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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per agosto 2009

L’attentato

attentato

Il sig. M entrò in casa come sempre di fretta e si precipitò in cucina. Non salutò neppure la moglie che stava armeggiando intorno ai fornelli, afferrò  il telecomando e cambiò canale.
Con l’aria di avere preso possesso della plancia di una portaerei si mise seduto, mentre sul video scorreva la sigla del telegiornale.

“Buonasera, cara! Com’è andata la giornata?” disse ironicamente la moglie

“Ma sì, ciao, ti ho visto, non sono cieco” rispose il sig. M continuando a seguire le notizie del telegiornale.

“Almeno lavati le mani prima di metterti a tavola” aggiunse lei, come se stesse pronunciando una frase di cortesia.

Alla prima interruzione pubblicitaria il sig. M corse in bagno, indossò le pantofole e tornò in cucina. Mentre metteva in bocca la seconda forchettata di spaghetti in televisione apparve il presidente S , al solito sorridente e disinvolto. Il sig. M non lo sopportava.

“Ma che ci sarà da ridere, con il paese che va a rotoli” borbottò  il sig. M

“Se tu avessi i suoi quattrini ti metteresti a piangere?” disse la moglie sedendosi a tavola.

“Che c’entra, i quattrini li ha lui, non il paese, il paese è in mutande. Ma tanto cosa vuoi capire.”

“Io capisco che è un uomo simpatico, ora magari ha una certa età, ma da giovane doveva avere proprio un fascino… come un attore”

“Mettiti gli occhiali!” il sig. M non sopportava che la moglie provasse tanta ammirazione per l’uomo che lui detestava di più al mondo. Un giorno era affascinante, un giorno era bello, un giorno era ricco, un giorno era spiritoso: aveva in casa una fan del presidente S.

Un uomo così compiaciuto di sé non si era mai visto ed M non riusciva a capire perché, nonostante tutto, tanta gente lo trovasse ancora simpatico

“A me comunque gli uomini troppo alti non sono mai piaciuti, li trovo ingombranti” disse la moglie con aria provocatoria, il sig. M era alto un metro e ottanta e pesava quasi novanta chili, “ e mia madre sostiene che il sangue fatica ad arrivare alla testa, quando si è troppo alti”

“Senti, per me il tuo S può fare anche miracoli come la Madonna, ma quando è a casa sua; per guidare il paese occorrono competenza e progetti politici, non barzellette. Idee, hai capito, non sorrisi e canzoni” il sig. M era ormai stizzito. Tentò di continuare a seguire il telegiornale, ma quando entrava in questo genere di conversazioni si distraeva ed alla fine, per ribattere alle sciocchezze di sua moglie, si perdeva i servizi più importanti e doveva guardare un altro notiziario.

“Bravi quelli che c’erano prima” disse la moglie, con l’intento di far uscire il marito allo scoperto “Erano pure antipatici e con certe facce da sacrestia… anche quelli con la bandiera rossa!” La moglie non aveva mai avuto idee politiche, ma il suocero, pensò tra sé il sig. M, era un gran fascistone.

“Te l’ha detto tuo padre che quelli di prima non capivano niente?” replicò ironicamente

“Lascia stare il babbo, io li vedo, quando vanno in televisione, sembra che abbiano in tasca il Santo Graal: solo loro sanno tutto e capiscono tutto, neanche fossero il Papa. E non si sa come, non si sa perché, stanno sempre dalla parte del  giusto. Che bel piacere ciucciarsi il governo dei primi della classe ed ingozzare gli avanzi della balena bianca! Quando le balene crepano vanno buttate perché puzzano. E i secchioni non piacciono a nessuno”

Il sig. M a volte si stupiva dei discorsi della moglie. Sembrava sulle nuvole, ma poi citava il Graal e la balena bianca. E neanche a sproposito. Pensare che quando andavano a pranzo dai suoi non apriva bocca o parlava di cucina con la madre e di attori o cantanti con la sorella. Tanto a tavola era il fascistone capo che predicava per tutti.

M aveva soprannominato la casa dei suoceri Palazzo Venezia, ma il vecchio non se la prendeva e, per ritorsione, lo chiamava affettuosamente Mio Mao. E’ vero che all’Università aveva frequentato dei gruppi maoisti, agitando anche il famoso libretto rosso, ma era giovane ed ingenuo. La laurea non l’aveva presa ed i compagni di quei tempi non li vedeva da decenni. Quanto alla Cina… lasciamo perdere.

Il telegiornale era finito da un pezzo, ma nel programma di attualità che seguiva a ruota si parlava nuovamente di lui, il presidente S.

“Ma che è pure ubiquo come S. Antonio!” borbottò il sig. M

“Che significa ubiquo ?” chiese la moglie, donna in apparenza svagata ma in realtà rapida nell’assorbire nozioni, benché avesse solo il diploma di terza media.

“Ubiquo vuole dire essere come il tuo S che sta in cielo in terra e in ogni luogo. Come il prezzemolo”

“Che c’entra S. Antonio con il prezzemolo. Al paese c’era il porcello di S. Antonio, si allevava per i poveri, ma il prezzemolo di S. Antonio no, non l’ho mai sentito”

“Piantala, lasciami sentire il servizio” disse M con tono scortese, irritato dalla deriva surreale della conversazione.

La moglie andò in salotto e prese il vocabolario per controllare il significato della misteriosa parola.

Poi tornò in cucina, si mise seduta e disse con aria indifferente

“Scemo”

“Ignorante” replicò lui, continuando a seguire la trasmissione.

Ormai erano al caffè, lo prendevano anche la sera perché poi rimanevano alzati fino a tardi. Lei stirava, leggeva qualche giornaletto femminile, telefonava alla sorella, il sig. M invece si ritirava nella mansarda, ultimo baluardo di libertà nel deserto del  “tran, tran” quotidiano.

Anche lì c’era un televisore. Appena il sig. M entrava nel suo rifugio accendeva  l’apparecchio e, per ore, saltellava da un programma all’altro. Non di rado vedeva passare la faccia sorridente dell’odiato S, presente contemporaneamente su più canali, e subito sentiva il sangue andargli alla testa.

“Quello” aveva davvero tutto, denaro, potere, donne, ville, figli, nipoti e poi piaceva, piaceva a tanti, compresa sua moglie. E nei tornado della politica si comportava come una canna al vento, nulla lo abbatteva, un vero misirizzi! L’insofferenza di M non era però invidia en travesti: l’esistenza di S non gli appariva desiderabile ma offensiva, un insulto per il resto del genere umano, condannato in massa ad un destino di mediocre normalità; eppure, chi non avrebbero voluto essere, se non lui, almeno come lui?.

“Di certo sa godersi la vita mentre gli altri, i professionisti della politica, quelli “seri”, si rodono il fegato attaccati alle poltrone, impegnati in lotte fratricide all’ultimo sangue” pensava sconfortato M  “se aspettiamo che siano loro a levarlo di torno stiamo freschi!”.

Era abbastanza maturo per ricordare come andavano le cose negli anni settanta e ottanta: non aveva dimenticato i governi traballanti, gli scandali, il rosario dei partitini, Pri, Psiup, Pli, Psdi, le facce di bronzo dei “capocorrente”. Sua moglie su questo punto non aveva torto, la classe dirigente tradizionale era antipatica: certi pezzi da novanta della politica non sembravano neanche veri, prendevano vita solo nelle tribune elettorali e nei congressi, come il golem. Sì, detestava il presidente S, ma non per questo amava i suoi avversari: lo avevano deluso. Nessuno sembrava veramente disposto a fare qualcosa di decisivo per cambiare le cose, per salvare il paese.

A volte, nel dormiveglia, immaginava il presidente S, arzillo ed arguto centenario, ancora in carica…

Prese dall’armadio dei fucili la sua carabina di precisione, era un appassionato di tiro a segno, e cominciò meccanicamente a pulire la canna. Ogni tanto guardava attraverso il  mirino, puntando allo schermo del televisore. Strani pensieri attraversavano la sua mente. Il rancore lo divorava, S era diventato per lui un’ossessione.

Il giorno dopo, sabato, di buon ora si presentò alla porta del sig. M, il vicino sig. F, un amico. La pensavano allo stesso mondo quasi su tutto.

F salì in mansarda senza farsi accompagnare, era di casa.

“Senti – disse il sig. F – dobbiamo fare qualcosa. Non ne posso più di questa situazione”

“Anch’io ne ho le tasche piene, ma è una faccenda delicata” obiettò il sig. M

“Guarda che quello non lo levi di torno se non usi le maniere forti. Crede di essere il padrone … con le sue arie da manfano, tanto è sicuro che non lo frega nessuno. E come si dà da fare, grandissimo porco.”

“A mia moglie sta simpatico, magari un giorno me lo trovo sul letto con lei che gli fa le coccole.”

“Via, non esagerare” disse il sig. F “Però occorre muoversi, tanti  qui in giro la pensano come noi, ma non hanno il coraggio di fare qualcosa”

“Io sono disposto ad agire. Per colpa sua la notte non dormo più. Però dobbiamo aspettare che mia moglie vada in vacanza dalla zia, la settimana prossima. Potrebbe insospettirsi.”

“Carabina?”

“ E certo, che vuoi che gli metta il sale sulla coda?”

“Silenziatore?”

“Non ce l’ho il silenziatore, ma la mia carabina fa poco rumore ed è precisa. Anche a grande distanza”

“Alla testa, s’intende”

“Non c’è altro modo per essere sicuri”.

“Come JFK” disse sibillino il sig. F

La sera stabilita per “l’azione” il sig. F ed il sig. M si incontrarono nel luogo concordato. Il sig. M portava a tracolla la sua carabina di precisione. Aveva montato anche il cannocchiale.

“Sai, non ho mai fatto una cosa del genere in vita mia” disse sottovoce il sig. M

“Pensa ai danni che ha provocato. Tra poco uscirà per sempre dalla nostra vita e finalmente smetteremo di rovinarci il fegato!” lo rincuorò il sig. F.

Si erano appostati dietro un cespuglio, accovacciati per non essere visti. Quella, secondo F, era la linea di tiro ideale per un cecchino.

“ Sei certo che passerà di qui?”

“Con lui non puoi mai essere sicuro di niente, è sempre in movimento come una trottola. Però è probabile che venga, di solito passa da là” disse F, indicando un punto indefinito oltre il cespuglio.

Era una calda notte d’estate, ma in giro non si vedeva nessuno. Massima visibilità, considerata l’ora, niente curiosi nei dintorni: insomma un “lavoro” pulito.

“Attento, eccolo che viene. Carogna! Brutto impunito…” bisbigliò il sig. F

Il sig. M imbracciò l’arma, puntò alla testa e sparò. Se avesse riflettuto un momento non avrebbe avuto il coraggio di farlo.

Il sig. F si catapultò fuori dal cespuglio con in mano un sacco nero della spazzatura. Corse verso quel corpo caduto di botto a terra, esanime. Sollevò per la collottola il cadavere del grosso gatto certosino e lo buttò nel sacco. Sembrava un invasato.

“Maledetto, hai finito di rovinarmi il giardino, di pisciare sui miei vasi di fiori! l’hai pagata finalmente per l’occhio della canina del sig.ra P, le tende di lino della signora R, il pappagallino della piccola G e per il tuo giro di gatte in calore schiamazzanti. Urli, miagolii e risse tutte le notti: sono settimane che non dormiamo!”. F sembrava sul punto di inscenare una danza di guerra apache.

Il sig. M non aveva mai ucciso un animale, frequentava il poligono ma non era un cacciatore. Sentì che non aveva fatto una bella azione. Quel gatto era una vera iattura per gli abitanti della zona, ma magari si poteva catturare la bestiaccia e consegnarla ad un ente che si occupava di animali abbandonati oppure deportarla in campagna, non era certo un micetto che rischiava di morire di fame. Ora però era troppo tardi per cercare una soluzione alternativa.

Dopo lo sparo fu di nuovo silenzio: canto di grilli, rumore di auto in lontananza, televisori accesi dietro le persiane accostate. Nessuno dei vicini si affacciò alla finestra, il delitto non aveva avuto testimoni.

Qualche giorno dopo la moglie tornò dalla sua breve vacanza.

La sera, in cucina, il sig. M era al solito intento a seguire il notiziario televisivo quando, tra un servizio sulle vacanze del Santo Padre e l’ultima esibizione del presidente S, sul video si materializzò l’immagine di un micio dall’aria sorniona: la bestiola, fuggita dall’auto dei padroni durante una sosta in autostrada, era tornata a casa percorrendo centinaia di chilometri. La gioia dei “familiari” intervistati parve al sig. M decisamente eccessiva in rapporto all’evento.

“Lo scoop del felino maratoneta è immancabile nella stagione estiva” commentò ironico, ma ormai il fantasma della sua vittima aleggiava nella stanza, come l’ombra di Banquo nel castello di Inverness.

La moglie aveva seguito con attenzione il reportage e, con tono preoccupato, pronunciò le fatidiche parole che M non avrebbe mai voluto udire: “Chi sa dov’è finito quel gatto certosino che da un po’ di tempo gira qui intorno. A volte viene a miagolare alla porta e io gli verso un po’ di latte in un piattino: è così simpatico quando si struscia alle gambe e fa le fusa”

“Magari ha trovato un padrone” disse il sig. M con aria indifferente, tentando inutilmente di deviare il discorso sulle pietanze in tavola “Buone queste melanzane, è una ricetta nuova?”. Ovviamente erano le solite melanzane in bianco di sempre.

“I gatti non hanno padroni, sono animali liberi – replicò imperturbabile la moglie – noi umani, al massimo, possiamo considerarci i loro ospiti. Comunque sono sicura che tornerà a trovarmi perché mi ha preso in simpatia. Vorrei tanto tenerlo con noi, non m’importa se i nostri vicini lo detestano.

F mi ha detto, tempo fa, che non dovevo dargli da mangiare, come se avesse diritto di comandare a casa mia! Sai, gli ho anche già trovato un nome, lo chiamerò S, come il presidente.

All’improvviso il rimorso per la cattiva azione commessa cessò di tormentare, con le sue punte di spillo, il cuore offeso del sig. M.

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Rosanna Bogo

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H. Jones Fiddler

tvstudio

“L’avverto io, un quarto d’ora prima, signor Jones” disse uno dei ragazzi dello studio, facendo capolino dalla porta mentre la truccatrice stava uscendo.

“Va bene”, gli rispose Jones, ringraziandolo con un sorriso.

Aveva bisogno di quei minuti di pausa, ne aveva sempre avuto bisogno. Si rilassò lì dove si trovava, sulla poltroncina del trucco, davanti allo specchio. Le luci, forti, investivano la sua figura ancora ben messa, i capelli bianchi, la faccia abbronzata: lo sapeva, quello era il momento del terrore e doveva viverlo da solo.

Tutti quelli che stanno per andare in scena ad un certo momento sono assaliti dalla paura del pubblico, dal dubbio di non essere all’altezza della situazione, da una sensazione di pericolo così forte da voler fuggir via. E chiunque si trovi in questa situazione ha un suo modo, personalissimo, di scacciare l’improvvisa oppressione e la tensione che si alza così tanto che sembra poterti spezzare.

Per lui prima di tutto era importante rimanere completamente solo per qualche decina di minuti, seduto, dentro un abito comodo, un abito suo e non della produzione, che gli si adeguasse al corpo e non si tendesse fastidiosamente qua e là; la camicia doveva aver un colletto largo e la cravatta, che sceglieva con cura, doveva essere nuova, annodata alla  perfezione e col nodo non troppo stretto. Si faceva portare in studio tre o quattro delle sue cravatte mai indossate perché sapeva che, facendosi il nodo, non sarebbe riuscito subito a trovare la giusta lunghezza e lo avrebbe dovuto fare e disfare più volte, sgualcendo alla fine la seta e dovendo ricorrere ad un’altra cravatta: durante la vita di tutti i giorni si poteva annodare una cravatta anche al buio, e sarebbe sempre stata perfetta al primo tentativo ma prima di uno spettacolo non gli succedeva mai.

Anche le scarpe dovevano essere comode, più erano usate e meglio si sentiva, e aveva dovuto spesso discutere con i registi perché i cameramen erano costretti a fare delle acrobazie per non inquadrare, quando era seduto, come sarebbe successo quella sera, la pelle un po’ vissuta e le tomaie consumate.

L’orologio, poi, lo toglieva prima di uscire dall’albergo, per non sentirselo pesante o troppo stretto al polso e per non farlo apparire e scomparire alla vista, in un grottesco gioco al nascondino con il polsino della camicia.

L’unica cosa che gli stringeva era l’anello, l’anello matrimoniale che portava da decenni e la cui presenza serviva ormai a ricordargli il dolore più forte della sua vita, la morte rapida, ed anche per questo dolorosissima, della moglie.

Tra poco sarebbe dovuto uscire dal camerino, entrare nello studio, partecipare alla diretta TV dedicata a lui. Avrebbe dovuto, ancora una volta, divertire e far ridere tutti, lì, in studio e lontano, nelle case dei milioni di telespettatori che non si sarebbero certo persi lo show.

Era la sua ultima apparizione pubblica, lo avevano annunciato tutti, e l’interesse dei media per quello spettacolo era altissimo.

Non ce la faceva ormai più a fare film o a comparire in TV con l’obbligo di divertire, di far ridere. Era stato così per tutta la vita, sin da piccolo: doveva divertire gli altri perché solo così gli altri potevano apprezzarlo. Doveva far ridere quando era depresso, quando era infelice, quando era malato; sapeva guadagnarsi da vivere soltanto divertendo, ed erano decenni che sopportava questa condizione. Ora, però, dopo la morte della moglie, non ce la faceva più. Non poteva più comparire a comando ed essere il burattino di tutti: era l’ora di finirla, si era stancato di essere lo schiavo del pubblico, che era stato costretto a servire per tutta la vita; non ne poteva più di vedere il sorriso stampato sulla faccia di tutte le dannate persone che incontrava; la odiava, quella immensa e mal definita platea che, per decenni, aveva dovuto soddisfare con i suoi scherzi da guitto.

La sua vita era stata una vita ‘pubblica’, non potevano andare in vacanza, al cinema, in un locale, senza che lui e la moglie fossero circondati da curiosi, da giornalisti e da fan. Non avevano potuto avere dei giorni tutti per loro, una casa in cui ritirarsi a fine giornata, un week-end tranquillo per andare a giocare a golf o tuffarsi a nuotare nudi a scherzare nell’acqua come faceva da ragazzo. Non c’era neppure stato il tempo di avere dei figli, era sempre in giro e non voleva che i ragazzi gli crescessero lontani: sua moglie  aveva sofferto moltissimo,  di questa decisione che comunque avevano preso insieme.

Maledetto pubblico, gli aveva rovinato l’esistenza: lui doveva solo farlo divertire, sempre e comunque; ma quella era la sua ultima serata e, se lo era ripromesso, si sarebbe vendicato di tutta quella vita di risate.

Pensò ancora a sua moglie: “Sì, lo devo fare, devo farli ridere ancora una volta, che vuoi farci; si vogliono divertire e io stasera li farò divertire E’ tutta la vita che li faccio divertire e stasera vedranno cosa so veramente fare.”

Con la conduttrice avevano concordato gli argomenti che sarebbero stati affrontati, lui aveva scritto un brogliaccio per la produzione, avevano calcolato al solito i tempi per gli stacchi pubblicitari; come sempre succedeva sarebbe andato un po’ a braccio, facendo delle variazioni sul tema: così, almeno, aveva sempre fatto. Ma stasera, beh, stasera era una serata davvero speciale e aveva deciso di far vedere a tutti di cosa era capace: si sarebbero divertiti, divertiti come non si erano divertiti mai.

Ripassò la scaletta della serata, aveva un foglietto, scritto a lapis, ripiegato nella tasca dei pantaloni: lo prese, leggendo con attenzione rigo dopo rigo e immaginando le battute da dire, le interruzioni da fare, il dialogo da sostenere con la conduttrice che lo avrebbe intervistato e che sarebbe stata anche un po’ la sua ‘spalla'; poi pensò alle variazioni da aggiungere ma, si disse, sono tanti anni che vado in scena, le migliori verranno da sole.

Stava ancora vedendo mentalmente lo svolgersi della serata, quando sentì che la porta del camerino si apriva; il ragazzo di prima fece di nuovo capolino e, silenziosamente, annuì con la testa, per dirgli che l’ora stava per arrivare. Jones gli rispose a sua volta con un cenno di intesa; si alzò dalla poltroncina dove era stato fino ad allora, si guardò nello specchio, un ultimo tocco al nodo della cravatta, doveva essere chiuso e perfettamente centrato, poi si mise la giacca. Controllò che i capelli non si fossero mossi. Anche se gli avevano messo il solito fissante. Era a posto. “Adesso devo andare”, pensò, e appena fu nel corridoio la paura passò. Lui era H. Jones Fiddler e doveva essere all’altezza della situazione; rispose, rilassato e tranquillo, al saluto di un paio di vigilanti che incontrò lungo il cammino, entrò nello studio salutando con cenni della testa i vari addetti presenti dietro le quinte, qualcuno, che già conosceva, gli strinse la mano. Poi aspettò il suo turno.

La presentatrice disse la frase magica: “L’ospite di stasera, come sapete, è il nostro…… H. J. Fiddler”. Il monitor di servizio dietro le quinte fece vedere la camera che si spostava verso l’ingresso della scena; era il suo momento: entrò, sorridendo.

La serata stava andando molto bene. Il pubblico dello studio era numeroso: in realtà più che uno studio era un piccolo teatro strapieno di gente che si divertiva e rideva alle sue battute, che applaudiva a tempo senza troppo bisogno di essere guidata, e che mostrava con calore l’affetto che aveva per lui.

Dopo la seconda pausa pubblicitaria lo studio si animò: i risultati degli ascolti erano ottimi, la produzione era contentissima, gli inserzionisti della pubblicità, pagata a caro prezzo, erano felicissimi. Tutto stava andando come meglio non poteva andare.

Alla ripresa della diretta cominciò con qualcuna delle ‘variazioni’ che aveva in mente: il pubblico in sala rispose subito; lui lo incalzò con una nuova storiella, risero tutti, qualcuno piegato in due non riusciva a fermarsi; alcuni avevano le lacrime agli occhi, anche i cameramen e gli assistenti di studio si reggevano a stento. Continuò, più brillante ancora, e notò del trambusto tra il pubblico: una signora si era sentita male, intervenivano a soccorrerla; ma lo spettacolo doveva andare avanti, e lui continuò.

“Maledetta pubblicità – pensò quando fu costretto a interrompersi – procedeva tutto così bene…”. La faccia gli si fece seria, per un secondo: rifletteva sul suo piano, poi tornò nella parte; la conduttrice si stava ancora asciugando gli occhi e una truccatrice era arrivata in suo soccorso; mentre una delle parrucchiere le fissava di nuovo un ciuffo di capelli che le stava andando, ribelle, in giro, pregò Jones di calmarsi un po’. Il comico le sorrise, il volto immobile sotto le mani di una truccatrice che, trattenendosi a stento dal ridere, gli asciugava il sudore  e incipriava con colpetti sapienti la fronte e il naso. “Perché, cara –  fece Jones – non si sta forse divertendo?”. “Qualcuno del pubblico si è sentito male, lo hanno dovuto portare al pronto soccorso”. “Ma via – ribatté Jones, sorridente – due belle risate non hanno mai fatto male a nessuno!”. “Fino a stasera”, pensò.

Alla fine degli spot, riprese la sequenza delle sue battute. Ormai stava andando a ruota libera: raccontò un paio di barzellette, sugli ebrei, che fecero ruggire di piacere il pubblico: la conduttrice, non inquadrata, scuoteva la testa, ma Jones, sullo stesso tema, infilò una storiella dietro l’altra, sapeva di poterselo permettere, e sapeva che il produttore dello show era ebreo e tutto il pubblico sapeva che anche lui era ebreo, e la cosa era ancora più divertente.

Poi volle dare i fendenti finali: lo scandalo dell’imprenditore finanziario e delle sue avventure erotiche con i camerieri erano state su tutti i giornali, perché non divertirsi un po’ sul tema? La gente rideva ormai in maniera scomposta, irrefrenabile; vedeva ogni tanto, nella sala semibuia, qualcuno che si accasciava, subito soccorso dagli addetti, anche loro però scossi da risate irrefrenabili.

Ormai il meccanismo lo aveva messo in moto, e non c’è niente di meglio del tema sesso per far perdere le inibizioni a tutti. Prese in giro, in maniera un po’ grassa, il celebre giornalista della TV trovato in tuta di lattice e ‘attrezzi’ vari, nel parco di New York insieme ad un paio di amichetti: la conduttrice e il direttore di studio facevano grandi gesti perché la finisse; ma tanto, pensò lui. è un anchor-man della concorrenza…

Gli ascolti stavano facendo un picco incredibile e l’agitazione nello studio era ormai a livelli altissimi: c’erano stati altri casi di malore, si diceva che qualcuno del pubblico fosse addirittura morto d’infarto.

Cominciarono con i cartelli che gli comunicavano quanto stava succedendo, la CNN aveva notizia di ricoveri in varie parti degli USA; si contavano già tre o quattro decessi accertati.

Jones sapeva di poter andar avanti ancora un po': il produttore dello show era troppo interessato agli ascolti che stava facendo, le aziende che facevano pubblicità avrebbero pagato a peso d’oro i suoi spazi, lo studio era in uno stato parossistico. Infilò alcune battute sulla Santa Sede e sulla visita del Papa in Israele, poi sulle calde amicizie di un leader russo con un ricco emiro dalle note tendenze sessuali.

Gli spettatori nello studio erano impazziti, lui ormai li stimolava con scariche di risate e di adrenalina una dopo l’altra; davanti all’apparecchio TV, nelle case, nei bar, negli ospedali, la gente non riusciva più a distogliere l’attenzione da quel maturo, geniale personaggio che li faceva ridere, ridere e ridere.

Alla fine, nessuno sapeva più che dire: i risultati degli ascolti erano impressionanti, ma le notizie dei ricoveri, e dei decessi, lo erano altrettanto.

Jones, sudato ma col pieno controllo di sé, decise di non restare un attimo di più dopo che le telecamere ebbero chiuso la diretta. Sgarbatamente scostò la conduttrice e il direttore di studio e si fece rapidamente largo verso un uscita secondaria dello stabilimento, per corridoi semivuoti.

“Vedi che ce l’ho fatta? – disse ad alta voce, non sapeva se a se stesso o alla moglie – loro volevano ridere, e io li ho fatti ridere.”

Il sudore si stava asciugando, e sentì freddo: aveva lasciato il soprabito nel camerino, non si era ricordato di prenderlo, e ora, scendendo una piccola rampa esterna, era preso dai brividi; si abbottonò la giacca  e affrettò il passo, sperando di trovare presto un taxi.

Un’auto gialla gli venne subito incontro:  salì e dette l’indirizzo all’autista.

“Signor Jones, è un grande onore averla sulla mia macchina. Io e mia moglie siamo suoi grandi fan da anni.” Gli sorrise. compiaciuto, l’autista nel farlo salire.

“Grazie, lei è molto gentile.” Gli rispose, automaticamente Jones. “Eccone un altro” pensò.

“Mi farebbe un autografo anzi, se può, due. Uno per me e uno per mia moglie?”

“Certo, quando scendo glieli faccio.” rispose Jones, affabile, cercando automaticamente qualche foto nella tasca della giacca e  tornando all’improvviso nel mondo reale.

“Ma lo sa che stasera è stato veramente grandioso – fece l’autista, accennando alla piccola TV che aveva sul cruscotto – ho seguito tutto lo spettacolo, è stato veramente imperdibile. Ci ha fatto davvero morire dal ridere!”.

“Grazie” .gli rispose Jones, accennando un sorriso. “Era proprio quello che volevo fare, stasera”. L’autista era troppo attento a districarsi dal traffico di quell’ora per notare, riflesso nello specchietto, il guizzo demoniaco negli occhi di H. Jones Fiddler.

Dedicato a Fabrizio de André, che lo ha cantato, a Fernanda Pivano, che lo ha tradotto, e a Edgar Lee Masters, nella cui lingua alla fine son riuscito a leggerlo.

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Dr J. Iccapot

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Il concerto del Maggio

Gruppo di maggerini

Gruppo di maggerini

Il giorno della commemorazione la piazza del piccolo paese era gremita di una folla variegata e rumoreggiante. C’erano i parenti del defunto, raccolti in cerchio nell’angolo, alla destra del maxi schermo installato sul muro del parcheggio; c’erano le autorità, per la precisione il sindaco, il maresciallo e il parroco, seduti su tre sedie allineate alla sinistra dello schermo; c’erano i commercianti, gli artigiani, gli impiegati del comune, le molte vedove e i pochi bambini del paese, tutti radunati in attesa di assistere alla commemorazione; c’erano tre signore indaffarate nel disporre il buffet su un tavolo sistemato all’altro lato della piazza, apparecchiato con tovaglie dalle fantasie vivaci e bottiglie di vino bianco e rosso. In una viuzza a lato della piazza c’era il coro dei maggerini, impegnato nelle ultime prove, a voce bassa per non farsi sentire troppo, ma non così bassa da non sentire se gli accordi erano intonati o “boglioli”, come amava dire il maestro.

Marcello e la band arrivarono un po’ in ritardo, perché venivano da lontano e per strada c’era traffico. Questa era la versione ufficiale; in realtà erano tornati indietro perché Pompeo aveva dimenticato gli occhiali ed era di umore pessimo. Li aspettava una esibizione improvvisata, con gente che non sapeva distinguere una minima da una semibreve; loro suonavano da una vita, sapevano quanto può essere difficile stare dietro a un gruppo di persone così. In silenzio disposero i leggii nell’unico metro quadrato di piazza rimasto libero e si misero ad aspettare. Marcello aveva le mani sudate, e non per il caldo. Arrivò il fisarmonicista, con il solito sorriso roseo, guardò i leggii e, sornione, esclamò: – Proprio non ve ne volete fare una ragione, eh, che non ci sono gli spartiti!

Marcello si rese conto in quel momento che montare i leggii era stato un gesto meccanico ma completamente inutile e, viste le circostanze, perfino un po’ ridicolo.

– Eh, si.- rispose burbero. E li smontò uno ad uno.

Arrivò il coro. Il maestro salutò allegramente i musicisti. “Ecco i nostri suonatori. Cominciavamo ad essere preoccupati, che non vi vedevamo arrivare. Noi abbiamo già provato, voi tanto siete bravi, non ce n’è bisogno. Suvvia, che faremo un figurone!”

Marcello pensò che il termine “figurone” calzava a pennello… grossa figura di…

Sullo schermo iniziarono a passare le immagini del defunto vestito da maggerino insieme agli altri del coro. I colleghi coristi iniziarono a commentarle. Ti ricordi qui, o dove s’era?…ma come stava bene con quel cappello…porino però non se la meritava una fine così…era tanto bravo…che voce, aveva, a volte sembrava Narciso Parigi da quanto l’avea dolce…

La folla si sistemò sulle sedie, i parenti compostamente in prima fila, le autorità, che non si erano mai mosse dai loro posti a sedere, si risvegliarono dal torpore. Tutti guardavano le immagini sullo schermo. Il sindaco ricordò il defunto con parole di encomio. Il parroco lo ricordò con parole di affetto. Il maresciallo si rammaricò di non averlo mai conosciuto, essendo arrivato in paese da soli tre mesi, ma si dichiarò convinto che fosse una persona eccezionale se tutto il paese lo ricordava con cotanta commozione.

Il coro dei maggerini, dichiarò il maestro, lo avrebbe ricordato con un concertino, cantando le canzoni che lui preferiva, con l’accompagnamento di un gruppo di amici suonatori provenienti dai comuni limitrofi. La piazza fece silenzio. I cantanti si schiarirono la gola e i musicisti avvicinarono gli strumenti alla bocca. Tutti tranne il fisarmonicista, che con il sorriso roseo si assestò sulla sedia e strinse l’occhio al maestro.

Iniziò il concerto. Marcello ascoltava il coro sgangherato e lasciava che le dita scorressero da sole sul clarinetto, frugando le note nella memoria decennale di canzonette e musica da ballo. Infiorettava le note con qualche acciaccatura o con sapienti glissati, mentre il coro ondeggiava a tempo nei costumi colorati pieni di fiori di carta. Che strazio… – pensò. E si vide, in giacca e senza cravatta come era suo solito, dietro la scenografia del Nabucco, a fare la “bandina” dell’opera, con tanto di spartito e maestro vero; quello era stato il suo momento di gloria, quella era la musica che amava e che gli batteva nel petto, mica queste canzonette tutte uguali cantate da quattro gatti strinti all’uscio. Finì la prima canzone, gli applausi scrosciarono abbondanti da tutta la piazza. Marcello sorrise, un po’ di sé, un po’ della gente.

Il concerto proseguì nell’entusiasmo generale e alla fine la folla chiese a gran voce il bis. Volarono fiori e grida di apprezzamento: Braviiiiii!!!

L’inizio del buffet segnò la fine della musica. Le bocche che prima avevano intonato gli allegri canti adesso si riempivano avide di zuppa contadina, arrosto, sformati, dolci. Anche Marcello e gli altri mangiavano, apprezzando il buon lavoro delle donne, assaporando i vari tipi di vino e commentando l’annata. Ogni tanto qualcuno si avvicinava e faceva i complimenti per la buona musica, e Marcello allora raccontava della sua vita da clarinettista iniziata da bimbo e ancora ben lontana dal finire. Anche Mario il trombettista raccontava volentieri di quando aveva la sua orchestrina e faceva le serate da ballo, e le ragazze gli morivano dietro.

Un’anziana signora, camminando a fatica, con la mano fece cenno a Marcello di andarle incontro. Quando si fu avvicinato gli mormorò: – Grazie, sa, grazie che siete venuti, lo dica anche ai suoi amici. Il mi’ figliolo era un po’ preoccupato, ha detto che voi sapete suonare bene e che il suo coro di maggerini invece non è mica granchè. Ma che vuole, in questo paese un c’è nulla, anche lui si sacrifica per tenere in piedi almeno quello. Viene tutte le settimane da Firenze, sa, lui, perché a Firenze insegna al conservatorio. Suona il violino, come il su’nonno. Invece il mi’marito, insomma, il su’ babbo, lui suonava la fisarmonica. Ancora grazie, eh, arrivederla.

Marcello tornò al tavolo e afferrò un pezzo di crostata dal vassoio dei dolci. Alcuni del coro se ne stavano andando via e dall’altro lato della piazza li salutavano con le braccia, vistosamente. Tra loro c’era il maestro: – Arrivederci e grazie tante, vi ci è voluta tanta pazienza con noi, lo so. Grazie.

Marcello ricambiò il saluto, sorridendo. Ogni tensione era ormai svanita, aveva passato una bella giornata. E in fondo, pensò, un “grazie” così, all’opera, non gliel’aveva mai detto nessuno.


Leggi anche la prima parte del racconto: “La prova del maggio

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Beatrix

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Il giardino all’ombra

GiardinoFiorito

La signora Rosa, benché portasse il nome di un fiore, non aveva il pollice verde. Provava però una vera attrazione per le piante e soprattutto per i fiori: era affascinata dall’infinita varietà dei loro colori, dai diversi profumi che emanavano, dalle strane forme delle corolle e spesso tornava dal mercato settimanale carica di vasi e vasetti.  A volte portava a casa piante enormi e quando il venditore si offriva di aiutarla a caricare i vasi in macchina, perché era ovvio che la cliente doveva avere un mezzo adeguato al trasporto di simili ‘baobab’, si scherniva dicendo “non si preoccupi, tanto abito qui vicino”. Ovviamente non era vero.

Il suo grande amore, come spesso accade, non era però ricambiato: nonostante si prodigasse nelle cure non riusciva mai ad avere un bel balcone fiorito: fuchsie, begonie, gerani e petunie, appena varcata la porta di casa, perdevano l’aspetto florido esibito sulle bancarelle, si intristivano e spesso non arrivavano neppure alla fine dell’estate.

Rosa aveva tentato di comprendere le cause dello strano spleen vegetale che affliggeva le sue piante leggendo riviste e manuali di giardinaggio. Era in grado di riconoscere le principali malattie crittogamiche, oidio, ruggine, marciume radicale, ticchiolatura, fusariosi e gli insetti dannosi più comuni, aleurodidi, afidi, ragnetti, oziorinchi e cocciniglie, ma quando metteva in pratica i metodi di coltivazione e di difesa dalle avversità suggeriti dagli esperti non otteneva i risultati sperati: raramente le malattie regredivano e, di solito, i suoi minuscoli avversari avevano il sopravvento. Rosa però si rassegnava facilmente alla sconfitta pensando che in fondo le povere vittime, rinsecchite, divorate, spogliate del loro verde corpo, erano solo vegetali, come gli spinaci o gli asparagi che preparava a pranzo. La morte di un animale domestico era tutt’altra cosa, lasciava un segno a volte molto doloroso, la morte di una gardenia o di una camelia era semplicemente una promessa di bellezza non mantenuta. E poi il venerdì, al mercato, poteva sempre comprare una nuova pianta, magari quella descritta nell’ultimo numero della sua rivista di giardinaggio preferita. Ogni dipartita aveva dunque un lato positivo: liberava un posto nei balconi degli appartamenti d’affitto in cui Rosa abitava.

Da bambina aveva vissuto in una casa con un giardino quasi del tutto spoglio. L’unica pianta che ricordava era un piccolo cespuglio di rosa, di certo molto vecchio, che ogni anno si intestardiva a produrre due o tre fiori, ovviamente di un banale color rosa. Sua madre sosteneva che in giardino era inutile piantare fiori perché i bambini, Rosa inclusa, calpestavano le aiuole, ma lei non ricordava di avere mai compiuto un simile atto vandalico. In realtà sua madre non amava i fiori  e riteneva il giardinaggio una manifestazione di egoismo: chi lo praticava mostrava infatti di preferire la compagnia delle piante a quella degli umani e, a conferma della sua teoria, citava casi esemplari nel parentado. Suo padre tornava tardi la sera ed attraversava rapidamente il giardino: non si sedeva mai sulla panchina di legno a lato della porta di casa, neppure nelle sere d’estate.

Evidentemente Rosa non aveva ereditato dai genitori  la sua passione per i fiori.

Da bambina qualche volta era entrata nel giardino della casa di fronte: quasi tutto lo spazio era occupato da un’unica aiuola quadrata  piena di cespugli di rose con enormi fiori, in prevalenza gialli e screziati. Il vicino curava amorevolmente il suo giardino e non sembrava né egoista né scontroso. Ma era un guaio se, giocando nel vialetto, la palla finiva dentro quella foresta spinosa spezzando qualche ramo: per ritrovarla era inevitabile graffiarsi le braccia, senza contare le meritate rampogne per il danno inflitto alle povere piante.

Un giorno finalmente Rosa riuscì a convincere il marito che era giunto il momento di comprare casa. Gli anni passavano ed era stanca di traslocare da un appartamento all’altro, voleva mettere radici. Al marito non importava gran che della casa, dei mobili o delle piante, sentiva solo la necessità di avere una tana, anche transitoria, da adeguare alle proprie esigenze, in primis il disordine come espressione di controllo del territorio; ma alla fine si lasciò trascinare nell’impresa per amore della pace domestica.

Dopo qualche superficiale esplorazione, per pigrizia, decisero di comprare un appartamento al piano rialzato con un piccolo giardino. La scelta si rivelò infelice ma, del resto, negli affari non erano mai stati fortunati; Rosa però aveva finalmente un’aiuola da coltivare.

I precedenti proprietari avevano lasciato cespugli di rose e peonie, un oleandro e qualche alberello di ibisco siriaco; lei aggiunse un corbezzolo, un falso gelsomino, una palla di neve e rampicanti fioriti, caprifoglio, passiflora e clematide. Tentò inutilmente di convincere una buganvillea gialla a vivere sulla scaletta che scendeva in giardino, poi comprò una datura, versione domestica del velenoso artiglio del diavolo dal profumo inebriante, ma l’arbusto produsse i suoi vistosi fiori a forma di trombone una sola volta. Grandi soddisfazioni ottenne invece coltivando l’aspidistra: da pochi rizomi ricavò due giganteschi vasi, ma la resistenza di questa pianta ai giardinieri incapaci è leggendaria, come sottolinea anche Orwell.

Con un campo di battaglia così vasto la lotta contro le malattie e gli insetti si rivelò subito una guerra persa: sarebbe stato necessario irrorare di continuo pesticidi d’ogni genere, e Rosa decise di darsi subito per vinta.

Le rose fiorivano ma avevano poche foglie a causa delle più svariate malattie crittogamiche, i boccioli delle peonie cadevano, e persino il robusto oleandro ingialliva, vittima di un’invasione di cocciniglie. Formiche stakanoviste trasportavano da un ramo all’altro afidi avidi di linfa e voraci argidi  ricamavano instancabili i loro intagli nelle foglie meno coriacee. Rosa si sentiva assediata da tutti gli insetti nocivi raffigurati nel suo manuale di giardinaggio, cavallette comprese: ogni tanto vedeva svolazzare un esemplare di coccinella dei sette punti, vorace predatrice degli afidi, ma il simpatico animaletto portafortuna  di solito spariva quasi subito, vittima forse di un’indigestione.
Tuttavia non era questo il principale problema di Rosa, la vera magagna del giardino consisteva nella sua esposizione: volto ad ovest, stretto tra il muro della casa ed un’alta siepe di alloro che incombeva su tutta l’aiuola, era quasi completamente in ombra. Le rose, per riuscire ad avere qualche ora di sole, si erano trasformate in scheletrici alberi spinosi.

L’alloro mostrava qua e là gli inconfondibili segni di un’infestazione di fumaggine e Rosa inizialmente sperò che morisse. Poi cominciò a pensare ad un metodo rapido per eliminarlo, ma il marito la convinse che quel muro di sempreverde era utile perché, oltre a garantire un po’ di privacy, proteggeva la casa dal vento invernale e dai miasmi del traffico. L’alloro, graziato, dimostrò di possedere un’insospettabile vitalità: ogni anno una ditta specializzata doveva provvedere al taglio dei lunghi getti nati in primavera.

Anche il più sprovveduto dei giardinieri sa che esistono piante da sole, da ombra e da mezz’ombra: i fiori più belli e profumati, quelli prediletti da Rosa, richiedono luce diretta, mentre la scelta tra le piante da fiore che sopportano un’oscurità più o meno intensa è molto limitata, se si escludono l’ortensia, la violetta, la pervinca, l’impatiens e la lobelia.

Nei manuali di giardinaggio si legge che le piante, per fiorire e rimanere in salute, devono essere collocate nella giusta posizione e, dopo molti tentativi finiti male, Rosa giunse alla conclusione che i libri avevano ragione: è impossibile opporsi alle leggi di natura e quindi quel giardino in ombra non sarebbe mai divenuto il fiorito angolo di paradiso che aveva sempre desiderato.

Continuò tuttavia ad occuparsi della sua aiuola. Cercava di tenere in vita le piante malate, potava i rami secchi, sradicava i ceppi morti ed  ogni tanto comprava qualche vaso fiorito che collocava nei pochi punti  del marciapiede esposti al sole. I nuovi arrivati però non sopravvivevano a lungo.

Un giardino all’ombra è davvero difficile da coltivare, si ripeteva Rosa per giustificare i suoi fallimenti, ma di certo un pollice verde avrebbe saputo ugualmente trasformare quel luogo oscuro in una selva fiorita, magari occorreva solo più costanza nel cercare varietà poco esigenti in fatto di luce, ma comunque lì non sarebbero mai cresciuti cespugli di odorose “belle di notte” o gigli,   tulipani e fresie da mettere nel vaso del salotto.

Rosa intanto invecchiava e talvolta le capitava di sentirsi all’improvviso molto stanca; allora smetteva di zappettare, appoggiava al muro la scopa con cui spazzava le foglie dal marciapiede o posava l’annaffiatoio e si sdraiava su una poltrona da mare che aveva sistemato accanto al grande nespolo in fondo al giardino. L’albero da anni produceva solo fruttini ammuffiti, ma le sue grandi foglie erano pur sempre belle da vedere.  Rimaneva qualche minuto immobile, ad occhi chiusi, senza pensare. Poi riprendeva il suo lavoro.

Un giorno, mentre si riposava sotto il nespolo, la sua attenzione fu attratta da uno strano rumore, come il pianto di un uomo. Rosa aprì di scatto gli occhi e non vide nessuno ma notò subito che il giardino aveva un aspetto diverso dal solito: qua e là sbucavano dal verde dei fiori che non ricordava di aver piantato e tra i  rami di alloro facevano capolino corolle multicolori: in lontananza intravedeva il rosso acceso delle rose. Eppure agosto è il loro periodo di riposo, pensò perplessa; sopra la testa sentiva aleggiare l’odore intenso della grande rosa rampicante profumata che, per sbaglio, quindici anni prima aveva tagliato all’innesto pensando di eliminare un pollone. Il ricordo del suo irrimediabile errore la rattristò: doveva trattarsi di una rara varietà antica perché le rose moderne rifiorenti non sono mai così profumate. Poi si accorse che il giardino era illuminato come se il sole, nel pomeriggio nascosto dietro la siepe di alloro, si trovasse allo zenit. Ma mezzogiorno era passato da un pezzo e non poteva aver trascorso tutta la notte sotto il nespolo: prima che facesse buio suo marito l’avrebbe sicuramente cercata, se non altro per esigere la preparazione della cena. Mentre si guardava intorno stupita avvertì che la luce aumentava: l’ombra era del tutto scomparsa dal giardino. Udì in lontananza dei colpi ed una voce che sembrava provenire da oltre la siepe disse “Ci spiace signore, non c’è più nulla da fare”. Forse un operaio del comune sta tagliando un vecchio albero secco nel parco pubblico qui accanto, pensò distrattamente Rosa, abbandonandosi di nuovo sulla spalliera della sdraio.

Ad occhi aperti, immobile, senza pensare, annusava i balsami portati da un venticello ristoratore e si godeva il suo giardino in fiore inondato di luce: non riusciva a trovare una ragionevole spiegazione per quanto le accadeva e tuttavia sentiva che mai era stata in vita sua più felice.

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Rosanna Bogo

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Un po’ meno antipatico

TP

Fioranna Lagomarsino arrivò presto, come al solito prima delle otto. Aveva imparato che, per trovare un parcheggio libero vicino all’ufficio (lei non lo chiamava ‘negozio’) quella era l’ora giusta: gli abitanti del quartiere che andavano a lavoro in macchina avevano già liberato molti posti e i bancari, che affollavano l’edificio lì di fronte, si sarebbero presentati solo tra una mezz’ora.

Ticchettò, con le scarpe alte, sul marciapiede di asfalto sino alle scalette che, sulla destra, tagliavano due condomini e le permettevano di risparmiare un giro lungo quasi un chilometro; le bastava scendere quella decina di scalini, fare i pochi metri di quel budello di stradetta, spesso maleodorante per i trascorsi della notte, girare sulla destra di nuovo su una strada larga e ben frequentata, ed era quasi arrivata.

Quella mattina si sentiva un po’ meno in equilibrio del solito e scese i gradini lentamente, attenta, con una mano vicino alla ringhiera di metallo, sporca e scrostata, che non aveva il coraggio neppure di sfiorare, ma alla quale si sarebbe senz’altro attaccata in caso di necessità: le scale erano infatti ancora più insidiose, lavate di fresco evidentemente dal Servizio Strade che ogni tanto (non troppo spesso, in realtà), a forza di ricevere le proteste dei condomini, passava a far pulizia d’ogni tipo di schifezza che gli avventori del bar, lì vicino, ubriachi o peggio, riversavano in quella specie di corridoio che di notte era quasi completamente al buio.
Percorse la stradina e fu di nuovo sul marciapiede, quello del ‘suo’ ufficio. Camminò ancora ticchettando, stavolta sulle vecchie mattonelle grigie; pochi metri più avanti, fuori dal bar, c’era il solito ragazzotto, riccioluto e peloso, che spazzava via, dall’interno del locale, gli avanzi della notte.

Quando furono vicini i due sguardi si incrociarono, “Ciao” fece lui, spostandosi e appoggiandosi al manico della scopa per farla passare; lei stavolta gli rispose solo con un cenno della testa. A pranzo, qualche volta, lo aveva intravisto all’interno del bar, nelle cucine: doveva essere una specie di garzone o factotum, non era mai dietro al banco; c’era in quel ragazzo e nel suo comportamento qualcosa di sgradevole: tutte le mattine si faceva trovare lì quando lei passava, a spazzare in strada i rifiuti del negozio. Come sempre le venne da pensare che invece avrebbe dovuto raccoglierli all’interno e buttarli poi via; Fioranna trovava insopportabile questo disinteresse per gli altri e questo voler, mattina dopo mattina, sporcare la strada proprio lì fuori. Senza contare che era anche un gran cafone: la lasciava passare ma poi non si rimetteva subito a pulire e la guardava camminare: le guardava i polpacci, torniti e sotto tensione per i tacchi alti, e di certo le fissava anche il culo, lo sapeva, fino a quando non era entrata nel suo ‘ufficio’. Veramente un tipo molto antipatico e c’era magari da aspettarsi che una mattina facesse qualche gesto sfrontato.

Quando fu davanti alla porta del negozio, perché in effetti non lavorava in un ufficio ma in un negozio di informatica, anche se, parlando dell’argomento, ci teneva a precisare di essere la segretaria e contabile della ditta, notò una persona in attesa, un tizio che aveva già visto qualche altra volta e che si era intrattenuto con i tecnici, ma poi se ne era sempre andato via senza comprar nulla. In effetti, loro non vendevano al pubblico, non ne avevano la licenza, i clienti del negozio erano aziende o comunque privati che richiedevano la ricevuta fiscale.

“Buongiorno”, lo salutò, “mi aspetti, entro prima io, devo togliere l’allarme”. “Certo, si accomodi” le rispose, cortese, il tizio. Bassotto, una quarantina d’anni, robusto, i capelli già brizzolati, restò ad aspettare. Fioranna digitò la password di sicurezza e poi lo invitò ad entrare “Ma non chiuda la porta, per favore, bisogna far passare un po’ d’aria” . Il negozio di solito non aveva un buon odore a quell’ora di mattina; dato che la strada era in pendenza, si apriva appena un paio di gradini sotto il piano stradale e proseguiva poi semi interrato: le pareti, bianche di calce e la moquette celeste lo facevano sembrare quasi elegante, ma i muri erano umidi ed all’apertura bisognava sempre aprire tutte le finestre, che erano ad altezza del marciapiede, per far sparire del tutto la puzza di muffa della notte.

“Sono venuto per prendere lo scanner” fece l’uomo, “quello che mi ha fatto vedere il suo collega l’altro giorno, sa, quello con il fronte retro” aggiunse, indicando alle sue spalle, verso la piccola mostra accanto alla porta d’ingresso. “Il nuovo Canon, dice? Glielo prendo subito”. Se necessario, ovviamente, svolgeva anche il compito dei colleghi. Si era rapidamente tolta la giacca, appendendola all’attaccapanni del negozio, e aveva acceso tutte le luci. Prese le chiavi nel portapenne sul bancone all’entrata, lì dietro era  la sua postazione di lavoro: “Vado in magazzino, si accomodi, farò in un attimo”, disse al cliente avviandosi lungo il corridoio verso una porta che si apriva dal lato opposto alla strada. In realtà il magazzino era  una specie di cantina, ma in fondo doveva servire solo per ospitare il poco materiale in transito; tenevano pochissimi oggetti a stock perché, in genere, vendevano soltanto sull’ordinato. “Ha bisogno d’aiuto, signorina? Vengo con lei?” fece, gentile, l’uomo “No, non importa, grazie. La scatola è un po’ ingombrante ma leggera. Arrivo subito”.

Ed infatti ritornò in un attimo, con lo scanner nel suo imballo sigillato. Lo mise sul bancone, accanto all’uomo, e si accomodò nella sua postazione per preparare i documenti. “Il prezzo lo sa, mi servono i suoi dati: Nome e cognome, indirizzo, codice fiscale”. “Per farne cosa?” chiese l’uomo, la voce leggermente tesa. “Le devo fare una ricevuta fiscale, non siamo abilitati a tenere un registratore di cassa” spiegò lei, gentilmente; le era capitato molte volte di dover chiarire la questione con qualche cliente sprovveduto ma, alla fine, non erano mai nati problemi.

“Che ve ne fate dei miei dati? Io i miei dati non li do a nessuno” aveva alzato la voce “Che c’entrano i miei dati con lo scanner? Da quando in qua chi entra in un negozio per comprare deve rivelare i fatti suoi a una sconosciuta” gridava. “Ma signore, i suoi dati mi servono solo per compilare la ricevuta, è la regola”

“Me ne frego delle sue regole.  Io pago e voglio lo scanner”  gridò l’uomo mettendosi una mano in tasca,  “Ora mi mostra il contante già pronto”, pensò irritata Fioranna, ma invece del portafoglio dalla tasca spuntò un oggetto oblungo e poi qualcosa di luccicante: quel tipo aveva in mano un coltello a serramanico e sembrava sul punto di dare in escandescenza. Fioranna era terrorizzata: bloccata dietro il bancone, non aveva via di scampo, cercò di pensare  freddamente alla situazione. E se si fosse messa a urlare? Quello probabilmente l’avrebbe accoltellata! Poteva tentare di farlo ragionare per prendere tempo, forse a minuti sarebbe arrivato in suo soccorso un collega o un cliente.

“Io non dico niente a nessuno, sa! Niente a nessuno, ‘Loro’ me lo chiedono ma io non dico niente” urlava l’uomo guardandola stralunato, fuori di sé. Si era avvicinato al bancone ed agitava il coltello verso di lei, minaccioso. Fioranna non poteva indietreggiare più di così: aveva già le spalle appoggiate al muro.

Si sentì perduta, come quella volta in auto quando si era distratta cercando una stazione sull’autoradio e si era scontrata con un’auto parcheggiata. Vedeva avvicinarsi l’impatto senza poterlo impedire. Poi staccò per un attimo gli occhi dalla lama luccicante e, guardando alle spalle dell’uomo, si accorse che nel negozio qualcosa si muoveva: era il ragazzo del bar con la scopa in mano. Non lo avevano sentito camminare quatto, quatto, sulla moquette celeste e tutto si svolse in un attimo. Il ragazzo passò il manico della scopa davanti al torace dell’uomo, e lo serrò per impedirgli di muoversi; contemporaneamente lo spinse da dietro con violenza contro il bancone; l’uomo cercò di divincolarsi , ma un pugno al fegato lo fece piegare in due dal dolore, fiaccato, la testa piegata sul banco, sulla faccia una smorfia di dolore. Il coltello cadde sulla moquette.

“Chiama i Carabinieri” fece il ragazzo “stai tranquilla che questo ora non si muove”. “L’avevo già visto qualche volta, al bar, e non mi era piaciuto. Mi avevano detto che faceva discorsi strani e quando ho visto che ti aspettava, stamani…”

I Carabinieri si portarono via, non senza fatica, il cliente che ancora si ostinava a non rivelare le proprie generalità. Il maresciallo invitò Fioranna a passare più tardi in caserma, per il verbale, ma senza fretta, e segnò su un taccuino anche i dati del ragazzo . “Mi chiamo Aldo Mariani ” fece lui, un po’ imbarazzato.

“Allora signor Mariani stasera lei è invitato a cena a casa mia” disse d’impeto Fioranna appena sentì sgommare la volante. Di solito era molto riservata e non aveva conoscenze maschili, a parte i colleghi e qualche maturo impiegato che sua sorella sposata di tanto in tanto le presentava. E per il dopocena, pensò per la prima volta a qualcosa di più interessante di una passeggiata fino alla gelateria o del solito cinema. Aldo sorrise appoggiandosi come al solito al bastone della sua scopa e lei pensò che quel ragazzo le era diventato di colpo un po’ meno antipatico.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot