Ebu-Lantor

Quando Aktur-Gebhal arrivò alla casa di Haddon-Asar, il mercante caldeo, tutto era già pronto per la cena. L’invito gli era stato rivolto quando si era saputo della sua decisione di recarsi ad Eridu per contattare direttamente i mercanti di quella città. Voleva avere a Kish quelle merci, preziose e sempre più richieste, che finora si erano potute acquistare solo dai pochi mercanti caldei cittadini che erano gli unici a commerciare con i colleghi della propria razza.

Ad Haddon-Asar il più giovane Aktur-Gebhal era simpatico, aveva avuto occasione di trattare degli affari con lui e ne aveva apprezzato la correttezza e la regolarità nei pagamenti, virtù che, visti i tempi, non erano diffusissime.

Il mercante caldeo, invece di considerare i contatti diretti con i suoi fratelli del Golfo come un pericolo per i suoi affari, aveva gradito l’iniziativa del collega di Kish: era il primo che tentava di stringere rapporti senza intermediari e riteneva il progetto un’occasione politicamente importante.

Il desiderio dei Caldei di espandersi sempre più a Nord, fino alla splendida Babilonia, era noto e temuto: ne potevano nascere terribili fatti di sangue. Haddon-Asar stesso e alcuni, pochi, altri commercianti caldei spintisi fino a Kish, erano ben tollerati dalla popolazione, ma erano anche controllati attentamente dalle autorità. Era dunque un bene che, a dispetto delle stirpi diverse, ci fosse chi pensava che un uomo vale l’altro, che un mercante è sempre un mercante, sia pure caldeo. Si sarebbero potuti creare legami più stretti e i movimenti verso Nord sarebbero diventati più frequenti e pacifici.

Fu con questa serie di considerazioni che Haddon-Asar accolse Aktur-Gebhal nella sua sala da pranzo. La stanza non era molto grande, ma ostentava gli sfarzi dell’ospite. Ben illuminata e riscaldata, c’erano due schiavi a fare il servizio per le portate del cibo e delle bevande; una giovane schiava dai capelli scuri e lucenti, la pelle pallida e gli occhi tagliati all’insù, serviva solo il padrone. Attenta ad ogni suo gesto, gli preparava il cibo nei piatti, tagliandogli i grossi pezzi che arrivavano sui vassoi, mescolandoli con le verdure e le salse che sapeva più di suo gusto; talvolta lo imboccava, e gli porgeva la coppa sempre piena ed i lini per nettare mani e bocca.

Il pranzo fu molto gradevole, abbondante, e si parlò ovviamente di lavoro e del prossimo viaggio. Haddon-Asar cercò di informare sinteticamente il collega sulla visione che della vita e degli altri popoli avevano lui e i suoi fratelli caldei, di quali erano le cose a cui erano più sensibili, quali gli argomenti di conversazione più graditi e quali gli usi e i costumi, dal modo di vestirsi alle abitudini conviviali.

Gli raccontò di come i Caldei tenevano in gran conto molti potenti dei, sotto la cui protezione mettevano ogni aspetto della vita quotidiana, e di come era importante manifestare rispetto per queste divinità il cui culto, insieme alle arti magiche, caratterizzava il suo popolo.

Haddon-Asar gli suggerì anche di prendere una certa confidenza con questo mondo sacro, cercandosi anche, perché no, un particolare dio di cui farsi devoto seguace e sotto la cui protezione mettersi, almeno per il periodo del viaggio.

Il caldeo Cherib-Sennan aveva un fiorente commercio di oggetti preziosi; Aktur-Gebhal si recò da lui qualche giorno dopo la cena: il suggerimento di Haddon-Asar gli era piaciuto; voleva comprare un qualche monile che rappresentasse una divinità caldea, di cui sarebbe diventato fervente adoratore. Spiegò la sua necessità al commerciante di preziosi che, inteso del viaggio che doveva intraprendere, gli mostrò una scatolina con alcuni anelli, dicendogli che rappresentavano il dio Ebu-Lantor, dio dei venti, protettore dei naviganti e dei mercanti, uno degli dèi più importanti tra quelli caldei.

