attentato

Il sig. M entrò in casa come sempre di fretta e si precipitò in cucina. Non salutò neppure la moglie che stava armeggiando intorno ai fornelli, afferrò  il telecomando e cambiò canale.
Con l’aria di avere preso possesso della plancia di una portaerei si mise seduto, mentre sul video scorreva la sigla del telegiornale.

“Buonasera, cara! Com’è andata la giornata?” disse ironicamente la moglie

“Ma sì, ciao, ti ho visto, non sono cieco” rispose il sig. M continuando a seguire le notizie del telegiornale.

“Almeno lavati le mani prima di metterti a tavola” aggiunse lei, come se stesse pronunciando una frase di cortesia.

Alla prima interruzione pubblicitaria il sig. M corse in bagno, indossò le pantofole e tornò in cucina. Mentre metteva in bocca la seconda forchettata di spaghetti in televisione apparve il presidente S , al solito sorridente e disinvolto. Il sig. M non lo sopportava.

“Ma che ci sarà da ridere, con il paese che va a rotoli” borbottò  il sig. M

“Se tu avessi i suoi quattrini ti metteresti a piangere?” disse la moglie sedendosi a tavola.

“Che c’entra, i quattrini li ha lui, non il paese, il paese è in mutande. Ma tanto cosa vuoi capire.”

“Io capisco che è un uomo simpatico, ora magari ha una certa età, ma da giovane doveva avere proprio un fascino… come un attore”

“Mettiti gli occhiali!” il sig. M non sopportava che la moglie provasse tanta ammirazione per l’uomo che lui detestava di più al mondo. Un giorno era affascinante, un giorno era bello, un giorno era ricco, un giorno era spiritoso: aveva in casa una fan del presidente S.

Un uomo così compiaciuto di sé non si era mai visto ed M non riusciva a capire perché, nonostante tutto, tanta gente lo trovasse ancora simpatico

“A me comunque gli uomini troppo alti non sono mai piaciuti, li trovo ingombranti” disse la moglie con aria provocatoria, il sig. M era alto un metro e ottanta e pesava quasi novanta chili, “ e mia madre sostiene che il sangue fatica ad arrivare alla testa, quando si è troppo alti”

“Senti, per me il tuo S può fare anche miracoli come la Madonna, ma quando è a casa sua; per guidare il paese occorrono competenza e progetti politici, non barzellette. Idee, hai capito, non sorrisi e canzoni” il sig. M era ormai stizzito. Tentò di continuare a seguire il telegiornale, ma quando entrava in questo genere di conversazioni si distraeva ed alla fine, per ribattere alle sciocchezze di sua moglie, si perdeva i servizi più importanti e doveva guardare un altro notiziario.

“Bravi quelli che c’erano prima” disse la moglie, con l’intento di far uscire il marito allo scoperto “Erano pure antipatici e con certe facce da sacrestia… anche quelli con la bandiera rossa!” La moglie non aveva mai avuto idee politiche, ma il suocero, pensò tra sé il sig. M, era un gran fascistone.

“Te l’ha detto tuo padre che quelli di prima non capivano niente?” replicò ironicamente

“Lascia stare il babbo, io li vedo, quando vanno in televisione, sembra che abbiano in tasca il Santo Graal: solo loro sanno tutto e capiscono tutto, neanche fossero il Papa. E non si sa come, non si sa perché, stanno sempre dalla parte del  giusto. Che bel piacere ciucciarsi il governo dei primi della classe ed ingozzare gli avanzi della balena bianca! Quando le balene crepano vanno buttate perché puzzano. E i secchioni non piacciono a nessuno”

Il sig. M a volte si stupiva dei discorsi della moglie. Sembrava sulle nuvole, ma poi citava il Graal e la balena bianca. E neanche a sproposito. Pensare che quando andavano a pranzo dai suoi non apriva bocca o parlava di cucina con la madre e di attori o cantanti con la sorella. Tanto a tavola era il fascistone capo che predicava per tutti.

M aveva soprannominato la casa dei suoceri Palazzo Venezia, ma il vecchio non se la prendeva e, per ritorsione, lo chiamava affettuosamente Mio Mao. E’ vero che all’Università aveva frequentato dei gruppi maoisti, agitando anche il famoso libretto rosso, ma era giovane ed ingenuo. La laurea non l’aveva presa ed i compagni di quei tempi non li vedeva da decenni. Quanto alla Cina… lasciamo perdere.

Il telegiornale era finito da un pezzo, ma nel programma di attualità che seguiva a ruota si parlava nuovamente di lui, il presidente S.

“Ma che è pure ubiquo come S. Antonio!” borbottò il sig. M

“Che significa ubiquo ?” chiese la moglie, donna in apparenza svagata ma in realtà rapida nell’assorbire nozioni, benché avesse solo il diploma di terza media.

“Ubiquo vuole dire essere come il tuo S che sta in cielo in terra e in ogni luogo. Come il prezzemolo”

“Che c’entra S. Antonio con il prezzemolo. Al paese c’era il porcello di S. Antonio, si allevava per i poveri, ma il prezzemolo di S. Antonio no, non l’ho mai sentito”

“Piantala, lasciami sentire il servizio” disse M con tono scortese, irritato dalla deriva surreale della conversazione.

La moglie andò in salotto e prese il vocabolario per controllare il significato della misteriosa parola.

Poi tornò in cucina, si mise seduta e disse con aria indifferente

“Scemo”

“Ignorante” replicò lui, continuando a seguire la trasmissione.

Ormai erano al caffè, lo prendevano anche la sera perché poi rimanevano alzati fino a tardi. Lei stirava, leggeva qualche giornaletto femminile, telefonava alla sorella, il sig. M invece si ritirava nella mansarda, ultimo baluardo di libertà nel deserto del  “tran, tran” quotidiano.

Anche lì c’era un televisore. Appena il sig. M entrava nel suo rifugio accendeva  l’apparecchio e, per ore, saltellava da un programma all’altro. Non di rado vedeva passare la faccia sorridente dell’odiato S, presente contemporaneamente su più canali, e subito sentiva il sangue andargli alla testa.

“Quello” aveva davvero tutto, denaro, potere, donne, ville, figli, nipoti e poi piaceva, piaceva a tanti, compresa sua moglie. E nei tornado della politica si comportava come una canna al vento, nulla lo abbatteva, un vero misirizzi! L’insofferenza di M non era però invidia en travesti: l’esistenza di S non gli appariva desiderabile ma offensiva, un insulto per il resto del genere umano, condannato in massa ad un destino di mediocre normalità; eppure, chi non avrebbero voluto essere, se non lui, almeno come lui?.

“Di certo sa godersi la vita mentre gli altri, i professionisti della politica, quelli “seri”, si rodono il fegato attaccati alle poltrone, impegnati in lotte fratricide all’ultimo sangue” pensava sconfortato M  “se aspettiamo che siano loro a levarlo di torno stiamo freschi!”.

Era abbastanza maturo per ricordare come andavano le cose negli anni settanta e ottanta: non aveva dimenticato i governi traballanti, gli scandali, il rosario dei partitini, Pri, Psiup, Pli, Psdi, le facce di bronzo dei “capocorrente”. Sua moglie su questo punto non aveva torto, la classe dirigente tradizionale era antipatica: certi pezzi da novanta della politica non sembravano neanche veri, prendevano vita solo nelle tribune elettorali e nei congressi, come il golem. Sì, detestava il presidente S, ma non per questo amava i suoi avversari: lo avevano deluso. Nessuno sembrava veramente disposto a fare qualcosa di decisivo per cambiare le cose, per salvare il paese.

A volte, nel dormiveglia, immaginava il presidente S, arzillo ed arguto centenario, ancora in carica…

Prese dall’armadio dei fucili la sua carabina di precisione, era un appassionato di tiro a segno, e cominciò meccanicamente a pulire la canna. Ogni tanto guardava attraverso il  mirino, puntando allo schermo del televisore. Strani pensieri attraversavano la sua mente. Il rancore lo divorava, S era diventato per lui un’ossessione.

Il giorno dopo, sabato, di buon ora si presentò alla porta del sig. M, il vicino sig. F, un amico. La pensavano allo stesso mondo quasi su tutto.

F salì in mansarda senza farsi accompagnare, era di casa.

“Senti – disse il sig. F – dobbiamo fare qualcosa. Non ne posso più di questa situazione”

“Anch’io ne ho le tasche piene, ma è una faccenda delicata” obiettò il sig. M

“Guarda che quello non lo levi di torno se non usi le maniere forti. Crede di essere il padrone … con le sue arie da manfano, tanto è sicuro che non lo frega nessuno. E come si dà da fare, grandissimo porco.”

“A mia moglie sta simpatico, magari un giorno me lo trovo sul letto con lei che gli fa le coccole.”

“Via, non esagerare” disse il sig. F “Però occorre muoversi, tanti  qui in giro la pensano come noi, ma non hanno il coraggio di fare qualcosa”

“Io sono disposto ad agire. Per colpa sua la notte non dormo più. Però dobbiamo aspettare che mia moglie vada in vacanza dalla zia, la settimana prossima. Potrebbe insospettirsi.”

“Carabina?”

“ E certo, che vuoi che gli metta il sale sulla coda?”

“Silenziatore?”

“Non ce l’ho il silenziatore, ma la mia carabina fa poco rumore ed è precisa. Anche a grande distanza”

“Alla testa, s’intende”

“Non c’è altro modo per essere sicuri”.

“Come JFK” disse sibillino il sig. F

La sera stabilita per “l’azione” il sig. F ed il sig. M si incontrarono nel luogo concordato. Il sig. M portava a tracolla la sua carabina di precisione. Aveva montato anche il cannocchiale.

“Sai, non ho mai fatto una cosa del genere in vita mia” disse sottovoce il sig. M

“Pensa ai danni che ha provocato. Tra poco uscirà per sempre dalla nostra vita e finalmente smetteremo di rovinarci il fegato!” lo rincuorò il sig. F.

Si erano appostati dietro un cespuglio, accovacciati per non essere visti. Quella, secondo F, era la linea di tiro ideale per un cecchino.

“ Sei certo che passerà di qui?”

“Con lui non puoi mai essere sicuro di niente, è sempre in movimento come una trottola. Però è probabile che venga, di solito passa da là” disse F, indicando un punto indefinito oltre il cespuglio.

Era una calda notte d’estate, ma in giro non si vedeva nessuno. Massima visibilità, considerata l’ora, niente curiosi nei dintorni: insomma un “lavoro” pulito.

“Attento, eccolo che viene. Carogna! Brutto impunito…” bisbigliò il sig. F

Il sig. M imbracciò l’arma, puntò alla testa e sparò. Se avesse riflettuto un momento non avrebbe avuto il coraggio di farlo.

Il sig. F si catapultò fuori dal cespuglio con in mano un sacco nero della spazzatura. Corse verso quel corpo caduto di botto a terra, esanime. Sollevò per la collottola il cadavere del grosso gatto certosino e lo buttò nel sacco. Sembrava un invasato.

“Maledetto, hai finito di rovinarmi il giardino, di pisciare sui miei vasi di fiori! l’hai pagata finalmente per l’occhio della canina del sig.ra P, le tende di lino della signora R, il pappagallino della piccola G e per il tuo giro di gatte in calore schiamazzanti. Urli, miagolii e risse tutte le notti: sono settimane che non dormiamo!”. F sembrava sul punto di inscenare una danza di guerra apache.

Il sig. M non aveva mai ucciso un animale, frequentava il poligono ma non era un cacciatore. Sentì che non aveva fatto una bella azione. Quel gatto era una vera iattura per gli abitanti della zona, ma magari si poteva catturare la bestiaccia e consegnarla ad un ente che si occupava di animali abbandonati oppure deportarla in campagna, non era certo un micetto che rischiava di morire di fame. Ora però era troppo tardi per cercare una soluzione alternativa.

Dopo lo sparo fu di nuovo silenzio: canto di grilli, rumore di auto in lontananza, televisori accesi dietro le persiane accostate. Nessuno dei vicini si affacciò alla finestra, il delitto non aveva avuto testimoni.

Qualche giorno dopo la moglie tornò dalla sua breve vacanza.

La sera, in cucina, il sig. M era al solito intento a seguire il notiziario televisivo quando, tra un servizio sulle vacanze del Santo Padre e l’ultima esibizione del presidente S, sul video si materializzò l’immagine di un micio dall’aria sorniona: la bestiola, fuggita dall’auto dei padroni durante una sosta in autostrada, era tornata a casa percorrendo centinaia di chilometri. La gioia dei “familiari” intervistati parve al sig. M decisamente eccessiva in rapporto all’evento.

“Lo scoop del felino maratoneta è immancabile nella stagione estiva” commentò ironico, ma ormai il fantasma della sua vittima aleggiava nella stanza, come l’ombra di Banquo nel castello di Inverness.

La moglie aveva seguito con attenzione il reportage e, con tono preoccupato, pronunciò le fatidiche parole che M non avrebbe mai voluto udire: “Chi sa dov’è finito quel gatto certosino che da un po’ di tempo gira qui intorno. A volte viene a miagolare alla porta e io gli verso un po’ di latte in un piattino: è così simpatico quando si struscia alle gambe e fa le fusa”

“Magari ha trovato un padrone” disse il sig. M con aria indifferente, tentando inutilmente di deviare il discorso sulle pietanze in tavola “Buone queste melanzane, è una ricetta nuova?”. Ovviamente erano le solite melanzane in bianco di sempre.

“I gatti non hanno padroni, sono animali liberi – replicò imperturbabile la moglie – noi umani, al massimo, possiamo considerarci i loro ospiti. Comunque sono sicura che tornerà a trovarmi perché mi ha preso in simpatia. Vorrei tanto tenerlo con noi, non m’importa se i nostri vicini lo detestano.

F mi ha detto, tempo fa, che non dovevo dargli da mangiare, come se avesse diritto di comandare a casa mia! Sai, gli ho anche già trovato un nome, lo chiamerò S, come il presidente.

All’improvviso il rimorso per la cattiva azione commessa cessò di tormentare, con le sue punte di spillo, il cuore offeso del sig. M.

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Rosanna Bogo