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Fioranna Lagomarsino arrivò presto, come al solito prima delle otto. Aveva imparato che, per trovare un parcheggio libero vicino all’ufficio (lei non lo chiamava ‘negozio’) quella era l’ora giusta: gli abitanti del quartiere che andavano a lavoro in macchina avevano già liberato molti posti e i bancari, che affollavano l’edificio lì di fronte, si sarebbero presentati solo tra una mezz’ora.

Ticchettò, con le scarpe alte, sul marciapiede di asfalto sino alle scalette che, sulla destra, tagliavano due condomini e le permettevano di risparmiare un giro lungo quasi un chilometro; le bastava scendere quella decina di scalini, fare i pochi metri di quel budello di stradetta, spesso maleodorante per i trascorsi della notte, girare sulla destra di nuovo su una strada larga e ben frequentata, ed era quasi arrivata.

Quella mattina si sentiva un po’ meno in equilibrio del solito e scese i gradini lentamente, attenta, con una mano vicino alla ringhiera di metallo, sporca e scrostata, che non aveva il coraggio neppure di sfiorare, ma alla quale si sarebbe senz’altro attaccata in caso di necessità: le scale erano infatti ancora più insidiose, lavate di fresco evidentemente dal Servizio Strade che ogni tanto (non troppo spesso, in realtà), a forza di ricevere le proteste dei condomini, passava a far pulizia d’ogni tipo di schifezza che gli avventori del bar, lì vicino, ubriachi o peggio, riversavano in quella specie di corridoio che di notte era quasi completamente al buio.
Percorse la stradina e fu di nuovo sul marciapiede, quello del ‘suo’ ufficio. Camminò ancora ticchettando, stavolta sulle vecchie mattonelle grigie; pochi metri più avanti, fuori dal bar, c’era il solito ragazzotto, riccioluto e peloso, che spazzava via, dall’interno del locale, gli avanzi della notte.

Quando furono vicini i due sguardi si incrociarono, “Ciao” fece lui, spostandosi e appoggiandosi al manico della scopa per farla passare; lei stavolta gli rispose solo con un cenno della testa. A pranzo, qualche volta, lo aveva intravisto all’interno del bar, nelle cucine: doveva essere una specie di garzone o factotum, non era mai dietro al banco; c’era in quel ragazzo e nel suo comportamento qualcosa di sgradevole: tutte le mattine si faceva trovare lì quando lei passava, a spazzare in strada i rifiuti del negozio. Come sempre le venne da pensare che invece avrebbe dovuto raccoglierli all’interno e buttarli poi via; Fioranna trovava insopportabile questo disinteresse per gli altri e questo voler, mattina dopo mattina, sporcare la strada proprio lì fuori. Senza contare che era anche un gran cafone: la lasciava passare ma poi non si rimetteva subito a pulire e la guardava camminare: le guardava i polpacci, torniti e sotto tensione per i tacchi alti, e di certo le fissava anche il culo, lo sapeva, fino a quando non era entrata nel suo ‘ufficio’. Veramente un tipo molto antipatico e c’era magari da aspettarsi che una mattina facesse qualche gesto sfrontato.

Quando fu davanti alla porta del negozio, perché in effetti non lavorava in un ufficio ma in un negozio di informatica, anche se, parlando dell’argomento, ci teneva a precisare di essere la segretaria e contabile della ditta, notò una persona in attesa, un tizio che aveva già visto qualche altra volta e che si era intrattenuto con i tecnici, ma poi se ne era sempre andato via senza comprar nulla. In effetti, loro non vendevano al pubblico, non ne avevano la licenza, i clienti del negozio erano aziende o comunque privati che richiedevano la ricevuta fiscale.

“Buongiorno”, lo salutò, “mi aspetti, entro prima io, devo togliere l’allarme”. “Certo, si accomodi” le rispose, cortese, il tizio. Bassotto, una quarantina d’anni, robusto, i capelli già brizzolati, restò ad aspettare. Fioranna digitò la password di sicurezza e poi lo invitò ad entrare “Ma non chiuda la porta, per favore, bisogna far passare un po’ d’aria” . Il negozio di solito non aveva un buon odore a quell’ora di mattina; dato che la strada era in pendenza, si apriva appena un paio di gradini sotto il piano stradale e proseguiva poi semi interrato: le pareti, bianche di calce e la moquette celeste lo facevano sembrare quasi elegante, ma i muri erano umidi ed all’apertura bisognava sempre aprire tutte le finestre, che erano ad altezza del marciapiede, per far sparire del tutto la puzza di muffa della notte.

“Sono venuto per prendere lo scanner” fece l’uomo, “quello che mi ha fatto vedere il suo collega l’altro giorno, sa, quello con il fronte retro” aggiunse, indicando alle sue spalle, verso la piccola mostra accanto alla porta d’ingresso. “Il nuovo Canon, dice? Glielo prendo subito”. Se necessario, ovviamente, svolgeva anche il compito dei colleghi. Si era rapidamente tolta la giacca, appendendola all’attaccapanni del negozio, e aveva acceso tutte le luci. Prese le chiavi nel portapenne sul bancone all’entrata, lì dietro era  la sua postazione di lavoro: “Vado in magazzino, si accomodi, farò in un attimo”, disse al cliente avviandosi lungo il corridoio verso una porta che si apriva dal lato opposto alla strada. In realtà il magazzino era  una specie di cantina, ma in fondo doveva servire solo per ospitare il poco materiale in transito; tenevano pochissimi oggetti a stock perché, in genere, vendevano soltanto sull’ordinato. “Ha bisogno d’aiuto, signorina? Vengo con lei?” fece, gentile, l’uomo “No, non importa, grazie. La scatola è un po’ ingombrante ma leggera. Arrivo subito”.

Ed infatti ritornò in un attimo, con lo scanner nel suo imballo sigillato. Lo mise sul bancone, accanto all’uomo, e si accomodò nella sua postazione per preparare i documenti. “Il prezzo lo sa, mi servono i suoi dati: Nome e cognome, indirizzo, codice fiscale”. “Per farne cosa?” chiese l’uomo, la voce leggermente tesa. “Le devo fare una ricevuta fiscale, non siamo abilitati a tenere un registratore di cassa” spiegò lei, gentilmente; le era capitato molte volte di dover chiarire la questione con qualche cliente sprovveduto ma, alla fine, non erano mai nati problemi.

“Che ve ne fate dei miei dati? Io i miei dati non li do a nessuno” aveva alzato la voce “Che c’entrano i miei dati con lo scanner? Da quando in qua chi entra in un negozio per comprare deve rivelare i fatti suoi a una sconosciuta” gridava. “Ma signore, i suoi dati mi servono solo per compilare la ricevuta, è la regola”

“Me ne frego delle sue regole.  Io pago e voglio lo scanner”  gridò l’uomo mettendosi una mano in tasca,  “Ora mi mostra il contante già pronto”, pensò irritata Fioranna, ma invece del portafoglio dalla tasca spuntò un oggetto oblungo e poi qualcosa di luccicante: quel tipo aveva in mano un coltello a serramanico e sembrava sul punto di dare in escandescenza. Fioranna era terrorizzata: bloccata dietro il bancone, non aveva via di scampo, cercò di pensare  freddamente alla situazione. E se si fosse messa a urlare? Quello probabilmente l’avrebbe accoltellata! Poteva tentare di farlo ragionare per prendere tempo, forse a minuti sarebbe arrivato in suo soccorso un collega o un cliente.

“Io non dico niente a nessuno, sa! Niente a nessuno, ‘Loro’ me lo chiedono ma io non dico niente” urlava l’uomo guardandola stralunato, fuori di sé. Si era avvicinato al bancone ed agitava il coltello verso di lei, minaccioso. Fioranna non poteva indietreggiare più di così: aveva già le spalle appoggiate al muro.

Si sentì perduta, come quella volta in auto quando si era distratta cercando una stazione sull’autoradio e si era scontrata con un’auto parcheggiata. Vedeva avvicinarsi l’impatto senza poterlo impedire. Poi staccò per un attimo gli occhi dalla lama luccicante e, guardando alle spalle dell’uomo, si accorse che nel negozio qualcosa si muoveva: era il ragazzo del bar con la scopa in mano. Non lo avevano sentito camminare quatto, quatto, sulla moquette celeste e tutto si svolse in un attimo. Il ragazzo passò il manico della scopa davanti al torace dell’uomo, e lo serrò per impedirgli di muoversi; contemporaneamente lo spinse da dietro con violenza contro il bancone; l’uomo cercò di divincolarsi , ma un pugno al fegato lo fece piegare in due dal dolore, fiaccato, la testa piegata sul banco, sulla faccia una smorfia di dolore. Il coltello cadde sulla moquette.

“Chiama i Carabinieri” fece il ragazzo “stai tranquilla che questo ora non si muove”. “L’avevo già visto qualche volta, al bar, e non mi era piaciuto. Mi avevano detto che faceva discorsi strani e quando ho visto che ti aspettava, stamani…”

I Carabinieri si portarono via, non senza fatica, il cliente che ancora si ostinava a non rivelare le proprie generalità. Il maresciallo invitò Fioranna a passare più tardi in caserma, per il verbale, ma senza fretta, e segnò su un taccuino anche i dati del ragazzo . “Mi chiamo Aldo Mariani ” fece lui, un po’ imbarazzato.

“Allora signor Mariani stasera lei è invitato a cena a casa mia” disse d’impeto Fioranna appena sentì sgommare la volante. Di solito era molto riservata e non aveva conoscenze maschili, a parte i colleghi e qualche maturo impiegato che sua sorella sposata di tanto in tanto le presentava. E per il dopocena, pensò per la prima volta a qualcosa di più interessante di una passeggiata fino alla gelateria o del solito cinema. Aldo sorrise appoggiandosi come al solito al bastone della sua scopa e lei pensò che quel ragazzo le era diventato di colpo un po’ meno antipatico.

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Dr J. Iccapot