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“L’avverto io, un quarto d’ora prima, signor Jones” disse uno dei ragazzi dello studio, facendo capolino dalla porta mentre la truccatrice stava uscendo.

“Va bene”, gli rispose Jones, ringraziandolo con un sorriso.

Aveva bisogno di quei minuti di pausa, ne aveva sempre avuto bisogno. Si rilassò lì dove si trovava, sulla poltroncina del trucco, davanti allo specchio. Le luci, forti, investivano la sua figura ancora ben messa, i capelli bianchi, la faccia abbronzata: lo sapeva, quello era il momento del terrore e doveva viverlo da solo.

Tutti quelli che stanno per andare in scena ad un certo momento sono assaliti dalla paura del pubblico, dal dubbio di non essere all’altezza della situazione, da una sensazione di pericolo così forte da voler fuggir via. E chiunque si trovi in questa situazione ha un suo modo, personalissimo, di scacciare l’improvvisa oppressione e la tensione che si alza così tanto che sembra poterti spezzare.

Per lui prima di tutto era importante rimanere completamente solo per qualche decina di minuti, seduto, dentro un abito comodo, un abito suo e non della produzione, che gli si adeguasse al corpo e non si tendesse fastidiosamente qua e là; la camicia doveva aver un colletto largo e la cravatta, che sceglieva con cura, doveva essere nuova, annodata alla  perfezione e col nodo non troppo stretto. Si faceva portare in studio tre o quattro delle sue cravatte mai indossate perché sapeva che, facendosi il nodo, non sarebbe riuscito subito a trovare la giusta lunghezza e lo avrebbe dovuto fare e disfare più volte, sgualcendo alla fine la seta e dovendo ricorrere ad un’altra cravatta: durante la vita di tutti i giorni si poteva annodare una cravatta anche al buio, e sarebbe sempre stata perfetta al primo tentativo ma prima di uno spettacolo non gli succedeva mai.

Anche le scarpe dovevano essere comode, più erano usate e meglio si sentiva, e aveva dovuto spesso discutere con i registi perché i cameramen erano costretti a fare delle acrobazie per non inquadrare, quando era seduto, come sarebbe successo quella sera, la pelle un po’ vissuta e le tomaie consumate.

L’orologio, poi, lo toglieva prima di uscire dall’albergo, per non sentirselo pesante o troppo stretto al polso e per non farlo apparire e scomparire alla vista, in un grottesco gioco al nascondino con il polsino della camicia.

L’unica cosa che gli stringeva era l’anello, l’anello matrimoniale che portava da decenni e la cui presenza serviva ormai a ricordargli il dolore più forte della sua vita, la morte rapida, ed anche per questo dolorosissima, della moglie.

Tra poco sarebbe dovuto uscire dal camerino, entrare nello studio, partecipare alla diretta TV dedicata a lui. Avrebbe dovuto, ancora una volta, divertire e far ridere tutti, lì, in studio e lontano, nelle case dei milioni di telespettatori che non si sarebbero certo persi lo show.

Era la sua ultima apparizione pubblica, lo avevano annunciato tutti, e l’interesse dei media per quello spettacolo era altissimo.

Non ce la faceva ormai più a fare film o a comparire in TV con l’obbligo di divertire, di far ridere. Era stato così per tutta la vita, sin da piccolo: doveva divertire gli altri perché solo così gli altri potevano apprezzarlo. Doveva far ridere quando era depresso, quando era infelice, quando era malato; sapeva guadagnarsi da vivere soltanto divertendo, ed erano decenni che sopportava questa condizione. Ora, però, dopo la morte della moglie, non ce la faceva più. Non poteva più comparire a comando ed essere il burattino di tutti: era l’ora di finirla, si era stancato di essere lo schiavo del pubblico, che era stato costretto a servire per tutta la vita; non ne poteva più di vedere il sorriso stampato sulla faccia di tutte le dannate persone che incontrava; la odiava, quella immensa e mal definita platea che, per decenni, aveva dovuto soddisfare con i suoi scherzi da guitto.

La sua vita era stata una vita ‘pubblica’, non potevano andare in vacanza, al cinema, in un locale, senza che lui e la moglie fossero circondati da curiosi, da giornalisti e da fan. Non avevano potuto avere dei giorni tutti per loro, una casa in cui ritirarsi a fine giornata, un week-end tranquillo per andare a giocare a golf o tuffarsi a nuotare nudi a scherzare nell’acqua come faceva da ragazzo. Non c’era neppure stato il tempo di avere dei figli, era sempre in giro e non voleva che i ragazzi gli crescessero lontani: sua moglie  aveva sofferto moltissimo,  di questa decisione che comunque avevano preso insieme.

Maledetto pubblico, gli aveva rovinato l’esistenza: lui doveva solo farlo divertire, sempre e comunque; ma quella era la sua ultima serata e, se lo era ripromesso, si sarebbe vendicato di tutta quella vita di risate.

