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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per luglio 2009

Un giallo da mare

giallo da mare

Le onde quella mattina carezzavano dolcemente la spiaggia, la tempesta dei giorni precedenti, il vento e le onde alte erano ormai soltanto un ricordo. Sulla battigia, milioni di piccole “bocche” rilasciavano l’aria rimasta intrappolata al passaggio dell’ondata.

Tutto era tranquillo. I bambini giocavano a fare castelli di sabbia, o più semplicemente larghe buche con alte “mura” come riparo dalle onde, solo a volte ornate di sassi, conchiglie o alghe marine.

In distanza la musica di un animatore, faceva ballare i ragazzi lì vicino e dava il tempo ai giochi di tutta la spiaggia. Ai ragazzi che urlavano di gioia per l’ultimo gol o alle grida delle persone infastidite da quei palloni che attraversavano tutta la spiaggia portandosi dietro una nube di sabbia. Alle palline da tennis che correvano tra una racchetta e l’altra di quella coppia che pochi minuti dopo sarebbe andata a rinfrescarsi in mare, o di quello zio che rideva vedendo i progressi del piccolo nipote che con quella racchetta in mano sembrava un perfetto giocatore immortalato negli scatti fotografici della madre.

Più in là, dove ormai la sabbia era stata riscaldata dal sole, solo a tratti coperto da piccole nuvole passeggere, ancora un mondo di personaggi, ognuno con la propria vita, ognuno con i propri affetti, ognuno con una storia, a volte da continuare altre volte da inventare. Una famiglia festeggiava la promozione del figlio, e poco distante un cellularomane con occhiali neri, lontano dal suo ufficio in centro, si atteggiava a dare ordini col suo fido telefono come a spostare migliaia di euro sui mercati di tutto il mondo.

Nello stesso luogo e nello stesso istante, un ragazzo tentava un qualche approccio con la figlia dei vicini di ombrellone. Una conchiglia, la proposta di un gelato e poi ancora un bagno insieme, o forse una passeggiata.

Ma nel frattempo una sdraio, in una zona più riservata, riparata da un ombrellone stanco e accaldato, pensava ai vecchi tempi, di quando, ancora fino alla scorsa estate, ospitava sulle sue stoffe le più belle dive della spiaggia. Ricordava decine di ombrelloni a corteggiarla ogni sera e il corpo di una ragazza bellissima spalmato sopra.

Invece quella estate era cominciata decisamente male e il mal tempo aveva ritardato l’arrivo degli ospiti di maggior pregio. In particolare una coppia russa aveva aspettato, barricata nella villa presa in affitto, l’arrivo della bella stagione. Solo qualche tuffo in piscina da parte della signora, ormai impaziente di toccare quel mare e portarne i ricordi alle amiche rimaste nella gelida terra natia. E quel sole era proprio quello che serviva per andare in spiaggia.

Li aveva sentiti parlare la mattina presto, mentre sistemavano le sdraio e gli ombrelloni per l’arrivo dei bagnanti: i bagnini ridevano di quella coppia straniera così ricca ed anche generosa, vista la grossa mancia che gli addetti alla piscina della villa andavano vantandosi da giorni. Per loro avrebbero riservato la migliore sdraio della spiaggia, e certo non poteva essere che lei, e difatti un brivido freddo corse attraverso i fili intrecciati e colorati del suo schienale.

Erano ormai le 11.30 quando un uomo alto e corpulento, pieno di collane d’oro si affacciò sulla spiaggia. I bagnini si diressero subito da lui per accoglierlo ed esaudire i suoi desideri, e magari godere delle sue famose mance. Subito dopo apparve la moglie, una biondona alta, due spalle da uomo, e una quantità di oro addosso pari al suo peso.

I bagnini accompagnarono la coppia verso la Sdraio, portando come in un cerimonioso corteo ogni sorta di cocktail e cibarie, frutta esotica e patatine. I due russi squadrarono superficialmente l’angolo di paradiso a loro riservato, la donna sistemò il suo enorme telo sulla sdraio e vi si distese.

