voglio tanto bene!” rispose Lu e, uno per uno, sollevò da terra i suoi amici e li baciò in fronte.

“Su via, basta smancerie! è quasi ora di entrare in scena – disse Tony, asciugandosi con la manica una lacrima che scendeva lungo la gota – il celebre Trio dei Nani Lanciatori di Coltelli non può far aspettare il suo pubblico!”

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Noiosi da dormire – 1

Via, non negatelo, anche voi ogni tanto trovate dei libri che vi fanno dormire.
Come succede alla signora Newton (compagna e modella del pittore), ritratta qui dal Tissot (1836-1902) nel 1881.

O a questa vecchia, in un quadro del 1656, dai pennelli di Nicolaes Maes (1634-1693).

Perché non ci segnalate i libri più noiosi che vi sono capitati tra le mani?
Così eviteremo di comprarli e di perder tempo a leggerli. Aggiungeteli nei commenti.

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Il bibliotecario

Un racconto di Giovanni Graziano Manca

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Certo, solo qualche anno prima, mai avrebbe potuto credere che nella sua vita, almeno da un certo momento in poi, avrebbe fatto il bibliotecario. Mai, dati i suoi precedenti, ciò sarebbe potuto venire in mente a coloro che lo conoscevano, ai suoi famigliari, innanzi tutto, e poi a tutti quelli che, nel bene o nel male, in qualche momento della loro vita prima di allora, avevano avuto a che fare con lui. Nonostante avesse collezionato un numero di precedenti penali talmente esorbitante da potere, se solo avesse voluto togliersi questa soddisfazione, formare un elenco lungo quanto un treno merci, Carmelo aveva saldato ogni suo debito con la giustizia circa tre anni addietro. Da allora più nessun colpo di testa, da parte sua; era diventato un uomo tranquillo, cortese con tutti, riservato. La tracotanza e la spavalderia che era solito manifestare nei confronti degli altri non facevano più parte del suo modo di essere da molto tempo, ormai. Pare frequentasse anche una donna, Carmelo; tale Giuditta, che nelle sere d’estate aspettava che lui uscisse dal lavoro per la passeggiata serale con gelatino o con, ma solo ogni tanto, cenetta a due in spaghetteria.

Era quasi felice, insomma, e nonostante il lavoro fosse poco remunerato e non offrisse grandi garanzie per i suoi giorni a venire, sentiva di essere grato a quelli dell’associazione che gli avevano offerto l’opportunità di gestire la loro piccola biblioteca. Si vede che era destino, a volte ripeteva tra se, incredulo, Carmelo. Se ne era liberato per sempre, delle ombre perennemente e sinistramente proiettate sulla sua esistenza che gli impedivano di vivere il presente e anche solo di immaginare un futuro normale.

Se ne era liberato quasi completamente: il lavoro procedeva normalmente tra raccolte di poesia, romanzi, enciclopedie e dizionari, ordini da inoltrare e prestiti da richiamare, quando un giorno si presentò a Carmelo una di quelle persone che non si sarebbe mai aspettato di incontrare anche nella sua nuova vita, accompagnata da due giovani ceffi. Si trattava di Alfredo ‘Passepartout’, ai suoi tempi autorità assoluta di quel braccio della Casa circondariale che anche Carmelo conosceva bene e suo compagno di cella, per giunta. Il suo soprannome Alfredo lo doveva al talento che aveva sempre mostrato nell’aprire illecitamente qualsiasi tipo di chiusura, anche quelle a prova di bomba. Chi avesse osservato il bibliotecario in quei pochi attimi si sarebbe accorto subito che quella visita a sorpresa non lo faceva saltare di gioia. Gli ospiti avevano la giacca abbottonata. A Carmelo parve di notare in ognuno di loro un rigonfiamento all’altezza, grossomodo, della ascella sinistra, quindi concluse che i tre erano probabilmente armati.

Passepartout gli presentò i suoi amici poi sogghignando prese a fissarlo.

– Ecco qui il nostro libraio – disse.
– Bibliotecario, ora faccio il bibliotecario, Alfredo – precisò Carmelo, che ora cominciava a sentirsi veramente a disagio.
– Bibliotecario? Beh, comunque sia sono venuto a chiederti un favore. Un favore in nome della nostra vecchia amicizia, si intende, sono certo che non mi deluderai…
– Senti, Alfredo – attaccò Carmelo iniziando a cantilenare in tono semi implorante, aveva infatti ben intuito dove il suo interlocutore intendesse andare a parare con quell’incipit di discorso – io ormai sono fuori dal giro, mi sono rifatto una vita dopo aver sbagliato e pagato duramente, ma ora desidero solo vivere rettamente e, per quanto possibile, in modo sereno. Non voglio essere coinvolto in uno dei tuoi affari sporchi.

Alfredo si mise a osservarlo con quel suo sorriso straffottente. Poi, prima di scoppiare in una risata sonora, sgranò gli occhi e lo guardò come se di fronte a lui avesse improvvisamente preso forma un’astronave piena di luci rutilanti e da questa fosse sbarcato un marziano.

– Vivere rettamente? Affari sporchi? Ma di che vai blaterando, Carmelo? Anche io, in un certo senso, ho chiuso con la vecchia vita, anni fa. Poi scusa, ma cosa significa vivere rettamente? In quello che ti chiederò non c’è nulla, ma proprio niente di sporco, lo vedrai da te.

Carmelo avrebbe voluto ribattere, ma l’altro non gliene lasciò il tempo…

– Presto ti farò sapere – si sentì dire il bibliotecario. In un’ attimo, seguito a ruota dai due sgherri, Passepartout sgusciò fuori.

Passarono intere settimane senza che del suo vecchio compagno di cella Carmelo avesse notizia. Intanto continuava a rodersi divorato dall’ansia. In biblioteca lo si vide molto distratto, in quei giorni. Arrivò a collocare Lovecraft nello stesso scaffale che ospitava i filosofi tedeschi e a sistemare quella vecchia biografia di Marlon Brando appena resa accanto all’Enciclopedia Britannica.

Una mattina di sabato il quotidiano locale pubblicò la notizia, del tutto inaspettata per Carmelo, della morte di Alfredo. Il bibliotecario lesse il trafiletto intorno a mezzogiorno. La notizia, che lui fifone com’era subito iniziò, chissà perché poi, a immaginare gravida di implicazioni negative anche per se stesso, gli fece passare la fame. In fondo aveva conosciuto Alfredo come il tipo generoso, schietto e sincero che anche con lui si era sempre comportato da amico. In carcere Alfredo fungeva da Cassa Previdenza che beneficiava famiglie di amici avanzi di galera come lui quando questi disgraziatamente venivano a mancare senza aver potuto lasciare qualcosa ai propri figli. Alfredo, insomma, aiutava tutti quando poteva e tutti lo ricambiavano portandogli il rispetto che si deve ai benefattori e mettendosi a sua disposizione per ogni evenienza…

Secondo quanto si diceva sul giornale Alfredo, che dopo il carcere, non molto tempo prima, aveva rilevato una attività commerciale molto redditizia con risorse di cui gli inquirenti non erano mai riusciti a spiegare la provenienza e conduceva una esistenza torbida e una vita sociale animata dalle solite frequentazioni, era morto improvvisamente in un incidente d’auto, insieme a due dei suoi collaboratori più fidati. Collaboratori fidati. Carmelo diede irrazionalmente per scontato che si trattava degli scagnozzi che avevano accompagnato Passepartout il giorno della sua visita in biblioteca, anche se il loro necrologio non era accompagnato da alcuna foto.

Passati appena due giorni il bibliotecario si vide recapitare un pacco spedito, così risultava dalle annotazioni del postino, alcuni giorni prima della morte di Alfredo. Ebbe un presentimento; si rinchiuse nello sgabuzzino per non essere visto e scartò subito. Era una scatola di scarpe chiusa con lo spago; Carmelo lo slacciò immediatamente e aprì. Il suo cuore parve impazzire vedendo che la scatola era piena fino all’orlo di banconote di taglio diverso disposte molto ordinatamente. C’erano un mucchio di bei soldi, lì dentro, almeno un paio di annetti del suo magro stipendio di bibliotecario. Infilata di lato, poi, una lettera scritta su un foglio di blocco notes a quadretti. Era di Alfredo. Mentre cercava di decifrare il contenuto di quelle poche righe sgrammaticate e scritte con una calligrafia decisamente poco leggibile il suo cuore continuava a martellare.

Secondo le disposizioni di Passepartout Carmelo avrebbe dovuto consegnare i denari a Gerardo ‘Quattroruote’, campione nella organizzazione delle ricettazioni d’auto inattivo da parecchi mesi per una grave malattia, mentre lui avrebbe potuto tenere per se una certa somma a titolo di compenso per il servizio prestato. Alfredo chiudeva la lettera ringraziandolo per la cortesia e confidandogli di essersi rivolto a lui perché da un po’ di tempo sentiva sul collo il fiato degli investigatori che gli stavano continuamente alle calcagna. Lo pregava infine di distruggere quella lettera una volta che avesse preso nota della consegna da eseguire.

Nonostante si fosse impadronito di lui un vortice di sentimenti contrastanti per aver constatato che i suoi propositi di vita onesta se ne stavano andando a puttane e il sopraggiunto timore misto alla riprovazione nei confronti di se stesso per l’aver preso quella decisione infame, Carmelo tenne per sé tutto il denaro.

La mossa del bibliotecario, peraltro, non dovette risultare inaspettata se dopo un mese si ripresentarono in biblioteca, più vivi che mai, gli amici fidati del defunto Alfredo. Carmelo era stretto dietro il bancone e da lì non gli era possibile scappare come invece avrebbe voluto. Al comparire delle armi alzò le mani; lo freddarono con due colpi ciascuno e lo lasciarono lì, il volto devastato riverso in quella pozza alimentata dal suo stesso sangue che andava rapidamente allargandosi. Ai familiari neppure un centesimo dalla Cassa Previdenza…

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Delitto senza castigo – VII

scaffalecubosettima

Da: antiveduto.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro cugino, ti scrivo da dietro le sbarre del carcere mandamentale grazie alla complicità di un compagno di sventura che lavora nel “Call Center” della prigione.
La mia ex fidanzata, per vendicarsi dell’abbandono subito, nega la lite ed afferma che la notte dell’omicidio ha preso un potente sonnifero alle dieci di sera e quindi non può dire dove fossi alle undici, ora in cui è stato appiccato l’incendio. Anche i vicini sostengono di non avere sentito rumori o grida: detestano il mio vivace menage e, a loro avviso, meriterei di stare in galera a vita prescindendo dal delitto.
Con un movente convincente come l’interesse economico e senza uno straccio d’alibi, per il sostituto procuratore dottor Magistris è stato un gioco da ragazzi spiccare mandato di cattura nei miei confronti. Così ora mi trovo in cella, innocente!
P.S. Mandami al più presto qualche cambio di biancheria, scatolette di tonno e carne, biscotti e cioccolato. Ho già avuto un colloquio con Vitale. L’avvocato sostiene che non si può condannare un uomo accusato di omicidio sulla base di qualche indizio e di un presunto movente: evidentemente, nonostante frequenti da tanti anni le aule dei tribunali, è rimasto un inguaribile ottimista o, quantomeno, un pessimista poco informato.
Non tentare di contattarmi, mi farò vivo io tramite Vitale.
Tuo Antiveduto

Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, anch’io sono convinto che Antiveduto sia innocente, ma la sua posizione è compromessa. Lo Bue ormai lo ha incastrato: può dimostrare che aveva il mezzo, l’occasione e il motivo per incendiare la villa. Per il momento dispone solo di indizi, ma un “impianto accusatorio”, in certi casi, regge anche senza prove, soprattutto in mancanza di un alibi e di colpevoli alternativi.
Bisogna comunque ammettere che l’interesse è una molla determinante per le azioni umane, oltre che un movente più che convincente in sede di giudizio. Al riguardo il testamento dello zio Tommaso parlava chiaro: il matrimonio di Lefteria avrebbe diseredato Antiveduto.
Non dimentichi poi, cara Adelia, che anche noi abbiamo sofferto. La polizia ha razzolato nelle nostre vicende private con intollerabile indiscrezione, siamo stati interrogati per ore, la nostra vita è stata sconvolta dal sospetto e questo tormento avrà fine solo quando il responsabile del delitto verrà rinviato a giudizio. Sia chi sia.
Consideri però che l’eventuale condanna di Antiveduto potrebbe comportare la sua esclusione dalla successione per indegnità: in questo caso io e Galba entreremmo in possesso di tutto il patrimonio dello zio Tommaso e può essere certa che ne faremmo buon uso.
Immagini Villa De Mause tornata all’antico splendore, la mia collezione di libri antichi reintegrata, lo Studio Bibliografico ingrandito, magari con qualche nuovo dipendente, e Galba presidente di quella Fondazione di Studi Paleografici De Mause che ha sempre sognato di creare.
Ovviamente continueremmo a prenderci cura di Antiveduto: con il denaro si può rendere sopportabile anche la vita in carcere. Per lui sarà come soggiornare in un collegio molto severo, sul tipo di quello in Carinzia dove io e Galba abbiamo trascorso gran parte della nostra infanzia. Non è stata una passeggiata ma, come vede, siamo sopravvissuti!
A questo punto, mia cara Adelia, anch’io comincio a pensare che non tutto il male venga per nuocere.
Girolamo De Mause

Da: galba.demause@unino.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, mio fratello mi spaventa: da quando si è trasferito nel mio appartamento parla a vanvera; dopo l’arresto di Antiveduto, sembra quasi sollevato all’idea che il nostro parente più stretto sia condannato per omicidio.
Comincio a pensare che Girolamo potrebbe aver architettato un piano diabolico per eliminare contemporaneamente l’aspirante moglie ed il principale coerede. Perché quella sera Lefteria aveva bevuto più del solito? perché Ubaldo, uomo robusto ed intrepido, non si è arrampicato fino alla finestra della stanza per svegliare la dormiente? perché i pompieri sono arrivati con tanto ritardo? L’avidità potrebbe aver fatto passare in secondo piano il morboso amore per i libri di mio fratello…
Questi sospetti non mi fanno dormire e poi anche la storia della relazione sentimentale tra lei, cara Adelia, e Girolamo mi pare incredibile! Lui nega, ma il commissario Lo Bue sembra disporre di informazioni di prima mano. Probabilmente ha svolto indagini tra i dipendenti dell’Istituto di Studi Medievali.
Di certo è al corrente di quando e dove vi siete conosciuti ed ha cercato di ricavare qualche informazione anche da me. Io però ho sempre accuratamente evitato di occuparmi della vita privata di Girolamo: per quanto mi risulta trentacinque anni fa mio fratello era un giovane studioso e frequentava l’Istituto in cui lei lavorava come aiutante bibliotecaria. Quando, a seguito di una caduta, lei rimase paralizzata, Girolamo l’assunse come segretaria del suo Studio Bibliografico e dama di compagnia dello zio Tommaso, all’epoca, già in pensione: altro non so; tuttavia, considerato l’egoismo e l’insensibilità di mio fratello, questa storia non mi ha mai del tutto convinto e non mi stupisce che un estraneo, ignaro della guerra dichiarata da Girolamo al bel sesso, possa pensare ad un retroscena sentimentale. L’amore spiegherebbe tante cose, però Girolamo nelle vesti di Romeo non è proprio credibile! Ma visto che ora il coperchio del vaso di Pandora è stato sollevato, mi piacerebbe sapere la verità sui vostri rapporti. Attendo di ricevere i chiarimenti di cui lei mi riterrà meritevole e può essere certa che sarò, come sempre, custode geloso dei segreti altrui. Suo affezionato Galba

Continua…

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Rosanna Bogo

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Cristo e i dottori

C’è qualcosa di inquietante in questo quadro di Albrecht Dürer.

I dotti, che stanno disputando con Gesù, hanno aperti o a portata di mano dei gran libri e sono pronti ad utilizzarli per supportare le proprie tesi.
Nessuno dei personaggi guarda verso un altro: gli sguardi non si incrociano, come succede durante una discussione, per attirare l’attenzione dell’altro con cui si dibatte; solo il secondo personaggio a sinistra, sul fondo, sembra guardare noi negli occhi.
Gesù, poi, rappresentato rosso di capelli come succede spesso, in questa sua età giovanile non è ancora caratterizzato come genere, e questa sua ambiguità sessuale in mezzo a un gruppo di vecchioni è imbarazzante.
Non sfuggirà certo il gioco di mani e di dita, che enumerano o tengono pronte le pagine dei libri, e di queste mani Dürer aveva fatto anche alcuni studi preparatori:


Infine ecco una curiosità, un segnalibro, nel volume a sinistra, in primo piano: l’autore lo ha usato per segnarci la data, 1506, e la sua sigla, una D all’interno di una A.

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fuchs

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Dal finestrino

Laverda 75 bn Il signor  L. percorreva spesso il tratto di strada tra la città di S. e la località sulla costa dove, tanti anni prima, era nato.

Guidare per ottanta chilometri attraverso colline e valli fino al mare lo annoiava, così, per distrarsi, portava con sé la sua macchina fotografica elettronica. Abbassava il vetro del finestrino e scattava foto, qua e là, senza neppure scendere dall’auto: lo scenario era sempre lo stesso, una distesa di boschi, qualche campo, pochi paesi e poi la grande pianura, un tempo paludosa ed ora trasformata dalla speculazione edilizia del XXI secolo in un colossale agriturismo. A volte però coglieva al volo un bel tramonto rosseggiante, un gioco di nuvole, un particolare scorcio di macchia e, quando era fortunato, riusciva persino a riprendere piccoli esemplari di fauna selvatica che gli attraversavano la strada, scoiattoli, fagiani, donnole, ma non aveva mai visto i daini ritratti nei numerosi cartelli di pericolo sparsi lungo il percorso e dubitava fortemente che nei dintorni vivessero davvero eleganti cervidi; da quelle parti, al massimo, si rischiava lo scontro con un prosaico cinghiale.

A due terzi del viaggio la strada attraversava una lunga gola dove il sole, anche d’estate, penetrava a fatica. Curve su curve si susseguivano per una decina di chilometri ed L. era costretto a ridurre la velocità, così, ogni volta, gli capitava di gettare un’occhiata distratta ai ruderi della vecchia miniera posta al centro della valle, senza pensare alla bava di ragno che lo legava a quel luogo.

Aveva trascorso la sua giovinezza in un paese di mare e non sapeva bene cosa fossero le strutture spettrali, ormai prive di forma e di funzione, che vedeva ai lati della strada. Non aveva neppure un’idea del cigolio prodotto dalla ruota che sollevava la gabbia dal fondo del pozzo, del soffio infernale della gigantesca ventola di aspirazione che succhiava l’aria mefitica dal dedalo delle gallerie, del rumore dei mulini che macinavano con enormi palle d’acciaio, giorno e notte, blocchi di roccia come fossero chicchi di grano; gli era ignoto il silenzioso volo delle paioline di una teleferica in corsa e non aveva mai visto un deposito di ‘sterile’ alto come una collina. In quel tratto di strada così tortuoso pensava soprattutto ai ciclisti e ai venditori di funghi che potevano sbucare all’improvviso dietro una curva.

Considerava gli sportivi su due ruote, con o senza motore, veri pericoli pubblici ed invidiava i fortunati cercatori con i loro panieri ricolmi di porcini e cucchi: in cuor suo avrebbe volentieri schiacciato gli uni e gli altri.

Quando finalmente rientrava a casa, si sedeva alla scrivania del suo studio e scaricava le foto sul computer. Sceglieva con cura le più gradevoli, le mostrava alla moglie e, qualche volta, le utilizzava come salva schermo.

Una sera, al ritorno da un viaggio fatto al crepuscolo, il signor L. si mise, come sempre, al computer per vedere le immagini che aveva catturato lungo la via: oltre ai soliti scatti, notò in un’inquadratura un ciclista che non ricordava di avere superato, un giovanotto vestito di tutto punto con un mezzo davvero antiquato, nero, senza cambio e con i freni a bacchetta. Come poteva non ricordare un tipo così bizzarro? Forse, si disse, era un turista, uno dei tanti Svizzeri con il pallino del buon selvaggio che vivevano in zona. Poi, scorrendo le immagini, notò anche una moto rosso fegato. Il guidatore era un uomo biondo con occhialoni da aviatore ed un giubbotto scuro, immortalato mentre si piegava su un lato come fosse a un gran premio. Ogni volta che, tra i tornanti di quella valle, incontrava un centauro così spericolato non mancava mai di imprecare contro di lui e tutti i suoi parenti, eppure non ricordava di averlo fatto, quella sera. Tornò di nuovo sulla foto del ciclista chiedendosi perché non l’avesse notato.

La moglie arrivò silenziosamente alle spalle di L. e sbirciò il video. Non le interessavano le immagini del viaggio, era nata sulle colline prima del mare e conosceva fin troppo bene quei posti, ma sapeva che il marito, ogni tanto, elaborava al computer vecchie foto trovate tra i documenti di famiglia: eliminava lacune e difetti, creava ex novo coppie di antenati, inseriva tocchi di colore  oppure accentuava l’ingiallimento e non era strano che, accanto a scatti recenti, sul video comparissero immagini che risalivano alla prima metà  del Novecento.

L. e la moglie spesso non erano in grado di dare un nome alle persone ritratte e, per gioco, si sfidavano ad individuare, tra tanti volti estranei, i tratti di un congiunto che ricordavano ormai adulto, se non vecchio, oppure tentavano di attribuire ai misteriosi ignoti l’identità di un parente di cui avevano sentito parlare nell’infanzia: un bambino mai cresciuto, un prozio morto molto prima della loro nascita.  Se gli sconosciuti si trovavano nelle raccolte di foto che avevano ereditato dalle rispettive famiglie, si dicevano, un motivo doveva esserci.

“Guarda – disse la moglie osservando la foto del presunto Svizzero – quella sullo sfondo è la locanda dove alloggiava mio padre quando, nel ‘32, ottenne il suo primo impiego come capo officina della miniera. All’epoca era un ragazzo, si vede bene che non può avere più di venti anni, e con quella bicicletta nera attraversava la valle fino ai ruderi sul fianco della collina: era lì l’impianto di lavorazione del minerale estratto dal vicino pozzo, la “laveria”. Chi non lo sa non potrebbe mai indovinare che quei pochi spunzoni metallici sono quanto resta di una gigantesca struttura industriale che ospitava un centinaio di operai. Ma da dove salta fuori questa vecchia foto, non l’ho mai vista! Hai fatto davvero un bel lavoro, sembra a colori, come fosse stata scattata ieri!”

Il sig. L. rabbrividì, ma non disse nulla. La moglie si ricordò all’improvviso perché era entrata nello studio del marito e, uscendo dalla stanza, aggiunse “A proposito, tra cinque minuti è pronto in tavola, vediamo se brucio i piselli in bianco per vedere le tue foto!”. Lo avvertiva sempre in anticipo perché non sopportava che la cena si freddasse.

Il sig. L. si ricordò che anche suo padre, nel dopoguerra, aveva lavorato in quella miniera, ma era già sposato e, terminato il suo turno di lavoro sotterraneo, tornava a casa, sulla costa. In moto. Preso da un dubbio angosciante selezionò la foto del centauro e la ingrandì, tanto che sul serbatoio della motocicletta riuscì a leggere la marca: Laverda. Davanti agli occhi gli comparve allora, nitida come se la vedesse in quel momento, una targhetta identica che, da bambino, aveva trovato in cantina, confusa con i pezzi di un vecchio motore. Gli sembrava di essere in un sogno, non sapeva che pensare; era sbalordito: ora sapeva chi era l’uomo biondo sulla moto.

La moglie intanto lo chiamava con insistenza. Il signor L. si alzò automaticamente per raggiungere la cucina. Seduto davanti al piatto fumante di minestra, ancora sconcertato dalle sue scoperte, L. taceva ma la moglie, incuriosita, gli chiese dove avesse trovato la foto del padre in bicicletta: rimase per un attimo senza parole, poi disse la prima cosa che gli passò per la testa, “in una scatola in cantina”, e si mise a rimescolare, pensoso, la minestra bollente.

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E’ nata Pinax

Pinax - La lettura nell'arte
Scrivolo diventa anche Galleria di immagini, una galleria a modo nostro, s’intende.

Un paio di volte alla settimana vedremo come gli artisti hanno guardato al mondo dei libri e dei lettori, due mondi che ci appartengono e in cui ci muoviamo a nostro agio. Cercheremo cose viste di rado e aggiungeremo qualche nostro commento, certo non da esperti e qualche volta po’ sopra le righe.
 

Teneteci compagnia.

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot