L’estate era ormai arrivata. Anche se in realtà mancava ancora 1 mese al famoso 21 giugno, il caldo regalava a tutti voglia e forse opportunità di vacanze.

Anche la vita sul pullman sembrava allineata a quel susseguirsi anticipato di stagioni. L’autobus in quelle settimane era deserto.

Quando salii, trovai l’interno abitato da alcune tipologie di viaggiatori ormai standardizzate. In fondo “i ragazzacci” come quando ero piccolo, nelle gite o per andare a scuola: le ultime file erano riservate ai più grandi, ai bulli, maschi e femmine, quelli che facevano più casino. Arrivavano dal fondo i cori, le battute più pesanti sugli altri passeggeri (ragazze particolarmente carine, cessi universali, o il personaggio che per quel turno era preso di mira). Ma arrivava dal fondo anche la voglia di divertirsi.

Le grida che proveniva dal fondo dell’autobus non lasciavano proprio adito a dubbi, “i ragazzacci” erano seduti nelle ultime file. Ma quel giorno, a differenze di 15 anni prima, le risa e le grida lasciarono presto spazio al sonno, che proveniva dalla giornata di lavoro.

Nella prima parte dell’autobus solo 4 persone, oltre l’autista. La rossa, sempre in prima fila, come la vecchia professoressa delle gite. Quel giorno era orfana del suo complemento, e allora due chiacchiere con l’autista certo le faceva, ma c’era tristezza per quel sedile vuoto.

Gli altri passeggeri, quelli di mezzo, così come quando prendevo il pullman per raggiungere il liceo, lontano 18 km, non lasciavano tracce della loro presenza: magari due parole con la persona affianco, ma sempre sottovoce, per non disturbare.

Io come sempre scelsi il mio posto tra le penultime, non ultime, file.


Leggi anche la prima puntata di “In autobus”: La rossa e la gialla

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Juan