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“Caporale, fanne entrare un altro”, il sergente si era girato verso la scrivania accanto alla porta, dove un dattilografo, sudaticcio e quasi calvo, stava lentamente compilando l’ennesima scheda di permesso di soggiorno.

Il caporale alzò la testa, smise per un attimo di scrivere e urlò “Il prossimo” verso il gruppetto di persone che stazionava, da ore, nel corridoio; riprese poi a scrivere, lo sguardo fisso sulle dita, per evitare di fare errori.

Il sergente fece per prendere una sigaretta dal pacchetto che aveva vicino alle matite, ma il pacchetto era vuoto; lo accartocciò nervosamente e lo buttò nel cestino.

“Dammi una sigaretta” si rivolse ad un subalterno che passava davanti alla sua scrivania con un fascio di carte; il soldato gli offrì di buona grazia il suo pacchetto, il sergente ne estrasse una sigaretta che si mise in bocca e accese subito; tirò un paio di boccate: la gola gli bruciava e non vedeva l’ora di scendere allo spaccio a bersi un paio di birre ghiacciate.

Il sergente svuotò il posacenere, pieno, nel cestino; uno sbuffo di cenere uscì dalla griglia metallica e si sparse sulle mattonelle rosse e lucide. Disse a denti stretti una parolaccia, poi dette ancora un tiro alla sigaretta, alla fine alzò gli occhi verso il nuovo venuto che da un po’ stava in piedi davanti a lui, porgendogli una cartella marroncina che conteneva alcune schede compilate dall’addetto all’ufficio di prima accoglienza.

Il sergente prese la cartellina,  la poggiò sulla scrivania, aprendola, e fece un gesto con la mano verso l’uomo, perché si sedesse lì, davanti a lui, sulla sedia di legno, una volta  gialla ma ormai quasi completamente sverniciata dal continuo passaggio di ‘ospiti’.

“Eccone un altro di lì” si disse, appena lette le prime righe della scheda. “Ma devono venire proprio tutti qui da noi?” Alzò lo sguardo verso l’uomo. “Anche i vecchi arrivano, adesso” giudicò che avesse almeno sessant’anni. Controllò la carte, sì, aveva sbagliato di poco, sessantuno anni. Diede un’occhiata alla foto-tessera che accompagnava la scheda anagrafica e poi guardò l’uomo in faccia.

“Ma vedi questo”, si disse. Pochi, radi capelli ancora in parte neri, ben sbarbato, con la pelle sotto il naso bianca, bianca: aveva portato i baffi fino a poco tempo prima e ora se li era fatti tagliare, evidentemente. La pelle del volto era flaccida, lo sguardo acuto. Il sergente tirò un’altra boccata dalla sigaretta.

L’uomo aveva indosso un bel cappotto, nuovo; le lunghe gambe accavallate mettevano in mostra pantaloni scuri dalla piega perfetta; le mani erano affusolate, le dita curate, i guanti di pelle in mano ne facevano un tipo insolito per il suo ufficio, abituato a gente di estrazione molto, molto più bassa.

“Sarà mica un finocchio, eh?” disse in gergo da caserma al caporale “Ora chiedono asilo anche i finocchi!” Il caporale rispose con un ghigno, lanciando una lunga occhiata di scherno verso l’uomo, che si era voltato a guardarlo come se aspettasse una sua reazione.

“No, non sono un finocchio, signore” disse l’uomo. Lo aveva capito nonostante il dialetto: il sergente rimase interdetto, fece cadere un po’ di cenere sulla pratica e si affrettò a soffiarla via, imbarazzato dalla risposta imprevista.

“Dunque, perché ha lasciato il suo paese e chiede asilo politico al nostro?” gli chiese, parlando lentamente, come era abituato a fare con i tanti che spesso non capivano e di cui non conosceva, né voleva conoscere, la lingua. Si accorse di aver usato, diversamente dal solito, un tono rispettoso e si sentì la gola secca; aspirò ancora dalla sigaretta.

“Lo sa”, rispose l’uomo, “la situazione nel mio paese è diventata insostenibile per noi; con la mia famiglia mi ero rifugiato prima in un paese confinante, poi abbiamo pensato di venire qui.”

“Perché?” “Perché avete già accettato molti miei connazionali, perché da voi c’è  libertà, c’è tolleranza”.

“Sì, la nostra lingua la sapete parlare, vediamo se la sapete leggere”. Gli porse il giornale che aveva sulla scrivania, aperto alla pagina sportiva. L’uomo lo guardò, interdetto. “Cos’è, non sapete leggere, allora? O non vi piace lo sport?” aggiunse ridacchiando.

L’uomo lo guardò diritto negli occhi, poi aprì il giornale, lo sfogliò, si fermò alla pagina culturale e si mise a leggere, con voce sonante. Aveva un accento marcato, ma non c’erano dubbi che sapesse leggere. Non lo ascoltò nemmeno, spense la sigaretta che ormai  era un mozzicone,  e si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno a cui chiederne un’altra.

“Bene, bene, può bastare” il sergente bloccò la lettura con un gesto della mano. L’uomo sfogliò di nuovo il giornale sino a ritrovare la pagina sportiva, lo ripiegò e glielo restituì.

“Adesso scriva quello che ha letto. Sa scrivere, vero?” La mano bianca, molliccia ma al tempo stesso nervosa, si infilò sotto il cappotto, cercò nella tasca interna della giacca e ne tirò fuori un astuccio di pelle, una specie di porta sigari; lo aprì ed estrasse una penna stilografica di cui svitò, con attenzione, il cappuccio che serrò sulla parte alta dello stilo, poi prese il foglio che il sergente gli porgeva.

Poggiato il braccio sulla scrivania, si mise a scrivere con una grafia minuscola, puntuta, in linee incredibilmente diritte e ben spaziate. Dopo un po’ porse il foglio al sergente che lo afferrò con malagrazia mentre l’uomo ripeteva, al contrario, tutta la pantomima della penna stilografica. Il sergente scorse alcune parole: sì, la grammatica e la sintassi gli sembravano corrette, ma non capiva quasi nulla del significato di quello che c’era scritto sul foglio; d’altra parte non aveva neppure capito il senso dell’articolo che l’uomo gli aveva letto ad alta voce pochi istanti prima.

“Bene, sapete anche scrivere. Ora mi dovete indicare un indirizzo di riferimento dove potremo rintracciarvi; se entro tre mesi non doveste riuscire a trovare un lavoro, vi rimanderemo a casa”.

L’uomo compilò ancora uno dei tanti moduli che, in quelle tristi giornate, aveva dovuto scrivere, e lo rese al sergente.

“Dunque, vi chiamate Thomas, vero?” Almeno è un nome da cristiano, pensò il sergente, il nome di un santo. “E di cognome?”

“Mann, signore” rispose l’uomo “ma hanno fatto un errore nel compilare la scheda anagrafica”

“Che errore?” chiese il sergente. “Mann si scrive con due <n>”. “Nessun errore: Man si scrive con una sola <n> qui da noi”. “Ma io sono tedesco, signore, ed il mio cognome si scrive con due <n>, come può vedere dal passaporto”. Il sergente aprì il passaporto che era nella cartellina.

L’uomo aveva ragione. Corresse il dato nella scheda e porse il fascicolo al signor Mann Thomas. “Vada lì dal caporale, lui le compilerà la scheda del permesso provvisorio.”

Il caporale, con modi gentili, prese la cartella e trascrisse i dati nel modello che consegnò all’uomo con un sorriso: “Benvenuto negli Stati Uniti Mr. Mann.”

tmIl racconto è di pura fantasia, ma anche Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929, quando arrivò negli Stati Uniti nel ’36 dovette subire l’imbarazzante test per mostrare che sapeva leggere e scrivere….

La foto è tratta da Wikipedia ed è del 1937

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Dr J. Iccapot