I preziosi che gli mostrò erano molto belli, lavorati finemente, con quella cura che si deve ad oggetti degni di devozione. Alla fine scelse un anello d’oro, con l’immagine del dio su una pietra verde; forse un oggetto un po’ troppo vistoso ma doveva servire proprio allo scopo di mettere in bella evidenza la sua venerazione. Tentò di tirare un po’ sul prezzo ma, quando Cherib-Sennan gli fece osservare che non si può mercanteggiare sull’immagine di un dio, pensò bene, per non far irritare subito il suo potente nuovo protettore, di pagare il dovuto e di ringraziare il mercante per i suggerimenti che gli aveva dato per la scelta del gioiello.

Il viaggio, che intraprese qualche giorno dopo, fu abbastanza lungo: si era spostato con due soli schiavi, ma aveva pianificato le sue tappe con molta attenzione, basandosi anche sulle indicazioni che Haddon-Asar gli aveva dato. Il percorso era agevole, la strada tranquilla, ed in poco più di una settimana arrivarono a Eridu.

Aktur-Gebhal aveva cercato di vestirsi in modo da non sembrare un ‘babilonese’, e si era dato da fare per fissare degli incontri da cui sperava sarebbero nate delle collaborazioni interessanti per il suo lavoro. Notò invece, subito, una malcelata voglia di tenerlo a distanza, di non avere con lui che brevi colloqui, che risultavano in genere poco fruttuosi.

Lo trattavano freddamente, quasi volessero liberarsi il prima possibile della sua presenza; alle cene che aveva organizzato partecipò solo qualche inutile scroccone.

Non riusciva a capacitarsi: aveva fatto il viaggio apposta per stabilire nuovi legami, per far aumentare i suoi guadagni, certo, ma offrendo ai mercanti caldei la possibilità di avere una nuova regione dove far arrivare, ben pagate, le loro merci.

Nelle poche occasioni pubbliche a cui fu invitato, fu sempre tenuto in disparte; qualche breve scambio di battute, in piedi, con, negli occhi dei suoi ospiti, la fretta di allontanarsi da lui.

Vista la situazione poco concludente, decise di tornare a Kish prima del previsto, anche per evitare che l’attività nei suoi magazzini, non seguita personalmente da alcune settimane, potesse creargli delle perdite.

Il viaggio di ritorno fu pessimo: maltrattò i suoi schiavi, fu sempre di malanimo con i compagni di viaggio e nei luoghi di sosta. Arrivato in città, per giorni scaricò il malumore sui suoi collaboratori senza che questo lo ripagasse tuttavia dell’insuccesso dell’impresa su cui aveva contato così tanto.

Haddon-Asar volle rivedere Aktur-Gebhal, qualche giorno dopo, per informarsi sull’esito della missione; Aktur-Gebhal accettò di malavoglia l’incontro. Parlarono del viaggio, degli incontri infruttuosi, dell’atteggiamento quasi ostile che i mercanti caldei gli avevano dimostrato; Haddon-Asar era piuttosto meravigliato nel sentire le descrizioni degli incontri; i suoi concittadini non erano certo persone prevenute contro gli altri popoli, anzi: i contatti con popolazioni diverse erano l’essenza stessa del commercio!

Aktur-Gebhal, amareggiato, raccontò al collega come, dopo il suo suggerimento, avesse anche cercato la protezione di un dio caldeo e avesse acquistato un bell’anello con l’immagine della divinità.

“Quale dei nostri potenti dei?” gli chiese curioso Haddon-Asar; Aktur-Gebhal gli mostrò il vistoso anello, comprato settimane prima, e gli rispose: “Ebu-Lantor, dio dei venti e protettore dei mercanti”.

Haddon-Asar guardò l’anello, poi guardò lui; la faccia gli cambiò di colore: stava facendo di tutto per reprimere un violento attacco di risa.

“E tu sei andato in giro a mostrarlo a tutti?”

“Certamente, per far vedere come avessi il potente dio a proteggermi!”

“Ma allora è ovvio che nessuno ti volesse vicino per più di qualche minuto, che non ti gradisse ospite alla sua mensa, che non avesse piacere a farti sedere accanto a lui. Ebu-Lantor è il dio dei venti, è vero, ma non è il protettore dei mercanti, è il protettore” e qui non ce la fece più e scoppiò, fragorosamente, a ridere “… è il protettore di chi soffre di flatulenze!!!” e si piegò in due, le lacrime agli occhi, davanti alla faccia inebetita di Aktur-Gebhal.


Fatti e personaggi di questa storia sono di pura fantasia. Non così il potente Ebu-Lantor, dio caldeo dei venti, a cui ci si rivolge(va) per guarire dal meteorismo.

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Dr J. Iccapot