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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per settembre 2009

Delitto senza castigo – IV

scaffalecuboquarta

Qui la Terza Puntata

Da: girolamo.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Fratello mio carissimo Galba, ti scrivo con gli occhi colmi di lacrime dal mio letto di dolore nella clinica “Intedominesperamus” grazie ad una gentile suora infermiera che mi ha prestato il suo portatile. Ormai ti avranno informato che tutto è perduto: Villa De Mause, la mia collezione di libri antichi, la povera Lefteria sono stati divorati dal fuoco, io stesso ho le mani bruciate e sono vivo per miracolo. Ieri sera mi ero quasi addormentato leggendo il mio ultimo acquisto, il Trattato delle gemme che produce la natura di Lodovico Dolce, purtroppo non l’introvabile editio princeps del 1565 ma la ristampa aumentata del  1617, quando uno strano odore di bruciato mi ha fatto spalancare gli occhi. Sono uscito in corridoio e subito ho visto le fiamme: aiutato da Ubaldo ho tentato di spengere l’incendio usando l’estintore che tengo in biblioteca, ma con scarsi risultati. Allora abbiamo cominciato a gettare dalla finestra i libri più preziosi: non puoi immaginare lo strazio di dover scegliere tra una “cinquecentina” e un incunabolo, tra una prima edizione ed una tiratura limitata, decidere così, su due piedi, quale dei miei amati libri doveva bruciare e quale avrebbe invece continuato ad esistere, magari solo con qualche menda in più. Tra le aldine dovevo salvare Le terze rime di Dante del 1502 oppure Le Cose Volgari del Petrarca del 1586? Era meglio far perire nel fuoco come una braciola sul barbecue L’arte di cucinare di Bartolomeo Scappi, cuoco segreto di Pio V, edita nel 1598, oppure il De Humani Corporis Fabrica del Vesalio del 1568 con tutte le sue 171 preziose xilografie? Mentre ero alle prese con questi drammatici dilemmi, Ubaldo mi ha fatto notare che Lefteria non era scesa. Evidentemente, nonostante quel finimondo, continuava a dormire come un ghiro nella sua stanza al terzo piano: a cena aveva alzato un po’ il gomito e, prima di andare a letto, si toglieva d’abitudine l’apparecchio acustico. Sai bene che noi De Mause siamo tutti un po’ deboli d’udito.
Sono quindi corso verso la sua camera. La porta era chiusa con il paletto: ho gridato e battuto i pugni, ma inutilmente. E’ risaputo che lo zio Tommaso ha costruito la Villa senza badare a spese ed un infisso in massello di castagno, ti assicuro, non è facile da scardinare. Intanto l’incendio si stava diffondendo, il fumo aveva ormai invaso tutti i piani della casa ed ancora non si sentiva la sirena dell’autobotte dei pompieri. Sono sceso per chiedere aiuto ad Ubaldo, le fiamme però erano ovunque, un vero muro di fuoco.
Così, in preda al panico, ho scavalcato la finestra della biblioteca stringendo al petto quanto di più adatto alla situazione ero riuscito a trovare in quel caos: il Diamerone di Valerio Marcellino “ove con vive ragioni si mostra la morte non essere quel male che’l senso si persuade”, edito per la prima e ultima volta nel 1564. Certo avrei fatto meglio  a salvare il De remediis utriusque Fortunae con legatura originale del 1492 che tenevo sul comodino, ma ormai quel che è fatto e fatto. Comunque, dopo un volo di alcuni metri, invece di sfracellarmi al suolo sono atterrato su una morbida montagna di carta, i volumi e gli opuscoli che io ed Ubaldo avevamo gettato fuori all’inizio dell’incendio, e per questo la caduta non ha prodotto grossi danni: pensavo di morire ed invece sono ancora tutto intero, non miracolato da Santa Rita, come diresti tu, ma salvato dai miei amati libri. Anche Ubaldo è riuscito a fuggire dalla villa quasi incolume, la nostra povera cugina invece è morta nel sonno, soffocata dal fumo. Le fiamme, per fortuna, hanno solo lambito il suo letto, così almeno mi ha riferito il pompiere che è entrato per primo nella stanza.
Che orribile fine! la gotterdammerung dei De Mause!
Addio amati scaffali di rovere, addio lucidi dorsi dorati, addio quinterni maculati dal foxing, addio legature coeve con fregi incisi, addio sentore leggero di muffa e pelle consunta, addio carteggio De Tipaldo, addio Lefteria: ora che il maglio del destino ha colpito la nostra famiglia, nulla potrà tornare ad essere come prima della sventura!
Adelia provvederà ad annullare per lutto la mia partecipazione alla fiera del libro antico e penserà anche ad organizzare degne esequie per la nostra povera cugina: voglio che sia sepolta nel nostro mausoleo con tutti gli onori ed ho già pensato all’epitaffio da incidere sulla sua lapide: “Qui giace Lefteria Tolos De Mause, troppo tardi e per troppo poco tempo riscaldata dal calore della sua famiglia”. Che ne pensi? Esigo un giudizio spassionato. Se ti piace potresti tradurlo in greco, moderno s’intende: spedire ai parenti della scomparsa un “santino” nella loro lingua non sarebbe una cattiva idea.
Lo zio voleva che la figlia si sentisse una di noi ed ora il suo desiderio si adempirà: la povera Lefteria riposerà per sempre accanto ai nostri cari, allo zio, al cugino Tommy, a Diamante e più familiarità di così non so immaginare. Poi, quando il destino vorrà, anche noi la raggiungeremo. Ma la vita, caro Galba, fino ad allora deve continuare.
Le mie ustioni non sono gravi e la degenza in clinica costa oltre settecento euro al giorno quindi, nel pomeriggio, sarò lieto di accettare la tua ospitalità, almeno fino a quando la Villa non tornerà agibile. Ho prenotato l’ambulanza per le diciassette, fatti trovare in casa. Mi accompagnerà Ubaldo, già dimesso in mattinata seppure un po’ malconcio: è un uomo robusto e non dubito che si rimetterà presto anche senza ulteriori dispendiose cure.
Con dolore, tuo fratello Girolamo

Da: galba.demause@unino.it
A:  adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, la ringrazio di cuore per essersi occupata delle esequie di Lefteria e per avere cercato Antiveduto, ancora all’oscuro della disgrazia accaduta alla zia. Nessuno di noi ha idea di dove si trovi: l’appartamento sembra disabitato, il suo cellulare è spento ed a Tirli nessuno l’ha visto.
Girolamo si è stabilito in casa mia e sembra avere già metabolizzato la disgrazia.
E’ tornato del suo normale umore scorbutico e, come sempre, spadroneggia: ha requisito una stanza per  ospitare i libri scampati alle fiamme e trascorre le giornate nel “suo” deposito provvisorio inventariando i “sopravvissuti” che, a mio avviso, non sono affatto pochi come lui sostiene. Del resto i pezzi di maggior valore della sua collezione, i preziosi “Libri delle Sorti” di Lorenzo Spirito, Gismondo Fanti e  Francesco Marcolino, il sontuoso Vitruvio per la prima volta tradotto in volgare dal Cesariano con 117 xilografie e, soprattutto, il foglio sciolto della Bibbia delle 42 linee di Gutemberg che Girolamo considera una specie di figlio primogenito, erano conservati in una cassaforte murata in cantina e, durante l’incendio, non hanno riportato alcun danno.
Per quanto mi riguarda, le cose non vanno altrettanto bene: la convivenza di una coppia di solitari in un appartamento così piccolo è un’esperienza inevitabilmente spiacevole, soprattutto se uno dei due si chiama Girolamo De Mause, inoltre sono ancora sconvolto dalla morte di Lefteria. Mi sento quasi in colpa per avere rifiutato di sposare la povera donna: se quella sera si fosse trovata a casa mia sarebbe ancora viva. Ed il pensiero della prematura scomparsa del professor Negri non mi abbandona mai.

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Caro Professore, comprendo la sua sofferenza ma, a questo punto, sono costretta a renderla partecipe delle mie preoccupazioni. Non posso più rimanere in silenzio e mi rivolgo a lei perché ho la sensazione che il dottor De Mause, al momento, non sia ancora del tutto tornato in sé.
Purtroppo la situazione, nelle ultime ore, è precipitata: la perizia tecnica ha infatti stabilito la natura dolosa dell’incendio e le Autorità sembrano ormai convinte che la morte di sua cugina non sia stata un tragico incidente, bensì un omicidio, forse addirittura premeditato.
Come è prassi in situazioni del genere, la Magistratura ha disposto l’esumazione della salma e la povera Lefteria, al più tardi domani, verrà sottoposta ad un’accurata autopsia
Il commissario che si occupa delle indagini, tale dottor Lo Bue, sospetta qualcosa e da giorni mi bersaglia di domande sui rapporti tra la defunta ed i membri della famiglia De Mause: ha intenzione di interrogare Ubaldo e sono sicura che presto anche lei e Girolamo sarete convocati in Questura. Di certo il commissario è un tipo sveglio e tenace, sarebbe un errore sottovalutarlo.
Pepos, dopo avermi accompagnata al funerale di Lefteria, si è eclissato, mentre  Antiveduto sembra svanito nel nulla già da prima della disgrazia. Speriamo che la loro assenza ingiustificata non venga scambiata dagli investigatori per un’implicita ammissione di colpa!
L’avvocato Vitale consiglia a tutti di mantenere la calma: “male non fare paura non avere” ripete di continuo, ma io non credo a questo proverbio ed ho sempre pensato che se la giustizia è una dea bendata non può che colpire a caso, senza fare distinzione tra rei ed innocenti.
Sua Adelia

Continua…

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Rosanna Bogo

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Nuovo appuntamento con lo Speciale di Scrivolo

DoppioNano

Prosegue la pubblicazione dello speciale di Scrivolo, mercoledì 7 ottobre potrete leggere la quinta parte del giallo di errebi.

E per chi non l’avesse ancora letto, ecco gli appuntamenti già pubblicati:

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admin

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Il permesso di soggiorno

immigratione

“Caporale, fanne entrare un altro”, il sergente si era girato verso la scrivania accanto alla porta, dove un dattilografo, sudaticcio e quasi calvo, stava lentamente compilando l’ennesima scheda di permesso di soggiorno.

Il caporale alzò la testa, smise per un attimo di scrivere e urlò “Il prossimo” verso il gruppetto di persone che stazionava, da ore, nel corridoio; riprese poi a scrivere, lo sguardo fisso sulle dita, per evitare di fare errori.

Il sergente fece per prendere una sigaretta dal pacchetto che aveva vicino alle matite, ma il pacchetto era vuoto; lo accartocciò nervosamente e lo buttò nel cestino.

“Dammi una sigaretta” si rivolse ad un subalterno che passava davanti alla sua scrivania con un fascio di carte; il soldato gli offrì di buona grazia il suo pacchetto, il sergente ne estrasse una sigaretta che si mise in bocca e accese subito; tirò un paio di boccate: la gola gli bruciava e non vedeva l’ora di scendere allo spaccio a bersi un paio di birre ghiacciate.

Il sergente svuotò il posacenere, pieno, nel cestino; uno sbuffo di cenere uscì dalla griglia metallica e si sparse sulle mattonelle rosse e lucide. Disse a denti stretti una parolaccia, poi dette ancora un tiro alla sigaretta, alla fine alzò gli occhi verso il nuovo venuto che da un po’ stava in piedi davanti a lui, porgendogli una cartella marroncina che conteneva alcune schede compilate dall’addetto all’ufficio di prima accoglienza.

Il sergente prese la cartellina,  la poggiò sulla scrivania, aprendola, e fece un gesto con la mano verso l’uomo, perché si sedesse lì, davanti a lui, sulla sedia di legno, una volta  gialla ma ormai quasi completamente sverniciata dal continuo passaggio di ‘ospiti’.

“Eccone un altro di lì” si disse, appena lette le prime righe della scheda. “Ma devono venire proprio tutti qui da noi?” Alzò lo sguardo verso l’uomo. “Anche i vecchi arrivano, adesso” giudicò che avesse almeno sessant’anni. Controllò la carte, sì, aveva sbagliato di poco, sessantuno anni. Diede un’occhiata alla foto-tessera che accompagnava la scheda anagrafica e poi guardò l’uomo in faccia.

“Ma vedi questo”, si disse. Pochi, radi capelli ancora in parte neri, ben sbarbato, con la pelle sotto il naso bianca, bianca: aveva portato i baffi fino a poco tempo prima e ora se li era fatti tagliare, evidentemente. La pelle del volto era flaccida, lo sguardo acuto. Il sergente tirò un’altra boccata dalla sigaretta.

L’uomo aveva indosso un bel cappotto, nuovo; le lunghe gambe accavallate mettevano in mostra pantaloni scuri dalla piega perfetta; le mani erano affusolate, le dita curate, i guanti di pelle in mano ne facevano un tipo insolito per il suo ufficio, abituato a gente di estrazione molto, molto più bassa.

“Sarà mica un finocchio, eh?” disse in gergo da caserma al caporale “Ora chiedono asilo anche i finocchi!” Il caporale rispose con un ghigno, lanciando una lunga occhiata di scherno verso l’uomo, che si era voltato a guardarlo come se aspettasse una sua reazione.

“No, non sono un finocchio, signore” disse l’uomo. Lo aveva capito nonostante il dialetto: il sergente rimase interdetto, fece cadere un po’ di cenere sulla pratica e si affrettò a soffiarla via, imbarazzato dalla risposta imprevista.

“Dunque, perché ha lasciato il suo paese e chiede asilo politico al nostro?” gli chiese, parlando lentamente, come era abituato a fare con i tanti che spesso non capivano e di cui non conosceva, né voleva conoscere, la lingua. Si accorse di aver usato, diversamente dal solito, un tono rispettoso e si sentì la gola secca; aspirò ancora dalla sigaretta.

“Lo sa”, rispose l’uomo, “la situazione nel mio paese è diventata insostenibile per noi; con la mia famiglia mi ero rifugiato prima in un paese confinante, poi abbiamo pensato di venire qui.”

“Perché?” “Perché avete già accettato molti miei connazionali, perché da voi c’è  libertà, c’è tolleranza”.

“Sì, la nostra lingua la sapete parlare, vediamo se la sapete leggere”. Gli porse il giornale che aveva sulla scrivania, aperto alla pagina sportiva. L’uomo lo guardò, interdetto. “Cos’è, non sapete leggere, allora? O non vi piace lo sport?” aggiunse ridacchiando.

L’uomo lo guardò diritto negli occhi, poi aprì il giornale, lo sfogliò, si fermò alla pagina culturale e si mise a leggere, con voce sonante. Aveva un accento marcato, ma non c’erano dubbi che sapesse leggere. Non lo ascoltò nemmeno, spense la sigaretta che ormai  era un mozzicone,  e si guardò intorno per vedere se c’era qualcuno a cui chiederne un’altra.

“Bene, bene, può bastare” il sergente bloccò la lettura con un gesto della mano. L’uomo sfogliò di nuovo il giornale sino a ritrovare la pagina sportiva, lo ripiegò e glielo restituì.

“Adesso scriva quello che ha letto. Sa scrivere, vero?” La mano bianca, molliccia ma al tempo stesso nervosa, si infilò sotto il cappotto, cercò nella tasca interna della giacca e ne tirò fuori un astuccio di pelle, una specie di porta sigari; lo aprì ed estrasse una penna stilografica di cui svitò, con attenzione, il cappuccio che serrò sulla parte alta dello stilo, poi prese il foglio che il sergente gli porgeva.

Poggiato il braccio sulla scrivania, si mise a scrivere con una grafia minuscola, puntuta, in linee incredibilmente diritte e ben spaziate. Dopo un po’ porse il foglio al sergente che lo afferrò con malagrazia mentre l’uomo ripeteva, al contrario, tutta la pantomima della penna stilografica. Il sergente scorse alcune parole: sì, la grammatica e la sintassi gli sembravano corrette, ma non capiva quasi nulla del significato di quello che c’era scritto sul foglio; d’altra parte non aveva neppure capito il senso dell’articolo che l’uomo gli aveva letto ad alta voce pochi istanti prima.

“Bene, sapete anche scrivere. Ora mi dovete indicare un indirizzo di riferimento dove potremo rintracciarvi; se entro tre mesi non doveste riuscire a trovare un lavoro, vi rimanderemo a casa”.

L’uomo compilò ancora uno dei tanti moduli che, in quelle tristi giornate, aveva dovuto scrivere, e lo rese al sergente.

“Dunque, vi chiamate Thomas, vero?” Almeno è un nome da cristiano, pensò il sergente, il nome di un santo. “E di cognome?”

“Mann, signore” rispose l’uomo “ma hanno fatto un errore nel compilare la scheda anagrafica”

“Che errore?” chiese il sergente. “Mann si scrive con due <n>”. “Nessun errore: Man si scrive con una sola <n> qui da noi”. “Ma io sono tedesco, signore, ed il mio cognome si scrive con due <n>, come può vedere dal passaporto”. Il sergente aprì il passaporto che era nella cartellina.

L’uomo aveva ragione. Corresse il dato nella scheda e porse il fascicolo al signor Mann Thomas. “Vada lì dal caporale, lui le compilerà la scheda del permesso provvisorio.”

Il caporale, con modi gentili, prese la cartella e trascrisse i dati nel modello che consegnò all’uomo con un sorriso: “Benvenuto negli Stati Uniti Mr. Mann.”

tmIl racconto è di pura fantasia, ma anche Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura nel 1929, quando arrivò negli Stati Uniti nel ’36 dovette subire l’imbarazzante test per mostrare che sapeva leggere e scrivere….

La foto è tratta da Wikipedia ed è del 1937

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Dr J. Iccapot

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Il colore dell’anima

Un racconto di GM Willo (www.willoworld.net)

calice

Mi chiamo Valerio Parisi, ho cinquantotto anni e da tredici mesi combatto una malattia terminale che a breve mi porterà nella tomba. Ne hanno provate di tutte, ma il cancro l’ha avuta vinta, al solito. Ho visto morire prima mia madre e poi mia sorella; stessa storia, stesse procedure. Chemio, sofferenze, false speranze, miglioramenti e poi la sentenza. Intendiamoci, non mi aspettavo di guarire. Quando mi hanno diagnosticato il tumore maligno sapevo come sarebbe andata a finire, e mi va bene così. Nessuno piangerà la mia dipartita. Mia madre e mia sorella mi hanno preceduto, mentre mio padre non l’ho neanche conosciuto, e quindi sono più che sicuro che morirò da solo, in pace, insieme ai miei fantasmi.

Ma di uno di questi fantasmi, il più terribile e vergognoso, vorrei lasciare testimonianza in queste pagine. Quando qualcuno verrà a ripulire il mio appartamento forse si metterà a leggere questo quaderno e scoprirà un assassino. Per allora mi troverò beatamente sotto terra, a dare da mangiare ai vermi.

Questa non è una semplice confessione. Questo non è un atto di redenzione. Per quanto colpevole di un orribile omicidio, non cerco né scusanti né perdoni. Questo è semplicemente un omaggio alla verità, quell’inafferrabile chimera che gli uomini hanno da sempre la presunzione di rincorrere, ma che solo raramente, o forse mai, sono in grado di afferrare pienamente.

Il 18 settembre 1983 invitai a cena una mia collega di lavoro, tale Francesca De Luca, ventisette anni laureata in giurisprudenza, impiegata presso la medesima compagnia d’assicurazioni per la quale ricoprivo l’incarico di consulente. Non ho mai avuto successo con le donne e a trentadue anni contavo solamente un paio di brevi relazioni deragliate nella noia. Ma Francesca era una tipa in gamba, me ne accorsi subito, come mi accorsi che era di un livello troppo al di sopra di me. Sapete cosa intendo, vero? Prima dell’attrazione esiste un altro importante fattore che permette a due persone di convergere in una relazione, ed ha a che fare con l’anima. Sì, l’anima. Io credo fermamente nell’anima. Quella di Francesca era fulgida e grande, mentre la mia… beh, se continuerete a leggere queste pagine, ve ne renderete conto voi stessi di che pasta è fatta la mia anima.

L’anima è qualcosa di più complesso di un codice genetico o di un profilo caratteriale. Se nasci con l’anima sbagliata, non puoi fare altro che accettarla, e cercare di fare meno danni possibile. Quella sera presi pienamente coscienza della natura della mia anima, e da allora ho sistematicamente evitato di avvicinarmi alle persone, per paura di fare loro del male.

Invitai Francesca a cena a casa mia, un incontro di cortesia e di lavoro. Ero sicuro che avrebbe rifiutato ed invece accettò e si presentò alle otto in punto con una bottiglia di vino e la bozza di una presentazione che stava preparando per la compagnia. Voleva avere la mia opinione ed io ero felicissimo di poterla aiutare.

Preparai la bistecca, l’insalata, bevemmo il vino e poi sparecchiammo insieme e incominciammo a parlare di lavoro. Mi mostrò il fascicolo che aveva con se, lessi, commentai, feci due battute, lei rise, versai altri due bicchieri di rosso e bevemmo di nuovo. La serata procedeva alla grande. Poi successe qualcosa di sbagliato.

Prima di quella sera non avevo mai preso l’iniziativa con una donna. Non sono mai riuscito a percepire i segni e i tempi giusti. Le donne che avevo avuto fino a quel giorno avevano sempre fatto il primo passo, ma quella volta provai ad andare contro la mia natura passiva ed insicura. Le afferrai la mano, la guardai e provai a baciarla.

Gli eventi che seguirono rimangono confusi nella mia mente, nonostante abbia provato per molti anni a riesumarli nei minimi dettagli. Ricordo che lei evitò il mio bacio e ritirò la mano, ricordo che si alzò dal tavolo e disse qualcosa, ma non ricordo assolutamente cosa. Ricordo che incominciò a raccogliere le sue cose per andarsene, ma non ho idea di come la raggiunsi alla porta di casa, per afferrarle i capelli e sbatacchiarle la testa contro il tavolino di marmo dell’ottocento che avevo nell’ingresso.

Ricordo le mie mani che le stringevano la gola, ricordo lei agonizzante sulla moquette grigia, ricordo il suo sguardo supplichevole poco prima di esalare l’ultimo respiro, ma non ricordo affatto la ragione per la quale mi era improvvisamente scattata quella furia omicida.

Rimasi seduto accanto al corpo di Francesca per più di un’ora, a contemplare l’abatjour riversa sul pavimento, con la lampadina che nella caduta doveva essersi svitata e perciò lampeggiava convulsamente. La contemplazione mi aiutò a decifrare il colore della mia anima, ma non a farmene una ragione. La mia anima è nera, obliante, succhiatrice di luce, un assurdo vortice del nulla. Dopotutto mi ritengo un uomo fortunato, o forse i fortunati siete voi. Se avessi ascoltato la mia anima più spesso avrei continuato a mietere vittime, invece ho preso coscienza della mia natura e mi sono fermato lì, nell’ingresso del mio vecchio appartamento, accanto al corpo senza vita di una giovane avvocatessa.

Quello che è successo dopo potreste trovarlo rivoltante. Se così fosse vi assicuro che il problema è solo vostro. Se siete della anime chiare oppure grigie, potreste pensare di me come ad un folle. Se siete delle anime candide penserete che sia l’incarnazione del male. In realtà questo è solo un gioco di percezioni. La verità va oltre la rappresentazione di noi stessi in questa farsa che chiamiamo vita. Ma non complichiamo troppo la storia e cerchiamo di tornare al punto.

Francesca era morta e niente l’avrebbe fatta ritornare in vita. Capii che il bisogno di esorcizzare quell’evento e di fare i conti con il colore della mia anima era l’unica priorità plausibile di quella storia di morte. Compresi che se avessi cercato di accettare la mia natura con troppa leggerezza avrei rischiato di rimanerne sopraffatto, per questo nascosi immediatamente il corpo. L’anno prima un amico mi aveva chiesto se avevo posto per un congelatore a pozzo, di quelli che i bar usano per i gelati. Si era separato dalla moglie ed era tornato a vivere con sua madre, ma era in attesa di comprare casa e andare a vivere da solo. Chissà per quale motivo aveva fatto dodici rate per quel congelatore, che poi aveva piazzato nel mio appartamento. Non è mai tornato a riprenderselo, perché sei mesi dopo tornò a vivere con sua moglie e non c’era spazio per quell’affare che alla fine rimase a me. A quei tempi i cibi congelati non avevano ancora un grande mercato, ma io, vivendo da solo, lo trovai molto utile. Congelavo praticamente tutto; carne, pesce, pane, verdure, pasta fresca. Ciononostante il frigo era sempre mezzo vuoto.

Quella sera lo svuotai completamente e ci infilai il corpo di Francesa. Mi  preoccupai di toglierle i vestiti prima di metterla dentro, per una semplice questione di igiene. Poi ricoprii il suo corpo con sacchettini di piselli, broccoletti, bistecchine di maiale, ossi buchi, orate, ravioli di patate e filoncini da mezzo chilo. Non riuscì a ricoprirla completamente. Rimanevano fuori un piedino con le unghie smaltate, un gomito e una ciocca di capelli. Pazienza, pensai, e chiusi il congelatore.

Ci furono le indagini della polizia sulla sua scomparsa, articoli in terza pagina sui quotidiani più importanti e ne parlò anche il telegiornale. Mi aspettavo che la polizia irrompesse nel mio appartamento da un momento all’altro. So che vi parrà strano ma la cosa non mi preoccupava minimamente. Se avessero bussato alla porta li avrei condotti immediatamente al congelatore a pozzo. L’idea di farmi l’ergastolo o di passare per un pazzo non mi turbava. Avevo altro a cui pensare. Dovevo fare i conti con il colore della mia anima.

Ancora mi chiedo perché nessuno venne a chiedermi niente. Quella sera Francesca venne in taxi, quindi la polizia avrebbe potuto risalire a me solo attraverso il tassista, che sicuramente non aveva prestato attenzione a una delle sue tante clienti. Ancora più strano mi sembrò il fatto che non avesse parlato con nessuno del nostro incontro. Insomma, anche se avessi voluto cancellare gli indizi su di me, non ce ne sarebbe stato bisogno, per il semplice fatto che non c’era alcun indizio su di me.

Dopo tre mesi nessuno parlò più di Francesca De Luca, neanche a lavoro, eppure lei era sempre con me, sotto i pisellini primavera e gli ossi buchi.

A quel tempo abitavo a poco più di dieci minuti di cammino dal mio ufficio, una passeggiata molto piacevole interrotta da un cappuccino e un cornetto al bar Jolly che si trovava a metà strada. Prima del bar passavo  un ponticino che dava sopra un canale di scolo, buio e melmoso. Fu in quel canale che nell’arco di tre mesi e mezzo mi liberai del corpo di Francesca, un pezzettino alla volta, così come un poco alla volta accettai la mia natura deviata.

Mi alzavo la mattina, facevo la doccia, prendevo il caffè, e prima di vestirmi andavo a prendere, dalla cassetta degli utensili, il flessibile che mi ero comprato per l’occasione. Indossavo una mascherina e un grembiule bianco impermeabile e aprivo il congelatore. Dopo avere estratto i cibi in superficie, azionavo la lama rotante e amputavo un pezzettino del suo corpo. Incominciai con la mano destra, all’altezza del polso. Il flessibile riscaldandosi scongelava velocemente la carne e qualche gocciolina di sangue schizzava sulle pareti del congelatore oppure sui miei occhiali di protezione, ma niente che non si potesse levare con un colpo di spugna. Il pezzo lo infilavo in un sacchetto di plastica per alimenti surgelati (all’epoca era davvero difficile trovarli per uso privato) e poi rimettevo tutto a posto, ragazza e broccoletti.

Per quasi quattro mesi, come vi dicevo, me ne andai a lavoro con un sacchettino di plastica ed un pezzo di Francesca nella borsa dei documenti della compagnia. Mi fermavo sopra il ponte e con noncuranza, senza neanche preoccuparmi che qualcuno potesse trovare curioso quel mio comportamento, svuotavo il sacchetto nel canale di scolo. Ogni volta che eseguivo questo rituale mattutino, apparentemente efferato e folle, sentivo una strana quiete depositarsi sul mio cuore, come una cicatrice che si rimargina pian piano. Immaginavo che stessi lentamente chiudendo la porta segreta che avevo spalancato dentro di me, quella sera funesta in cui mi avventai su Francesca. Volevo chiudere a mandata quella stanza e gettare via la chiave, segregando la mia nera anima una volta per tutte.

E così riuscii a fare. Insieme all’ultimo pezzo di lei, il suo piedino sinistro, in una bella mattinata di marzo, tornai ad essere quello che ero prima dell’omicidio, tuttavia cosciente delle mie crudeli potenzialità.

Questa è la verità. Adesso la conoscete, e per quanto terribile dovrete anche voi fare i conti con lei, come li feci io sopra il canale di scolo. Non ho rimorsi. Non ho rimpianti, e credo che se esiste davvero un dio, dimostrerà la sua comprensione nei miei confronti. Se davvero è stato lui a soffiare l’alito di vita nella mia anima, deve averci avuto i suoi motivi.

Ed io non mancherò di chiedergli spiegazioni, molto presto, appena ne avrò l’occasione.

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GioVediamoci

giovediamoci

Il giovedì Scrivolo fa salotto

siate nostri ospiti e fatevi leggere!

Inviate i vostri racconti a info@scrivolo.it

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admin

Delitto senza castigo – III

scaffalecuboterza

Qui la Seconda Puntata


Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Signorina Edelwaiz, la credevo più giudiziosa. Cos’è questa storia dell’extracomuntario Pepos? L’idea di ospitare uno sconosciuto di incerta origine mi pare non solo pericolosa ma anche poco opportuna dal punto di vista del suo buon nome. Pensi alla maldicenza dei vicini, sempre pronti a giudicare male una donna nubile con amicizie maschili, rifletta sulla possibilità di trovarsi la casa svaligiata dal suo salvatore, la cui fedina penale dubito sia immacolata, valuti il rischio di subire percosse, per non parlare di violenze d’altro genere… Non sarà per caso vittima di turbe mentali conseguenti all’anossia nella piscina? Non mi sento affatto tranquillo ed al più presto manderò Ubaldo a dare un’occhiata a questo bel tomo. Se necessario, io stesso farò indagini sul suo passato. Quanto al fatto che il giovanotto sia apprezzato da Antiveduto, la cosa più che rassicurarmi mi preoccupa.
Veniamo ora alle questioni di lavoro: il professor Negri è ormai agli sgoccioli e conto di recarmi dalla vedova per lo condoglianze entro due giorni, provveda quindi ad allertare il Baluardi, sarà sufficiente il camioncino piccolo a tre ruote.
Controlli in tipografia a che punto è la preparazione del nostro catalogo per l’esposizione alla fiera dell’antiquariato e, tramite i suoi canali riservati, veda di procurarmi al più presto i cataloghi degli studi bibliografici concorrenti: detesto le sorprese e non vorrei trovare in vendita qualche mio articolo a prezzi stracciati. Questa volta dovrò preoccuparmi più di fare cassa che di comprare per la mia collezione perché le spese di casa, a causa di Lefteria, stanno crescendo e la questione del testamento è ancora in alto mare.
A proposito, non appena possibile e, comunque, prima di martedì prossimo, si rechi dall’orefice Rocchi: deve acquistare una spilla ed un braccialetto, scelga oggetti vistosi ma non troppo cari, si regoli considerando che sono doni che offrirò a mia cugina in occasione della sua festa di compleanno, sabato prossimo. Non parli dei gioielli con Galba perché è all’oscuro della mia romantica iniziativa e non approverebbe. Il vecchio mulo fa ancora resistenza, ma presto capitolerà: il testamento incombe. Sulla spilla faccia incidere le iniziali G ed L intrecciate all’interno di un cuore.
Per rimanere in tema di affari, le lettere che mi ha inoltrato riguardano offerte di biblioteche a corpo di scarso interesse, vale comunque la pena di fare una visita a casa del generale De Bonis perché è noto che il vecchio scapolone possedeva una collezione di stampe pruriginose che potrei esporre alla fiera del libro come richiamo per gli allocchi. Ubaldo mi accompagnerà domani in ricognizione a casa del defunto pornomane.
P.S. A proposito di defunti, pare che le condizioni del Prof. Balestrucci si siano improvvisamente aggravate. Speriamo bene…


Da: girolamo.demause@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Fratello, sabato prossimo festeggeremo con una cena sontuosa il compleanno della cugina Lefteria. Non puoi mancare! Per i regali ho già provveduto io, tu limitati a portare qui la tua professorale persona ed un po’ di affabile buonumore.
Girolamo


Da: galba.demause@unino.it
A: girolamo.demause@libero.it

Fratello, non ho affatto intenzione di partecipare alla cena in onore di Lefteria: non oso neppure immaginare quante candeline spengerà la Sibilla cumana di casa De Mause e comunque non illuderti che mi metta a corteggiare quella vecchia carampana, accada quel che deve accadere. Se davvero sei interessato all’eredità stai certo che non dimenticherò di farti il regalo di nozze: auguri e figli maschi.
Sono appena tornato dall’ospedale e mi sento veramente a pezzi: il povero Negri è spirato all’alba, non aveva ancora quaranta anni. Speravo divenisse il continuatore della mia opera scientifica ed ora seguirò la sua bara e lo commemorerò di fronte ai colleghi. Il mondo va davvero alla rovescia e tu pensi ai confetti di Lefteria!


Da: antiveduto.demause@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Caro cugino, mi sono proprio goduto la festa della zia Lefteria, il dolce era eccellente e la vecchietta racconta aneddoti davvero divertenti su mio nonno. Ora so da chi ho ereditato la mia “passion predominante” per il bel sesso, peccato però che mi manchino le capacità imprenditoriali del vecchio Tommaso: come uomo d’affari somiglio in tutto a mio padre, ho l’animo dell’artista e quindi sono assolutamente incapace di gestire il lato economico della mia vita. In fondo per me il denaro non ha nessuna importanza ed anche la questione dell’eredità, a mio avviso, si potrebbe risolvere con un accordo tra gentiluomini, un’equa divisione tra tutti gli interessati che non scontenti nessuno. Ma l’avvocato Vitale sostiene che, alla fine, la clausola matrimoniale sarà rispettata.
Spero che zia “Lefti” abbia gradito il cofanetto con le mie opere complete: se proverà a leggerle sarà premiata perché, tra le pagine del secondo volume del mio capolavoro “Ascensore per l’inferno”, ho nascosto un sostanzioso buono acquisto da spendere in una delle migliori boutique della città. Potrei accompagnarla io stesso, ho una certa pratica in fatto di abbigliamento femminile.
Oggi ho pranzato con Galba. Sta benissimo ed il malessere di ieri sera era evidentemente solo una scusa per declinare il tuo invito.  Però mi è sembrato molto scosso per la morte del Prof. Negri e forse è questo il motivo per cui non ha  voluto partecipare alla festa di compleanno di Lefteria.
Riguardo al “badante” di Adelia non è il caso di preoccuparsi: Pepos è un giovane benvoluto da tutti e svolge con impegno le piccole commissioni che gli vengono affidate anche da altri anziani abitanti del condominio. Adelia si sta abituando alla nuova carrozzina elettrica: compie manovre spericolate ed è più agile di un ragazzino sullo skatebord, ma quando esce in strada Pepos controlla che non esageri con le sue esibizioni acrobatiche. Che ne pensa Ubaldo? Intendo dire di Pepos, non della carrozzina di Adelia.


Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Caro Dottore, le invio come sempre tramite pony express la selezione della corrispondenza settimanale dello Studio Bibliografico e la sua posta privata: ha ricevuto nuovamente una di quelle sgradevoli lettere che non desidera leggere ed ho subito provveduto ad eliminarla.
I cataloghi della concorrenza che mi aveva richiesto le saranno recapitati domani. Ho concordato con i tipografi compiacenti un prezzo onesto e, nel pomeriggio, Pepos andrà a ritirare il materiale: con la mia carrozzina superaccessoriata questa volta non sarei passata inosservata in vicinanza delle principali tipografie cittadine.
Sono contenta che Ubaldo abbia deciso di farsi aiutare da Pepos nel prossimo carico, significa che lo ritiene un ragazzo affidabile, e speriamo che la biblioteca del povero prof. Balestrucci, deceduto per complicazioni post-operatorie, non sia una delusione.
Riguardo alla cronaca rosa di casa De Mause, le comunico che Antiveduto si è di nuovo fidanzato. Pepos accetta puntate sulla durata della relazione: io ho scommesso dieci euro che l’idillio avrà termine entro un mese. Il matrimonio è quotato uno a cento. Vuole puntare?
Adelia


Continua…

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Rosanna Bogo

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Amore in fuga

Batteva una pioggia incessante da alcuni giorni. Gli alberi erano umidi, tutto era umido quel giorno nel bosco. Dasha assisteva all’ennesimo scontro tra il suo giovane amante Zivi e il vecchio Arish. Era lui che comandava. Glielo aveva ripetuto centinaia di volte, da quando era scoppiato quel loro amore. Era il vecchio Arish che comandava, aveva comandato fino a quel giorno e lo avrebbe fatto finché non sarebbe stato troppo vecchio, finché non avrebbe avuto più la forza di proteggerli tutti. Ma Zivi voleva essere libero di amare la sua Dasha, di decidere dove vivere, dove crescere i figli che avrebbe avuto con lei. E una piccola idea era nata nel suo cervello da un po’ di tempo.

Ne aveva già parlato anche con Dasha. Era l’unica cosa da fare, anche se lei non ne voleva sapere. Aveva paura e non aveva mai vissuto senza la protezione di Arish e Arora, sua madre.

~

“Eccoci, è novembre!” e in questa frase Gilberto racchiudeva tutta la sua preoccupazione per un mese che gli aveva sempre portato guai. Suo padre lo guardava incredulo, possibile che suo figlio, sempre razionale, credesse a certe cose? Non era certo il mese che gli portava male, semplicemente finora erano state coincidenze. Ma le coincidenze, pensava Gilberto, erano davvero troppe. Ogni novembre di un anno pari, dal 2002, gli aveva regalato solo problemi. E la sua auto ne portava evidenti tutti i passaggi. Che in realtà novembre era solo l’apice di un intero anno, l’anno pari, che a Gilberto creava inquietudine. Oltretutto quell’anno era anche più lungo, era bisestile.. “anno bisesto, anno funesto”. In realtà non si ricordava se nel 2004 il 29 febbraio avesse influito nel peggiorare quell’anno, ma certo era stato un giorno in più da far trascorrere prima di giungere all’amato anno dispari.

Il 2009 ormai era alle porte, l’anno che volgeva al termine gli aveva già regalato un piccolo tamponamento e aveva rubato il “naso” alla sua auto, oltre a qualche altro piccolo problema di salute, “magari per quest’anno ho già dato!”.

~

Dopo la discussione col vecchio Arish, Zivi era uscito sotto la pioggia che ormai stava finendo. Doveva essere quella notte. Non avrebbe sopportato un’altra umiliazione del genere. Se Dasha voleva rimanere lì, lui se ne sarebbe andato da solo. Ma non sarebbe mai più rientrato, non si sarebbe voltato indietro quella notte.

Cominciava a calare un po’ di nebbia, la pioggia era ormai cessata. Arora aveva cercato di fermare Dasha, che era uscita a cercare il suo Zivi. Sentiva uno strano odore nella notte, un odore che non le piaceva.

Anche il vecchio Arish sentiva qualcosa, una strana sensazione lo spinse a seguire Dasha che si dirigeva alla grande roccia. Lì qualche mese prima aveva dato il suo primo bacio a Zivi. Lì si ritrovavano ogni sera per parlare, per stare da soli. Lo trovò lì anche quella notte e vide una strana luce nei suoi occhi. Capì subito che Zivi aveva preso la sua decisione. Fece di sì con la testa, sarebbe fuggita con lui, quella era la notte giusta, la nebbia li avrebbe nascosti, la nebbia sarebbe stata la loro alleata.

Arish, fino a quel momento nascosto dietro il grosso castagno, saltò fuori: con un balzo voleva atterrare Zivi, ma quelli lo videro e cominciarono a correre.

~

Gilberto si mise in macchina, sua madre si era raccomandata “Vai piano, c’è nebbia, stai attento agli animali”… Ogni volta la stessa preoccupazione. Certo la nebbia così fitta non lo avrebbe fatto correre, ma aveva tutto il tempo, non aveva fretta, nessuno lo attendeva. Le curve si succedevano più lentamente del solito, i banchi di nebbia non gli permettevano di vedere molto lontano e la sua auto non aveva i fendinebbia “La prossima macchina che mi compro, giuro che ce li faccio mettere” Ogni volta la solita frase, poi al momento dell’acquisto avrebbe risparmiato come sempre quei 200€.

Ecco l’ultima curva, poi un po’ di pace, una bella dritta di un paio di chilometri. Inoltre la nebbia sembrava diradarsi. Il peggio era senz’altro finito.

~

Pochi attimi, finita la curva i fari di una macchina rivelarono le forme di tre cervi, due correvano affiancati, uno dietro di loro a seguirli. La macchina si spostò verso il lato destro della strada ad evitare i primi due cervi. Ma il terzo gli si parò davanti. A terra rimase solo del sangue e i vetri rotti del faro. L’auto tremante continuò il suo lento viaggio. Il cervo continuò per qualche metro la sua corsa, vide i suoi compagni, Dasha e Zivi, fuggire via e si accasciò a terra morente.

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Juan

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Delitto senza castigo – II

scaffalecuboSeconda

Qui la Prima Puntata.

Da: vitale.studiolegale@libero.it
A: galba.demause@unino.it

Egregio Professore, il dr. Girolamo De Mause mi incarica di ricordarle che la clausola del testamento di vostro zio Tommaso de’ Tommasi De Mause relativa alle nozze di Lefteria Tolos non indica quale dei due fratelli debba impalmare la predetta.
Il mio cliente fa presente che già da tempo si sobbarca l’onere di ospitare la signorina Tolos, provvedendo con larghezza di mezzi al suo mantenimento, e nota che, in caso di non ottemperanza della clausola, quasi tutta la cospicua eredità di famiglia passerà ad Antiveduto De Mause, discendente in linea diretta del de cuius. In questo caso il conte Tommaso ha previsto un legato molto sostanzioso per la signorina Tolos, lasciando  a lei ed a suo fratello, solo le briciole del patrimonio.
A parere del mio cliente, tra i due candidati al ruolo di marito della Tolos, lei è senza dubbio il più adatto perché ancora giovane e già reduce da una felice esperienza matrimoniale, quindi fisicamente e moralmente in grado di affrontare la difficile prova in nome dei comuni interessi. La prega quindi di recarsi a Villa De Mause il secondo sabato del prossimo mese, nel pomeriggio, per cominciare a familiarizzare con la sua futura sposa.
Distinti saluti
Avv. Ivo Vitale

—-

Da: galba.demause@unino.it
a: girolamo.demause@libero.it

Fratello snaturato, ho letto con disappunto l’e-mail inviatami dall’avv. Vitale. Sono così adirato che non riesco a tenere in mano la penna d’oca per scrivere la risposta che meriti. Ma in questo caso anche una volgare e-mail può bastare. Ti sapevo egoista ma le tue pretese superano davvero tutti i limiti. Sai bene quanto mi senta ancora legato al ricordo della mia povera Diamante, per oltre venti anni fedele e silenziosa compagna nelle avversità della vita, e tuttavia vorresti costringermi a profanare la sua memoria unendomi nel sacro vincolo matrimoniale con una sconosciuta, per giunta di fede ortodossa. E’ vero che sono in ballo grossi interessi, ma il matrimonio è una cosa seria: per usare un termine che non fa parte del tuo vocabolario, è un  sacramento. Ti ho già scritto la settimana scorsa che non intendo piegarmi a questa imposizione e non recedo dalla mia decisione. Quanto al fatto che sono più giovane, ti ricordo che tra noi corrono solo cinque anni e Lefteria è tua coetanea.
Del resto, se ospiti da mesi quella donna, devi trovarla sopportabile o addirittura simpatica. Inoltre sei ateo e, per quanto ne so, privo di sentimenti, quindi potresti sposarla civilmente senza crearti troppi problemi. In fondo si tratta solo di firmare qualche carta in Comune e continuare una convivenza già in essere che sembra comunque non ti spiaccia troppo: alla faccia della tua leggendaria misoginia.
Considera poi che lo zio Tommaso, con queste nozze, intendeva offrire a Lefteria l’opportunità di portare il cognome che le spetta evitando un riconoscimento di paternità, procedura legale che lo avrebbe costretto a rendere di pubblico dominio il suo giovanile errore. Ora penso che tu non abbia dimenticato che all’anagrafe, per errore, sono stato registrato come Demause, quindi non porto il vero cognome di famiglia e sai quanto lo zio tenesse al prefisso ed al titolo nobiliare.
Anch’io desidero evitare che l’eredità passi quasi per intero ad Antiveduto, ma nel suo stesso interesse. Il comportamento sregolato del nostro giovane cugino mi preoccupa: trascinato dalla passione per le donne in breve dilapiderebbe tutti i suoi beni. E’ quindi opportuno che il patrimonio sia gestito da noi ancora per qualche anno, in modo che Antiveduto abbia il tempo di maturare e conquistare un equilibrio emotivo. Ma riguardo alle nozze con l’elleniche spetta a te, come primogenito e capofamiglia, il compito di risolvere l’inghippo. Galba


Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Signorina Edelwaiz, potzkuckuck! perché questa settimana non ho ricevuto la mia posta. Capperini!! Per caso, bei Got, che è  morta e non mi ha neanche avvertito?!!!   R.S.V.P.

—-


Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A:girolamo.demause@libero.it

Dottor De Mause, ma cosa ha bevuto a cena? Secondo me deve avere esagerato con quell’intruglio di miele e vino che le propina la sua Lefteria! Straziare così la nostra bella lingua è un crimine e poi, ha forse perso il senso del tempo dopo la sua dotta disquisizione filosofica su sant’Agostino? Io non sono affatto morta, Gottlob, e lei sa bene che ogni anno trascorro l’ultima settimana di luglio alle terme di Provolano per fare un trattamento fisioterapico alle mie povere gambe: non posso certo sbrigare la sua posta e lavorare al computer immersa nel fango! Riprenderò il mio lavoro non appena tornata a casa. Una settimana di ferie all’anno non mi sembra un pretesa eccessiva, le pare?
Cari saluti da parte di Antiveduto che, rassicurato riguardo alla partenza dell’ex fidanzata dal suo loft, ha deciso di rinunciare all’esilio nelle selve di Pian d’Alma ed ora soggiorna con me in un tranquillo agriturismo. Parliamo a lungo del soggetto del suo nuovo romanzo, incentrato sulla rivalità tra due anziani docenti universitari che ignorano di essere gemelli. Mi ha detto di riferirle che la sua storiella biblica su Adamo ed Eva non lo interessa affatto. Un saluto al caro Ubaldo e, naturalmente, mi ricordi anche all’ineffabile signorina Lefteria.
P.S. anche se in vacanza, rimango la sua fedele Adelia.

—-


Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Sono certa che Antiveduto le ha già riferito del mio incidente alle terme ma, ora che mi sono del tutto ripresa dallo shock, desidero narrarle l’accaduto nei particolari e, per così dire, in soggettiva. Mi trovavo, come sempre nel primo pomeriggio, sul bordo della piscina intenta a leggere i versi immortali del mio amato Rilke quando una pallonata tirata da un piccolo teppista prontamente fuggito ha catapultato me e la mia carrozzina in acqua. Antiveduto si era allontanato a caccia di prede sotto gli “anta” e nei dintorni si trovava solo un giovane extracomunitario intento a tagliare il prato. Nonostante il rumore prodotto dal motore della falciatrice, il ragazzo si è accorto dell’incidente e, gettatosi in piscina, mi ha salvato da morte sicura. A causa della mia pressione bassa e dell’alta temperatura dell’acqua ero infatti svenuta. Ora comunque sono di nuovo in salute e la direzione delle terme, per evitare questioni, mi ha offerto un buon indennizzo ed una nuova carrozzina: si tratta di un mezzo elettrico veramente prodigioso, fornito di tutti gli optionals, compresi radio, tettino apribile e navigatore satellitare, una diavoleria in grado di stabilire in qualsiasi momento dove mi trovo. Con l’avanzare dell’età potrebbe essermi molto utile. Invecchiando si perdono colpi…come il camioncino di Baluardi.
Dimenticavo di dirle che il mio salvatore si chiama Pepos ed anche Antiveduto trova che sia un tipo simpatico: sa fare un po’ di tutto e, visto che gli devo la vita, ho deciso di ospitarlo come “badante”. Riguardo alla  riservatezza della sua corrispondenza non deve preoccuparsi perché Pepos non sa leggere e per il suo mantenimento utilizzerò l’indennizzo che ho ricevuto dalla direzione delle terme. Come dice il proverbio “non tutto il male viene per nuocere”.

Continua…

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Rosanna Bogo

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Corri, demone, corri!

sarteano_demone
Il rumore della discoteca era assordante anche nel parcheggio. Jeco infilò a fatica la chiave nella serratura della sua scattante millesei con motore compresso, camuffata da utilitaria, e si mise al volante. Era euforico, non avrebbe voluto lasciare la festa ed ancora continuava ad agitarsi come fosse un frullato di frutta, ma una vocina in fondo alla coscienza gli ripeteva ossessivamente che l’indomani avrebbe dovuto presentarsi in banca, del tutto in forma, alle otto in punto. Fortunati gli amici disoccupati che potevano dormire fino all’ora di pranzo e spernacchiavano la madre se, povera donna, tentava di svegliarli prima di mezzogiorno. Ma lui non poteva perdere quel posto che al padre era costato tante umiliazioni, e fogli da cento, verdi, verdi !
Nessuno degli amici aveva voluto seguirlo, dopo tutto erano solo le quattro del mattino, la vera festa doveva ancora cominciare. Girò la chiavetta, accese il lettore del cd con il volume sparato al massimo e partì sgommando. Aveva la sensazione che la sua testa fosse infilata in cima ad una canna ed il corpo, sotto, si muovesse liberamente, seguendo il ritmo ossessivo della musica. Il rumore delle ruote sulla ghiaia lo fece ridere a crepapelle. Poi, sull’asfalto, mise il piede a tavoletta, accompagnando con urla scomposte il caos di decibel che usciva dalle casse. Gli sembrava di volare, sollevato un metro sopra la strada, e sentiva il volante leggero, leggero, come in un video gioco. Alla prima curva girò senza problemi, aumentando la velocità: nel buio della notte si sentiva onnipotente. Tra qualche minuto avrebbe posato la testa sul suo cuscino, nella cameretta con i pupazzi che conservava da bambino ed i poster hard che la mamma spolverava ad occhi chiusi. Ancora qualche minuto. Per un attimo si ricordò del guidatore del carro infernale della tomba di Sarteano, una divinità etrusca dell’oltretomba che aveva visto su Internet, qualche giorno prima. “Corri, corri demone dai capelli rossi, inarrestabile come un uragano” urlò. All’improvviso si trovò di fronte un muro e rise, sapeva che quel muro non c’era:  dopo la prima curva  la strada era diritta, fino a casa. Il muro era una fantasia del suo cervello, doveva solo inchiodare all’altezza del cancello dei vicini, scendere dall’auto ed entrare in casa, salutare la mamma, sempre alzata in attesa del suo ritorno, infilarsi nel letto, dormire e, il giorno dopo, come sempre, sedersi dietro quel fottuto sportello di banca.
Ma il cancello non c’era più ed il muro era reale: la macchina, dopo averlo urtato, volò in cielo, ruotando su se stessa, poi atterrò esplodendo. La musica all’improvvisò cessò e tutto divenne nero.

“Ecco guarda, questo è un braccio – disse un giovanotto vestito d’arancione, rivolto al suo compagno – sì, guarda, qui c’è il busto con la testa: meno male, si può rimettere insieme e farlo sembrare intero. Sai, per la famiglia: se gli dici che sono decapitati svengono, come avesse importanza essere morti interi o a pezzi.”
“A me non sembra che cambi molto! Sfracellarsi a cento metri da casa, roba da deficienti!” replicò il collega, stanco di frugare tra i cespugli alla ricerca dei pezzi di quel puzzle umano.
“Almeno ha fatto tutto da sé, senza ammazzare altri disgraziati!” aggiunse l’uomo in arancione.
“Che schifo! – esclamò  il collega – questa gamba è ancora calda e sanguina!”
“Che ci vuoi fare, siamo arrivati meno di dieci minuti dopo l’incidente. Metti tutto nel sacco, così ce ne andiamo e diciamo che era ancora vivo, altrimenti ci tocca aspettare l’arrivo del magistrato, e sai che palle! Ma bisogna che ci sia tutto: due braccia, due gambe, busto e testa, mi raccomando!”
“Ma non abitava qui vicino? E i parenti?”
“Sì, qui davanti, ma non si sono accorti di nulla, poveracci, dormono come angioletti. La casa ha le finestre chiuse!”
Nel sacco tutto era nero. Il cervello di Jeco, dopo quindici minuti, a sprazzi ancora funzionava. Solo che la testa non era più sopra un palo, ma tagliata di netto. Sulla retina però ancora rimaneva un’immagine viva e urlante, il volto ghignante del demone etrusco che lo trascinava, con la sua quadriga di vento, verso gli inferi.

Il racconto esce contemporaneamente anche su NovocainaMagazine.

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fuchs

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Delitto senza castigo – I

scaffalecuboPrima

CORRISPONDENTI:

Dr. Girolamo De Mause, anziano collezionista di libri: proprietario dello Studio Bibliografico De Mause, ditta commerciale specializzata in antiquariato librario
Sig.na Adelia Edelwaiz: segretaria dello Studio Bibliografico De Mause
Prof. Galba Demause (sic), fratello minore di Girolamo: docente universitario di Paleografia e Diplomatica, vedovo
Antiveduto De Mause, figlio di Tommaso De Mause Jr. e nipote del conte Tommaso De Mause, zio di Girolamo e Galba: giovane scrittore e dongiovanni
Avv. Ivo Vitale: avvocato di Girolamo De Mause
Dr. Carmine Lo Bue: commissario della Polizia di Stato

ALTRI PERSONAGGI NOMINATI

Conte Ing. Tommaso De Tommasi De Mause, ricco proprietario, nonno di Antiveduto, zio di Girolamo e Galba: defunto
Lefteria Tolos, anziana figlia naturale del conte Tommaso De Mause: greca
Ubaldo
, tuttofare del dr. Girolamo De Mause
Sig. Baluardi, autotrasportatore
Opak Pepos, “Badante” di Adelia Edelwaiz
La famiglia Grandi, padre, madre e figlio

I PUNTATA

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Egregio dottore, ho finalmente terminato il disbrigo della corrispondenza settimanale  dello Studio Bibliografico: il pacchetto con le lettere è già confezionato ed attendo a minuti che il pony express suoni alla porta. Mi raccomando, non dimentichi di dare la mancia al ragazzo, consideri quanto è sconnesso lo sterrato che porta a villa De Mause! Riguardo alla posta in uscita, purtroppo le sue raccomandate solo partite solooggi: come avrà di certo notato, ultimamente il tempo è stato pessimo, ed una vecchia carrozzina non rappresenta il mezzo più adatto per percorrere, sotto la pioggia battente, il lungo tragitto che separa il mio appartamento dall’ufficio postale. Fortunatamente la cassetta rossa all’angolo dell’isolato non è stata ancora rimossa e quindi l’inoltro della sua corrispondenza ordinaria non ha avuto intoppi. Tra l’altro ho reperito al mercatino dell’usato un attrezzo con prolunga e pinze, strumento un tempo prerogativa dei commessi di drogheria, che mi permette di imbucare più agevolmente le buste: per noi invalidi quasi tutte le cose di uso quotidiano stanno troppo in alto.
Di certo avrà già appreso dai giornali che il Prof. Balestrucci, vittima di un incidente stradale, ha superato la gravissima operazione chirurgica cui è stato sottoposto nel nosocomio cittadino: i medici hanno sciolto la prognosi e io ho disdetto la prenotazione del camioncino del sig. Baluardi. Temo che dovrà ancora passare del tempo prima che l’accordo con la figlia del Balestrucci le permetta di entrare in possesso della biblioteca dell’illustre professore.
Nel pacchetto della posta troverà, oltre alla corrispondenza che ho selezionato per lei, vari opuscoli di ditte concorrenti ed una lettera autografa di suo fratello: il Prof. Galba solleva al solito la questione del testamento del vostro defunto zio, conte Ing. Idraulico Tommaso de’ Tommasi De Mause, divenuto ormai un casus belli. E’ triste vedere come l’interesse possa scuotere dalle fondamenta una famiglia e sono certa che il mai dimenticato zio Tommaso sarebbe addolorato di avere causato, con l’intento di fare del bene, questo dissidio tra fratelli. Ma, per sua fortuna, è già da tempo deceduto.

Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, tra la posta che ha selezionato noto la presenza di una di quelle missive che, ben sa, non mi devono pervenire…evidentemente anche lei comincia a perdere qualche colpo come il camioncino del Baluardi. Comunque la lettera sfuggita al suo cestino non si è salvata dal fuoco del mio caminetto. In questi casi, la migliore reazione è sempre l’indifferenza.
Riguardo al Balestrucci non mi preoccuperei troppo: quando si fa un bel giro di valzer con la “vecchia signora” è difficile smettere di ballare, e poi l’emerito professore possiede soprattutto opere di storia locale che, francamente, non mi allettano più di tanto e rivenderò volentieri alle “spigolatrici” del nostro settore, abituate a comprare a “taccione” le biblioteche dei preti di campagna. Il mio interesse è concentrato solo su alcune antiche prime edizioni, che il Balestrucci, molti anni fa, mi mostrò per farsi bello. All’epoca ero un giovane bibliofilo squattrinato e non potevo permettermi “principes” così preziose. Ma ora la dea Fortuna ha girato la ruota…
Nella sua e-mail non mi dice nulla riguardo alla salute. Come sta? Spero che l’umidità non abbia acuito i suoi reumatismi.
A proposito di dolori, da qualche giorno soffro di allucinanti crampi allo stomaco ed altri disturbi  sotto la cintura su cui sorvolo per convenienza, sarà il cambio di stagione…quando le rondini volano via arrivano i malanni di stagione.
A proposito di uccelli migratori e catastrofi naturali, ha notizie di mio cugino Antiveduto? Ieri lo attendevo a pranzo ma il giovanotto mi ha dato buca e non oso telefonare a casa sua, non si sa mai che femmina da conio risponda all’altro capo del filo.
Girolamo De Mause.

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Gentile Dottore,
riguardo a suo cugino Antiveduto non ho notizie certe, ma pare si trovi all’estero per scegliere la “location”  del suo nuovo romanzo. Così almeno mi ha riferito la gentile signorina, con inflessione straniera, che ha risposto al telefono del suo appartamento chiedendo, tra l’altro, please, l’accredito urgente di una somma sul conto corrente del suo “fidanzato”, attualmente in “rosso Ferrari”, per usare le espressioni della mia interlocutrice; il tutto ovviamente al fine di poter utilizzare la carta di credito che il latitante Romeo ha lasciato alla sua Giulietta come unico tangibile ricordo del loro grande amore.
La mia salute è sempre traballante ed ultimamente, ai dolori di schiena, si sono aggiunti fastidiosi problemi circolatori alle gambe: spero che almeno lei si senta meglio ed i disturbi gastrointestinali, di cui si lamentava nella sua ultima e-mail, siano in via di remissione. Personalmente ritengo che la cucina greca della signorina Lefteria abbia un qualche rapporto con questo malessere: l’apparato digerente dei De Mause è delicato e ricordo bene che anche suo zio Tommaso soffriva di una grave dispepsia. Quando i dolori di stomaco che lo tormentavano divenivano insopportabili, il povero conte ricorreva ad una dieta strettissima di sua invenzione: per una settimane si nutriva solo di “semini”, in brodo o conditi con olio e formaggio. Aveva affidato a me l’incarico di preparare il magico “intruglio” e le posso assicurare che questo regime alimentare era un vero toccasana, ma immagino che  la sig.na Lefteria per nulla al mondo scambierebbe un coscio di montone arrosto con una minestrina; mi permetto tuttavia di ricordarle che l’Ing. Tommaso, per decenni impegnato nella manutenzione dei sistemi idraulici di mezzo mondo, da Panama a Suez, è sopravvissuto all’umidità, alle zanzare portatrici del tripanosoma gambiense, ai veleni delle mense collettive raggiungendo la ragguardevole età di 99 anni E se un ignoto centauro non l’avesse travolto, chi sa, forse avrebbe spento anche la centesima candelina.
Adelia


Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Cara Adelia, brucio dal desiderio di comunicarle la preziosa “soffiata” che ho appena ricevuto tramite una sorella di Ubaldo, infermiera nel laboratorio d’analisi del Policlinico: il prof. Negri, un paleografo collega di Galba, è arrivato all’ultimo capitolo, direi quasi alla quarta di copertina, e tutto d’un fiato! Ha una leucemia che non perdona e la Parca è prossima a recidere lo stame! Pensare che il mese scorso l’ho incontrato a cena da mio fratello, sempre così ospitale con i giovani studiosi che ritiene degni di occupare, un lontano giorno, la sua amata cattedra: sembrava del tutto in forma ma, si sa, il confine tra la vita e la morte è davvero sottile come la bava del ragno. Naturalmente, appena informato della fatale prognosi, mi sono autoinvitato per un tè a casa del morituro ed il sopralluogo ha prodotto risultati interessanti. Il mio ospite, ancora ignaro di essere alla frutta, mi ha mostrato con sorridente orgoglio la bella biblioteca ereditata dal padre, celebre critico e scrittore. Negri non ha grandi nozioni in campo letterario ed anche la vedova, pardon, la signora Negri di sicuro non è in grado di dare un giusto valore a certe prime edizioni del Novecento che ho adocchiato qua e là tra gli scaffali. Dato che è una donna di modesta cultura, tutta dedita alla casa ed all’educazione dei tre figlioletti, credo non si insospettirà se mi offrirò di comprare qualche volume, per ricordo del marito e per contribuire con discrezione a coprire le spese del funerale e di tutto il teatrino che accompagna un evento in sé tanto insignificante in rapporto all’universo come lo spengersi di una vita sul nostro piccolo pianeta; questo sempre che il mio buon fratello non si metta di mezzo e mi preceda, per spirito di carità o perché interessato a qualche testo specialistico posseduto dal collega. Dopo tutto Galba e Negri lavorano nello stesso campo scientifico, se così si può definire l’arte di incaponirsi a leggere con impegno maniacale scritture che forse gli autori stessi si erano sforzati di rendere indecifrabili per celare il contenuto insulso delle opere. Non a caso i miei interessi si sono sempre limitati ai volumi a stampa.
Passando da disgrazia a disgrazia, la fuga di Antiveduto non mi stupisce, è il suo modo per dire addio quando l’amore finisce, ma ritengo che il giovanotto si trovi ancora entro i confini nazionali. Se lo conosco, in questo momento soggiorna tranquillo e beato nel capanno di caccia dello zio Tommaso a Tirli, confortato dall’amabile compagnia degli ispidi nativi con le zanne che, diversamente dalle donne, più di qualche grugnito non emettono… Come sempre in questi casi, ordinerò al fido Ubaldo di procedere allo sgombro del suo appartamento e, quando anche l’ultima Arianna in Asso se ne sarà andata, paga di una sostanziosa liquidazione, il nostro “Anti” farà di certo ritorno in città.
Evidentemente, a suo modo, il ragazzo soffre della malattia di famiglia: è un collezionista. Io sono un bibliofilo, Galba raccoglie papiri, lo zio Tommaso possedeva settecentotrentadue regoli calcolatori (alcuni in verità identici), mentre il povero Tommaso junior, il padre di Antiveduto, comprava un quadro al giorno e nessuno sapeva di che colore fossero le pareti di casa sua, completamente coperte di “capolavori”: non si perdeva un’asta ed aveva dato al figlio quel nome bizzarro proprio in onore di un pittore, Antiveduto Grammatica. Il rampollo però, ad onta del nome, mi pare abbia poca familiarità sia con l’arte che con la grammatica, almeno per quanto si evince dalla lettura dei suoi così detti “romanzi”.
Ma, a ben pensare, quella di Antiveduto non è una vera collezione: mio cugino non ospita in casa tutte le sue fidanzate, sarebbe troppo costoso, per non parlare degli inevitabili litigi tra femmine, e non può certo conservarle impagliate o fissate con uno spillo dentro una scatola, la legge purtroppo non lo permette. Tuttavia Antiveduto sostiene che le donne che ha amato rimangono per sempre con lui, trasformate in personaggi dei suoi romanzi. Sarà… Ma il vero collezionismo è cosa seria, nonostante sembri ai più solo un’attività da maniaci. Lo scrittore Hale White giustamente diceva che “gli uomini non dovrebbero essere troppo meticolosi nell’analizzare e nel condannare qualunque mezzo la natura escogiti per salvarli da se stessi, siano monete, o vecchi libri, curiosità, farfalle o fossili”. E bisogna avere l’animo del politicante come Cicerone o, come Seneca, essere l’aio di Nerone, per biasimare i collezionisti.
Comunque le pene d’amore delle fanciulle abbandonate da “Anti” sono sciocchezze rispetto ad dolori fisici e morali che mi derivano dalla vicinanza di Lefteria: la sua voce stridula, il suo italiano approssimativo, la sua indigeribile cucina esotica (come vede al riguardo sono del suo stesso parere) condita dal continuo racconto di episodi della sua infelice gioventù nelle Isole Ionie sono una vera tortura ed un ammonimento riguardo ai danni che la guerra può produrre anche a distanza di molti decenni. Altro che radiazioni atomiche! E’ mia opinione che l’ottimo Tommaso de’ Tommasi De Mause avrebbe dovuto evitare di fraternizzare troppo con la popolazione femminile mentre era intento a “spezzare le reni alla Grecia”.
Per rimediare al suo errore di gioventù, lo zio ha introdotto nel testamento quella bizzarra clausola che tanti problemi sta creando in famiglia: in caso di matrimonio della sua prole illegittima signorina Lefteria Tolos con me o con Galba, il patrimonio andrà in gran parte a noi nipoti, mentre Antiveduto, discendente diretto, avrà solo la legittima.
Personalmente ritengo che i rimorsi siano sempre inutili e questa vicenda dimostra che, a volte, possono essere anche dannosi: un matrimonio contratto obtorto collo infatti non può cancellare le umiliazioni subite nel passato dall’illegittima Lefteria e, nel presente, rischia di rovinare la vita di due innocenti vecchietti.
Attualmente, come avrà compreso leggendo la lettera di mio fratello, ci troviamo in una fase di stallo perché io non ho nessuna intenzione di impalmare il frutto degli amori ellenici dello zio e Galba, per il momento, rifiuta di convolare a nozze, ostentando la caparbietà di un mulo impuntato su uno strapiombo dolomitico con un obice a traino. Del resto quando Galba comunica utilizzando la sua penna d’oca da calligrafo invece del telefono o della posta elettronica il contenuto della missiva non può che essere “drammatico”.
Girolamo De Mause

Da: adelia.edelwaiz@libero.it
A: girolamo.demause@libero.it

Caro Dottor De Mause
le sue previsioni si sono rivelate ancora una volta esatte: Antiveduto non era affatto fuggito all’estero e proprio oggi mi ha portato in dono un enorme cesto di pinaioli da lui stesso raccolti nei boschi di Tirli: quando piove sulla terra riscaldata per mesi dal sole estivo, mi ha detto, i funghi sbucano davvero “come funghi”!
Ho riletto la sua ultima e-mail e mi chiedo come un uomo del suo carattere possa sopportare una situazione tanto frustrante. Aspirare ad una migliore condizione economica è umano, ma temo che l’eredità, alla fine, renderà la sua vita peggiore! E suo fratello Galba, sotto un apparente dolcezza, nasconde una volontà d’acciaio: mi creda, non accetterà mai queste nozze imposte con la forza.
Adelia

Da: girolamo.demause@libero.it
A: adelia.edelwaiz@libero.it

Mia cara Adelia, lei è una vera straga! Ha intuito che la bizzarra clausola del testamento di zio Tommaso non è la sola ragione per cui mi sobbarco l’onere di ospitare in casa mia la Gorgone delle Isole Ionie.
Come ex bibliotecaria, probabilmente avrà sentito parlare dell’affare De Tipaldo: da oltre un secolo il carteggio amoroso del vate di Zante con la contessa Fagnani Arese, portato a Corfù dalla figlia del tipografo greco De Tipaldo, è scomparso e Lefteria mi ha confessato di conoscere, per via di una lontana parente, il luogo dove è nascosto. Non che gli autografi mi interessino, ma sul mercato antiquario quelle lettere ancora grondanti di lacrime ed altri liquidi organici, scritte con inconfondibile grafia gallinesca dall’autore dell’”Ortis”, valgono una vera fortuna. A proposito, sono convinto che la relazione di Ser Nicoletto sia naufragata perché la contessa non ne poteva più di passare ore a decifrare le missive del suo ganzo, invece di andare a ballare o a teatro, e magari, qua e là, scambiava parole d’amore per offese.
Ma, fuori di scherzo, intendo fare al più presto una capatina nell’Eptaneso, magari accompagnando in viaggio di nozze Galba e Lefteria, per tentare di recuperare il carteggio perduto. E se l’arpia greca non mi ha ingannato, per la prima volta sarò felice di avere un fratello paleografo in grado di eseguire un espertise.
A proposito di Galba, Ubaldo le consegnerà in giornata alcune minute che la prego di trascrivere e spedire via e-mail al più presto, dando la precedenza alla comunicazione diretta all’Avv. Vitale: bisogna sempre smuovere la brace per non far sviluppare gas venefici… quindi almeno ogni due settimane devo aizzare il mio legale contro il caro fratellino, onde evitare che rimanga soffocato dall’ossido di carbonio dei buoni sentimenti e degli scrupoli religiosi.
Oltre alle minute della mia corrispondenza le invio anche un anticipo (con un piccolo incremento) per le spese postali ed i pagamenti correnti dello Studio Bibliografico. Non occorre rendicontare, so bene che Adelia Edelweiz, discendente da una stirpe di fedeli servitori dell’Impero austro-ungarico, mai potrebbe spendere un centesimo più del necessario.
Riguardo alle raccomandate ed alle lettere ordinarie, non deve preoccuparsi se la spedizione non è immediata: per le mie comunicazioni urgenti dispongo sempre l’invio a mezzo e-mail. A proposito, le confesso che io adoro ricevere posta in ritardo: una cartolina, una lettera, un invito giunti dopo mesi attirano la mia attenzione, mi inducono ad interrogarmi sui contorti itinerari che quel pezzetto di carta ha compiuto prima di arrivare nelle mie mani, sui motivi della dilazione, sugli attuali rapporti con il mittente. E poi non dobbiamo farci schiavi del tempo: lo sa che secondo Agostino, prima della Creazione, il tempo neppure esisteva? è un optional che Dio, inventato l’Universo, volle aggiungere al suo capolavoro, un complemento che, a mio avviso, poteva anche risparmiarsi: un mondo immerso nell’eternità, senza prima o dopo, non sarebbe forse più bello? Personalmente sono convinto che lo scorrere inesorabile dei secondi sia, oltre che superfluo, dannoso E’ un tema su cui spesso rifletto e, prima o poi, suggerirò ad Antiveduto di dedicare  all’argomento un racconto “filosofico” nello stile di Voltaire. Ho già in mente il titolo del pastiche: “Dio e l’orologio”.
Per provare la dannosità del tempo partirei “ab ovo”, dimostrando che è la causa della cacciata dei nostri progenitori biblici dal Paradiso Terrestre: senza tempo Eva non si sarebbe annoiata e quindi non avrebbe sfogato il suo malumore su Adamo, inducendolo a peccare con il segreto intento di farsi scacciare da quella infernale gabbia dorata. Mi pare quasi di sentirla mentre perseguita il marito con i soliti rimproveri delle donne, “sei sempre in ritardo per la cena, mi trascuri per dedicarti ai tuoi hobbies, non mi porti mai in vacanza, non mi ami più come una volta e così via”, tutte manchevolezze che, non esistendo il tempo, sarebbero passate inosservate. La prima coppia umana rimase nell’Eden solo sette ore, ma il Paradiso terrestre era un piccolo giardino, forse non più grande di un appartamento, ed il tedio della vita coniugale doveva essere insopportabile già dopo sette minuti: fuori di lì Adamo si illudeva di vivere con la spensierata libertà dello scapolo ed invece si ritrovò sul groppone, oltre ad una moglie petulante, due figli, anzi, per essere precisi, tre, ed un sacco di grattacapi; il poveretto divenne così l’archetipo del moderno padre di famiglia.
Se fossi stato nei panni, ovvero nelle foglie, di Adamo per mio conto avrei risolto il problema altrimenti: non potendo annullare il tempo avrei eliminato il genere femminile e continuato a vivere da solo nell’Eden senza preoccuparmi di arrivare tardi a cena. Si intende che però avrei fatto un’eccezione per l’insostituibile sig.na Edelwaiz che saluto caramente.
I am  Yours truly
Girolamo De Mause

Fine Prima Puntata

Continua…

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Rosanna Bogo

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