Pensò ancora a sua moglie: “Sì, lo devo fare, devo farli ridere ancora una volta, che vuoi farci; si vogliono divertire e io stasera li farò divertire E’ tutta la vita che li faccio divertire e stasera vedranno cosa so veramente fare.”

Con la conduttrice avevano concordato gli argomenti che sarebbero stati affrontati, lui aveva scritto un brogliaccio per la produzione, avevano calcolato al solito i tempi per gli stacchi pubblicitari; come sempre succedeva sarebbe andato un po’ a braccio, facendo delle variazioni sul tema: così, almeno, aveva sempre fatto. Ma stasera, beh, stasera era una serata davvero speciale e aveva deciso di far vedere a tutti di cosa era capace: si sarebbero divertiti, divertiti come non si erano divertiti mai.

Ripassò la scaletta della serata, aveva un foglietto, scritto a lapis, ripiegato nella tasca dei pantaloni: lo prese, leggendo con attenzione rigo dopo rigo e immaginando le battute da dire, le interruzioni da fare, il dialogo da sostenere con la conduttrice che lo avrebbe intervistato e che sarebbe stata anche un po’ la sua ‘spalla'; poi pensò alle variazioni da aggiungere ma, si disse, sono tanti anni che vado in scena, le migliori verranno da sole.

Stava ancora vedendo mentalmente lo svolgersi della serata, quando sentì che la porta del camerino si apriva; il ragazzo di prima fece di nuovo capolino e, silenziosamente, annuì con la testa, per dirgli che l’ora stava per arrivare. Jones gli rispose a sua volta con un cenno di intesa; si alzò dalla poltroncina dove era stato fino ad allora, si guardò nello specchio, un ultimo tocco al nodo della cravatta, doveva essere chiuso e perfettamente centrato, poi si mise la giacca. Controllò che i capelli non si fossero mossi. Anche se gli avevano messo il solito fissante. Era a posto. “Adesso devo andare”, pensò, e appena fu nel corridoio la paura passò. Lui era H. Jones Fiddler e doveva essere all’altezza della situazione; rispose, rilassato e tranquillo, al saluto di un paio di vigilanti che incontrò lungo il cammino, entrò nello studio salutando con cenni della testa i vari addetti presenti dietro le quinte, qualcuno, che già conosceva, gli strinse la mano. Poi aspettò il suo turno.

La presentatrice disse la frase magica: “L’ospite di stasera, come sapete, è il nostro…… H. J. Fiddler”. Il monitor di servizio dietro le quinte fece vedere la camera che si spostava verso l’ingresso della scena; era il suo momento: entrò, sorridendo.

La serata stava andando molto bene. Il pubblico dello studio era numeroso: in realtà più che uno studio era un piccolo teatro strapieno di gente che si divertiva e rideva alle sue battute, che applaudiva a tempo senza troppo bisogno di essere guidata, e che mostrava con calore l’affetto che aveva per lui.

Dopo la seconda pausa pubblicitaria lo studio si animò: i risultati degli ascolti erano ottimi, la produzione era contentissima, gli inserzionisti della pubblicità, pagata a caro prezzo, erano felicissimi. Tutto stava andando come meglio non poteva andare.

Alla ripresa della diretta cominciò con qualcuna delle ‘variazioni’ che aveva in mente: il pubblico in sala rispose subito; lui lo incalzò con una nuova storiella, risero tutti, qualcuno piegato in due non riusciva a fermarsi; alcuni avevano le lacrime agli occhi, anche i cameramen e gli assistenti di studio si reggevano a stento. Continuò, più brillante ancora, e notò del trambusto tra il pubblico: una signora si era sentita male, intervenivano a soccorrerla; ma lo spettacolo doveva andare avanti, e lui continuò.

“Maledetta pubblicità – pensò quando fu costretto a interrompersi – procedeva tutto così bene…”. La faccia gli si fece seria, per un secondo: rifletteva sul suo piano, poi tornò nella parte; la conduttrice si stava ancora asciugando gli occhi e una truccatrice era arrivata in suo soccorso; mentre una delle parrucchiere le fissava di nuovo un ciuffo di capelli che le stava andando, ribelle, in giro, pregò Jones di calmarsi un po’. Il comico le sorrise, il volto immobile sotto le mani di una truccatrice che, trattenendosi a stento dal ridere, gli asciugava il sudore  e incipriava con colpetti sapienti la fronte e il naso. “Perché, cara –  fece Jones – non si sta forse divertendo?”. “Qualcuno del pubblico si è sentito male, lo hanno dovuto portare al pronto soccorso”. “Ma via – ribatté Jones, sorridente – due belle risate non hanno mai fatto male a nessuno!”. “Fino a stasera”, pensò.

Alla fine degli spot, riprese la sequenza delle sue battute. Ormai stava andando a ruota libera: raccontò un paio di barzellette, sugli ebrei, che fecero ruggire di piacere il pubblico: la conduttrice, non inquadrata, scuoteva la testa, ma Jones, sullo stesso tema, infilò una storiella dietro l’altra, sapeva di poterselo permettere, e sapeva che il produttore dello show era ebreo e tutto il pubblico sapeva che anche lui era ebreo, e la cosa era ancora più divertente.

Poi volle dare i fendenti finali: lo scandalo dell’imprenditore finanziario e delle sue avventure erotiche con i camerieri erano state su tutti i giornali, perché non divertirsi un po’ sul tema? La gente rideva ormai in maniera scomposta, irrefrenabile; vedeva ogni tanto, nella sala semibuia, qualcuno che si accasciava, subito soccorso dagli addetti, anche loro però scossi da risate irrefrenabili.

Ormai il meccanismo lo aveva messo in moto, e non c’è niente di meglio del tema sesso per far perdere le inibizioni a tutti. Prese in giro, in maniera un po’ grassa, il celebre giornalista della TV trovato in tuta di lattice e ‘attrezzi’ vari, nel parco di New York insieme ad un paio di amichetti: la conduttrice e il direttore di studio facevano grandi gesti perché la finisse; ma tanto, pensò lui. è un anchor-man della concorrenza…

Gli ascolti stavano facendo un picco incredibile e l’agitazione nello studio era ormai a livelli altissimi: c’erano stati altri casi di malore, si diceva che qualcuno del pubblico fosse addirittura morto d’infarto.

Cominciarono con i cartelli che gli comunicavano quanto stava succedendo, la CNN aveva notizia di ricoveri in varie parti degli USA; si contavano già tre o quattro decessi accertati.

Jones sapeva di poter andar avanti ancora un po': il produttore dello show era troppo interessato agli ascolti che stava facendo, le aziende che facevano pubblicità avrebbero pagato a peso d’oro i suoi spazi, lo studio era in uno stato parossistico. Infilò alcune battute sulla Santa Sede e sulla visita del Papa in Israele, poi sulle calde amicizie di un leader russo con un ricco emiro dalle note tendenze sessuali.

Gli spettatori nello studio erano impazziti, lui ormai li stimolava con scariche di risate e di adrenalina una dopo l’altra; davanti all’apparecchio TV, nelle case, nei bar, negli ospedali, la gente non riusciva più a distogliere l’attenzione da quel maturo, geniale personaggio che li faceva ridere, ridere e ridere.

Alla fine, nessuno sapeva più che dire: i risultati degli ascolti erano impressionanti, ma le notizie dei ricoveri, e dei decessi, lo erano altrettanto.

Jones, sudato ma col pieno controllo di sé, decise di non restare un attimo di più dopo che le telecamere ebbero chiuso la diretta. Sgarbatamente scostò la conduttrice e il direttore di studio e si fece rapidamente largo verso un uscita secondaria dello stabilimento, per corridoi semivuoti.

“Vedi che ce l’ho fatta? – disse ad alta voce, non sapeva se a se stesso o alla moglie – loro volevano ridere, e io li ho fatti ridere.”

Il sudore si stava asciugando, e sentì freddo: aveva lasciato il soprabito nel camerino, non si era ricordato di prenderlo, e ora, scendendo una piccola rampa esterna, era preso dai brividi; si abbottonò la giacca  e affrettò il passo, sperando di trovare presto un taxi.

Un’auto gialla gli venne subito incontro:  salì e dette l’indirizzo all’autista.

“Signor Jones, è un grande onore averla sulla mia macchina. Io e mia moglie siamo suoi grandi fan da anni.” Gli sorrise. compiaciuto, l’autista nel farlo salire.

“Grazie, lei è molto gentile.” Gli rispose, automaticamente Jones. “Eccone un altro” pensò.

“Mi farebbe un autografo anzi, se può, due. Uno per me e uno per mia moglie?”

“Certo, quando scendo glieli faccio.” rispose Jones, affabile, cercando automaticamente qualche foto nella tasca della giacca e  tornando all’improvviso nel mondo reale.

“Ma lo sa che stasera è stato veramente grandioso – fece l’autista, accennando alla piccola TV che aveva sul cruscotto – ho seguito tutto lo spettacolo, è stato veramente imperdibile. Ci ha fatto davvero morire dal ridere!”.

“Grazie” .gli rispose Jones, accennando un sorriso. “Era proprio quello che volevo fare, stasera”. L’autista era troppo attento a districarsi dal traffico di quell’ora per notare, riflesso nello specchietto, il guizzo demoniaco negli occhi di H. Jones Fiddler.

Dedicato a Fabrizio de André, che lo ha cantato, a Fernanda Pivano, che lo ha tradotto, e a Edgar Lee Masters, nella cui lingua alla fine son riuscito a leggerlo.

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Dr J. Iccapot