Subito il primo crack fragoroso annunciò la tragedia che dopo pochi attimi si concluse: la signora e la sdraio erano a terra, l’una pretendendo aiuto dai poveri bagnini che stavano cercando di rialzarla senza lasciar trapelare le grosse risa che rimbombavano dentro i loro polmoni. L’altra pronta ormai per il suo ultimo saluto alla spiaggia ed ai suoi amici che si protendevano tutti verso di lei.

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Juan

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Il mercante babilonese

Ebu-Lantor

Quando Aktur-Gebhal arrivò alla casa di Haddon-Asar, il mercante caldeo, tutto era già pronto per la cena. L’invito gli era stato rivolto quando si era saputo della sua decisione di recarsi ad Eridu per contattare direttamente i mercanti di quella città. Voleva avere a Kish quelle merci, preziose e sempre più richieste, che finora si erano potute acquistare solo dai pochi mercanti caldei cittadini che erano gli unici a commerciare con i colleghi della propria razza.

Ad Haddon-Asar il più giovane Aktur-Gebhal era simpatico, aveva avuto occasione di trattare degli affari con lui e ne aveva apprezzato la correttezza e la regolarità nei pagamenti, virtù che, visti i tempi, non erano diffusissime.

Il mercante caldeo, invece di considerare i contatti diretti con i suoi fratelli del Golfo come un pericolo per i suoi affari, aveva gradito l’iniziativa del collega di Kish: era il primo che tentava di stringere rapporti senza intermediari e riteneva il progetto un’occasione politicamente importante.

Il desiderio dei Caldei di espandersi sempre più a Nord, fino alla splendida Babilonia, era noto e temuto: ne potevano nascere terribili fatti di sangue. Haddon-Asar stesso e alcuni, pochi, altri commercianti caldei spintisi fino a Kish, erano ben tollerati dalla popolazione, ma erano anche controllati attentamente dalle autorità. Era dunque un bene che, a dispetto delle stirpi diverse, ci fosse chi pensava che un uomo vale l’altro, che un mercante è sempre un mercante, sia pure caldeo. Si sarebbero potuti creare legami più stretti e i movimenti verso Nord sarebbero diventati più frequenti e pacifici.

Fu con questa serie di considerazioni che Haddon-Asar accolse Aktur-Gebhal nella sua sala da pranzo. La stanza non era molto grande, ma ostentava gli sfarzi dell’ospite. Ben illuminata e riscaldata, c’erano due schiavi a fare il servizio per le portate del cibo e delle bevande; una giovane schiava dai capelli scuri e lucenti, la pelle pallida e gli occhi tagliati all’insù, serviva solo il padrone. Attenta ad ogni suo gesto, gli preparava il cibo nei piatti, tagliandogli i grossi pezzi che arrivavano sui vassoi, mescolandoli con le verdure e le salse che sapeva più di suo gusto; talvolta lo imboccava, e gli porgeva la coppa sempre piena ed i lini per nettare mani e bocca.

Il pranzo fu molto gradevole, abbondante, e si parlò ovviamente di lavoro e del prossimo viaggio. Haddon-Asar cercò di informare sinteticamente il collega sulla visione che della vita e degli altri popoli avevano lui e i suoi fratelli caldei, di quali erano le cose a cui erano più sensibili, quali gli argomenti di conversazione più graditi e quali gli usi e i costumi, dal modo di vestirsi alle abitudini conviviali.

Gli raccontò di come i Caldei tenevano in gran conto molti potenti dei, sotto la cui protezione mettevano ogni aspetto della vita quotidiana, e di come era importante manifestare rispetto per queste divinità il cui culto, insieme alle arti magiche, caratterizzava il suo popolo.

Haddon-Asar gli suggerì anche di prendere una certa confidenza con questo mondo sacro, cercandosi anche, perché no, un particolare dio di cui farsi devoto seguace e sotto la cui protezione mettersi, almeno per il periodo del viaggio.

Il caldeo Cherib-Sennan aveva un fiorente commercio di oggetti preziosi; Aktur-Gebhal si recò da lui qualche giorno dopo la cena: il suggerimento di Haddon-Asar gli era piaciuto; voleva comprare un qualche monile che rappresentasse una divinità caldea, di cui sarebbe diventato fervente adoratore. Spiegò la sua necessità al commerciante di preziosi che, inteso del viaggio che doveva intraprendere, gli mostrò una scatolina con alcuni anelli, dicendogli che rappresentavano il dio Ebu-Lantor, dio dei venti, protettore dei naviganti e dei mercanti, uno degli dèi più importanti tra quelli caldei.

I preziosi che gli mostrò erano molto belli, lavorati finemente, con quella cura che si deve ad oggetti degni di devozione. Alla fine scelse un anello d’oro, con l’immagine del dio su una pietra verde; forse un oggetto un po’ troppo vistoso ma doveva servire proprio allo scopo di mettere in bella evidenza la sua venerazione. Tentò di tirare un po’ sul prezzo ma, quando Cherib-Sennan gli fece osservare che non si può mercanteggiare sull’immagine di un dio, pensò bene, per non far irritare subito il suo potente nuovo protettore, di pagare il dovuto e di ringraziare il mercante per i suggerimenti che gli aveva dato per la scelta del gioiello.

Il viaggio, che intraprese qualche giorno dopo, fu abbastanza lungo: si era spostato con due soli schiavi, ma aveva pianificato le sue tappe con molta attenzione, basandosi anche sulle indicazioni che Haddon-Asar gli aveva dato. Il percorso era agevole, la strada tranquilla, ed in poco più di una settimana arrivarono a Eridu.

Aktur-Gebhal aveva cercato di vestirsi in modo da non sembrare un ‘babilonese’, e si era dato da fare per fissare degli incontri da cui sperava sarebbero nate delle collaborazioni interessanti per il suo lavoro. Notò invece, subito, una malcelata voglia di tenerlo a distanza, di non avere con lui che brevi colloqui, che risultavano in genere poco fruttuosi.

Lo trattavano freddamente, quasi volessero liberarsi il prima possibile della sua presenza; alle cene che aveva organizzato partecipò solo qualche inutile scroccone.

Non riusciva a capacitarsi: aveva fatto il viaggio apposta per stabilire nuovi legami, per far aumentare i suoi guadagni, certo, ma offrendo ai mercanti caldei la possibilità di avere una nuova regione dove far arrivare, ben pagate, le loro merci.

Nelle poche occasioni pubbliche a cui fu invitato, fu sempre tenuto in disparte; qualche breve scambio di battute, in piedi, con, negli occhi dei suoi ospiti, la fretta di allontanarsi da lui.

Vista la situazione poco concludente, decise di tornare a Kish prima del previsto, anche per evitare che l’attività nei suoi magazzini, non seguita personalmente da alcune settimane, potesse creargli delle perdite.

Il viaggio di ritorno fu pessimo: maltrattò i suoi schiavi, fu sempre di malanimo con i compagni di viaggio e nei luoghi di sosta. Arrivato in città, per giorni scaricò il malumore sui suoi collaboratori senza che questo lo ripagasse tuttavia dell’insuccesso dell’impresa su cui aveva contato così tanto.

Haddon-Asar volle rivedere Aktur-Gebhal, qualche giorno dopo, per informarsi sull’esito della missione; Aktur-Gebhal accettò di malavoglia l’incontro. Parlarono del viaggio, degli incontri infruttuosi, dell’atteggiamento quasi ostile che i mercanti caldei gli avevano dimostrato; Haddon-Asar era piuttosto meravigliato nel sentire le descrizioni degli incontri; i suoi concittadini non erano certo persone prevenute contro gli altri popoli, anzi: i contatti con popolazioni diverse erano l’essenza stessa del commercio!

Aktur-Gebhal, amareggiato, raccontò al collega come, dopo il suo suggerimento, avesse anche cercato la protezione di un dio caldeo e avesse acquistato un bell’anello con l’immagine della divinità.

“Quale dei nostri potenti dei?” gli chiese curioso Haddon-Asar; Aktur-Gebhal gli mostrò il vistoso anello, comprato settimane prima, e gli rispose: “Ebu-Lantor, dio dei venti e protettore dei mercanti”.

Haddon-Asar guardò l’anello, poi guardò lui; la faccia gli cambiò di colore: stava facendo di tutto per reprimere un violento attacco di risa.

“E tu sei andato in giro a mostrarlo a tutti?”

“Certamente, per far vedere come avessi il potente dio a proteggermi!”

“Ma allora è ovvio che nessuno ti volesse vicino per più di qualche minuto, che non ti gradisse ospite alla sua mensa, che non avesse piacere a farti sedere accanto a lui. Ebu-Lantor è il dio dei venti, è vero, ma non è il protettore dei mercanti, è il protettore” e qui non ce la fece più e scoppiò, fragorosamente, a ridere “… è il protettore di chi soffre di flatulenze!!!” e si piegò in due, le lacrime agli occhi, davanti alla faccia inebetita di Aktur-Gebhal.


Fatti e personaggi di questa storia sono di pura fantasia. Non così il potente Ebu-Lantor, dio caldeo dei venti, a cui ci si rivolge(va) per guarire dal meteorismo.

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Dr J. Iccapot

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Il viaggiatore

autobus siena sita

Interno di un autobus di linea della Sita

Erano decenni che faceva su e giù per mezza Toscana. Ogni giorno aveva preso il solito autobus a Siena, era sceso alla solita fermata a Firenze. E poi di nuovo, il pullman a Firenze per il ritorno a Siena. Alla solita ora, la mattina, per andare. Alla solita ora, la sera, per tornare. Una vita in pullman regolata da altri.

Aveva visto e conosciuto anche tante persone. Gente più anziana, quando cominciò il suo lavoro. E poi via via, sempre più persone giovani. Era sempre stato naturale, questo, ma negli ultimi anni cominciava a farci sempre più caso. Gli anni passavano. 30 anni fa non avrebbe mai immaginato che quella vita così faticosa sarebbe durata per così tanto tempo. Ogni giorno le stesse facce. Gli stessi posti a sedere. I sogni interrotti dalla sveglia e ripresi in superstrada. A volte le ferie ad interrompere quella monotonia, ma ogni volta, ognuno, tornava là, magari più abbronzato in volto e con ricordi da raccontare. Ma comunque là, di nuovo, sul pullman.

E poi aveva visto correre quel prezzo dell’abbonamento, sempre più veloce. E quei pullman sempre più scassati. Qualche volta quando era giovane aveva provato a far qualcosa, uno sciopero degli abbonamenti, segnalare quella loro situazione alla stampa, magari chiamare l’Ausl perché controllassero l’igiene di quei pullman e magari staccare una multa in direzione dell’azienda di trasporti. Ma ogni volta la noia della quotidianità aveva vinto lui e tutti gli altri viaggiatori.

Ma gli anni erano comunque volati, il suo lavoro gli piaceva e aveva stretto ottimi legami con i colleghi, anche se soffriva ad ogni organizzazione di eventi, perché lui non poteva partecipare se non saltuariamente. E passare sempre per asociale, per quello che non vuol far amicizia con i colleghi gli dava fastidio. Gli piaceva divertirsi, uscire con i colleghi a prendere una birra, ma svegliarsi presto e venire in macchina, invece che con il pullman, era davvero troppo faticoso.

Quanti pensieri gli venivano quel giorno. Rivedeva nei volti stanchi degli altri passeggeri tutti quelli che negli anni si erano susseguiti ai loro posti. Erano partiti da pochi minuti, come al solito in ritardo, ed erano ancora in città che già sentiva un groppo alla gola per tutti quei ricordi che stava per lasciare sul pullman. Così come poche ore prima lo aveva assalito la tristezza di abbandonare la sua scrivania, i suoi colleghi, quella macchinetta del caffé che ogni giorno proponeva bevande sempre più ustionanti e imbevibili. Ma quel giorno era arrivato e così come lo aveva visto vivere da suo padre un paio di decenni prima o da altri colleghi arrivati e partiti prima di lui da quel pullman, anche per lui era colmo di ricordi, di emozioni e di paura per quella sveglia che il mattino successivo non avrebbe suonato.

Poi tutto d’un tratto, il piede sull’acceleratore schiacciato appena entrati in superstrada per recuperare quei dieci minuti di ritardo. Le buche nell’asfalto di una strada vecchia già appena fatta. E quel rumore ossessivo, come di vetri che vanno frantumandosi in un pullman.

Forse fu l’ennesima buca presa dall’autobus e il relativo tremore di tutti gli interni, forse furono le lacrime che ormai scendevano dai suoi occhi. Ad un tratto si alzò, fece quei pochi passi che lo separavano dall’autista e a voce bassa, ma ferma, gli disse di fermarsi. Quello non lo sentì o fece finta di nulla, cosa voleva quel vecchio? Ancora più infuriato per quel disprezzo, il vecchio tirò il freno a mano. L’autobus perse stabilità, l’autista incredulo si fece spostare con grande facilità, il vecchio viaggiatore si mise al suo posto e con sangue freddo fermò il pullman. Aprì le portiere come aveva sempre sognato fin da giovane e fece scendere tutti, compreso l’autista, facendo incetta di insulti di ogni genere. Poi richiuse le porte e premette sull’acceleratore. Il cambio era automatico, il volante servoassistito, era una passeggiata guidare quel coso. Ancora un po’ di più sull’acceleratore e già correva su quella pista così tante volte percorsa passivamente e adesso comandata a folle velocità. Infine ecco il suo obiettivo.

Il ponte lo vide arrivare e puntare dritto verso il guard rail, lo sfondò facilmente e si perse tra le fronde degli alberi che nascondevano un lento e tranquillo ruscello. Quando ritrovarono il pullman, il corpo del vecchio era sparito e non c’erano tracce di sangue.

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Juan

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La protesi

sorpresa

Era ormai diventato occasione di discussione, la sera, a cena, con la moglie: con chi altro doveva parlarne? Era lei la maggiore interessata! Amorevole e comprensiva, aveva cominciato con qualche allusione, qualche accenno vago, qualche tentativo scherzoso di affrontare il problema.

Che fosse un problema, e che problema, lui lo sapeva benissimo: era cominciato in maniera impercettibile, ma poi, piano piano, se ne era dovuto accorgere. Aveva fatto finta di nulla, come fanno gli uomini, sempre timorosi delle malattie organiche.

Nonostante il suo atteggiamento di superiorità e di sprezzo, la situazione non era migliorata e adesso lei, nell’intimità, quando era più facile parlargli, aveva cominciato ad accennare, ad alludere…

Alla fine era diventato, appunto, uno dei pochi argomenti di cui si parlava a tavola. Ormai sua moglie sembrava non far passare giorno senza portare dalla sua parte pareri medici, articoli letti su qualche giornale femminile, addirittura esempi e casi favorevoli.

‘Sai, anche X ce l’ha, me l’ha detto sua moglie’ gli riferì una sera, mentre gli riempiva il piatto con la minestra fumante. L’appetito gli passò. Ma come, è un argomento di discussione tra mogli? E la moglie di X non era neanche mai stata amica della sua; chissà, forse si erano incontrate dal parrucchiere, e parlando del più e del meno… magari sua moglie aveva parlato di…, del …, insomma del suo problema davanti ad un gruppetto di sconosciute. Sua moglie, sotto il casco, che racconta ad alta voce, e le altre che la compiangono. Dio mio, che figura, tutti i mariti avevano saputo che lui …, insomma, che lui …

Quella notte il tormento non lo fece dormire, non poteva più andare avanti così, no, non poteva, doveva mostrarsi uomo!

La mattina dopo prese qualche ora di permesso, prima di pranzo. Già da alcuni giorni si era  informato se in città ci fosse qualche negozio, diciamo, specializzato; ne aveva individuato uno, in periferia, lontano dalle zone che frequentava abitualmente e che gli sembrava al riparo da incontri imbarazzanti con qualche conoscente.

Passò un paio di volte davanti al negozio, prima dalla parte opposta della strada, poi proprio davanti alla vetrina, facendo finta di nulla. ‘Sì, pensò, figurati se il commesso non mi ha già notato!’. Perché, ovviamente, dentro non poteva che esserci un uomo a servire i clienti.

Alla fine, senza pensare, si fermò davanti alla porta e spinse, a dita rigide, senza afferrarla, la maniglia. Appena dentro, spinse di nuovo la porta per chiuderla il più rapidamente possibile, senza rendersi conto del meccanismo di chiusura automatica. Incrociò lo sguardo del commesso, illuminato per un attimo da una luce beffarda di chi, non avendo il …, insomma, il problema, ha visto entrare tanti clienti, imbarazzati come lui.

Gli furono mostrati vari modelli, alcuni addirittura eccessivamente voluminosi, altri complicati da portare, con certe fascette di velcro da agganciare che sicuramente gli avrebbero reso la vita ancora più complicata. Finì per acquistare un modello classico, di cui il commesso vantò la funzionalità e che gli fece addirittura provare. In effetti, dovette convenirne, adesso che l’aveva indosso gli sembrava proprio che potesse assolvere bene la propria funzione. Doveva comunque sentire cosa ne pensava sua moglie.

Tornò in ufficio prima della pausa, con l’acquisto ben nascosto sotto la giacca: la carta e la busta che avvolgevano il…, il …, il coso, insomma, gridavano la pubblicità del marchio e del negozio. Si chiuse nel bagno e rifece, velocemente, il pacchetto, usando dell’anonima carta grigia che aveva acquistato dal tabaccaio, la mattina prima di prendere l’autobus; mise poi il tutto in uno dei sacchetti del supermercato che teneva nel cassetto della scrivania.

Il pomeriggio lo trascorse lavorando, ma con il pensiero fisso alla sera, quando sarebbe rientrato, quando lo avrebbe indossato e fatto vedere a sua moglie.

La sera, appena entrato in casa, mugugnò un saluto dalla porta d’ingresso, abbandonò la sua borsa su una delle poltroncine e si chiuse in bagno, con il sacchetto. Armeggiò un po’ davanti allo specchio, per poterlo indossare bene; certo, quel color carne gli dava fastidio, ‘Ma’, pensò, ‘se avessi preso uno di quei modelli neri sarebbe stato peggio’.

Si aggiustò ben bene, fece la prova davanti allo specchio grande, di fronte, di profilo… Sua moglie aveva già bussato due volte, per avvertirlo che tutto era pronto in tavola; sì, adesso anche lui era pronto, le avrebbe fatto vedere…

Spense la luce del bagno e affrontò baldanzoso il corridoio, poi la cucina; si avvicinò alla moglie e la salutò baciandola e stringendola fino a sentire l’abbandono delle carni sode. ‘Ma cosa fai?’ si schermì, piano, piano lei; lui sorrise, complice. ‘Oh, caro…’ le si illuminò il volto, non aveva potuto non accorgersene, ‘ Finalmente!’

Si misero a tavola, felici, e accesero la TV: quella sera poté sentire, senza perdere una parola, tutte le notizie del telegiornale, grazie alla sua protesi auricolare nuova di zecca.

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Dr J. Iccapot

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot