Parcheggio2

Era arrivato puntuale, nonostante il traffico sull’autostrada: fissare l’appuntamento subito dopo l’ora di pranzo gli aveva certamente facilitato lo spostamento nella città.

Conosceva già la zona perché era stato a far visita al cliente insieme ad un collega qualche mese prima e si orientò quasi subito, dirigendosi verso il parcheggio-silos che avevano utilizzato la volta precedente. Grande, con posti macchina ampi, tutto sorvegliato da telecamere era a pochi passi dalla sede che doveva visitare.

Alla sbarra d’ingresso ritirò la card e la ripose con cura: le bande magnetiche usate e riusate dopo un po’ diventano illeggibili e si deve poi perdere un sacco di tempo alle casse automatiche.

Dopo qualche ora era di ritorno: l’appuntamento era andato bene, le prospettive di un buon accordo commerciale quasi lo facevano sorridere, aveva voglia di agitare il braccio che portava la borsa come fa uno scolaro quando esce da scuola. Già, ma ora usano lo zaino, pensò, e sentì all’improvviso tutti i suoi anni.

Come aveva temuto, la card gli dette subito dei problemi: il lettore della cassa automatica continuava, cocciutamente, a segnalare “DATI NON VALIDI” e a fare un ronzio fastidioso restituendogli l’inutile talloncino. Provò tre o quattro volte, poi dovette cedere il posto a chi lo seguiva nella fila.

Sul muro, accanto alla cassa, un pulsante verde diceva: ASSISTENZA. Lo premette, poco speranzoso; ora rischiava proprio di irritarsi. Sentì, lontano, il rumore di passi che si avvicinavano, uno strascichio, un claudicare che rimbombava sin nelle viscere del silos.

Quello che si stava avvicinando era un custode, con tanto di divisa e berretto, anziano, i capelli bianchi un po’ troppo lunghi sul collo, la barba ispida, di qualche giorno. Ma almeno non era un extracomunitario; si sarebbero capiti.
Giunto ad una distanza che giudicò sufficiente, il custode si scoprì la testa e lo salutò. ‘Buonasera, signore. Qualche problema?’ ‘Buonasera, sì, non mi legge la card’. ‘Ogni tanto succede, mi faccia un po’ vedere’.

Prese nella mano ossuta, appena tremolante, la card e la introdusse nel lettore della cassa automatica: stesso messaggio e stesso rumore.
‘Mhm’ mugolò con fare dubitativo; ripeté l’operazione e, prima che si visualizzasse il messaggio, digitò un qualche codice; il display rispose con alcune cifre, ‘Ah, ho capito ‘ disse il vecchio ‘ ultimo piano’. ‘ Sì ‘ rispose il signore, nervoso ‘ultimo piano’. Il vecchio aveva sbloccato il lettore, evidentemente; il display mostrava ora l’importo da pagare. Inserì le monete, riprese la card annullata per poter aprire la sbarra all’uscita e, dopo aver ringraziato il custode, si diresse verso gli ascensori.

‘Devo accompagnarla’ disse il vecchio ‘ mi aspetti!’
‘Non si incomodi, grazie. E’ tutto a posto’. Si infilò svelto nell’ascensore e premette il pulsante dell’ultimo piano. ‘Questo voleva anche la mancia, figurati’ pensò scendendo ‘ti fanno perder tempo, le cose non funzionano e poi vogliono anche la mancia!’.

Arrivato in fondo voltò a destra, appena uscito, poi subito a sinistra, dirigendosi nel settore dove aveva parcheggiato, ma si guardò intorno, disorientato: l’auto non c’era. Eppure l’aveva parcheggiata lì, l’aveva detto anche il vecchio, ultimo piano.

‘Vediamo, sono uscito dall’auto, sono passato accanto all’estintore, ho girato a destra e poi subito a sinistra, verso l’ascensore. Cosa c’è che non va?’ Camminò in lungo e in largo, ma era difficile sbagliarsi: lo spazio non era così grande e dopo aver fatto un paio di giri pensò ‘Ecco, mi tocca richiamare il vecchio’. Pulsanti di chiamata, però, a quel piano, neanche uno.

Scocciatissimo risalì, in ascensore, fino all’ingresso; lì il pulsante di chiamata c’era, l’aveva usato poco prima! Lo premette più volte, impaziente, con stizza e, poco dopo, ecco il solito vecchio, pian piano e con quel suo passo incerto, farglisi vicino.

‘Ha bisogno di aiuto, signore?’ ‘Beh… ecco… non trovo più la mia auto’. ‘Non è possibile’ disse il vecchio, sicuro di sé. ‘Venga, l’accompagno io’. Questa volta dovette accettare la compagnia. Ma cosa era successo alla sua auto? Rubata? Era davvero lui che non si ricordava più dove l’aveva parcheggiata? Impossibile: via, via che era sceso, all’arrivo, qualche ora prima, tutti i piani avevano il segnale di COMPLETO acceso ed era dovuto andare fino in fondo.

Arrivarono con l’ascensore all’ultimo piano; scese, precedendo il custode. Era irritato, si sentiva preso in giro, e non badò minimamente a far la cortesia al suo accompagnatore di camminare più lentamente; l’altro, oltre all’età, aveva quel suo vistoso zoppicare che lo impacciava alquanto.

‘Ecco, sono arrivato sino qui’ disse al custode. ‘Ma ne è sicuro?’ fece, di rimando, l’altro. ‘Certo, ero in fondo al silos, mi ricordo di essere entrato in un ambiente più piccolo, proprio accanto all’estintore e poi l’ha detto anche lei, poco fa, quando ha sbloccato la card’

‘Capisco’ disse il custode ‘allora si accomodi’.
‘Ma che fa questo, mi prende in giro? ‘, pensò, ma il vecchio, mentre finiva di parlare, aveva alzato una mano: lentamente la parete a sinistra dell’estintore cominciò a scorrere.

‘Che cosa significa tutta questa storia? Che cosa state cercando di fare?’ disse, irato, e nel frattempo scorse la sua auto parcheggiata, da sola, nel vano in cui l’aveva lasciata alcune ore prima.

La mano gli sudava attorno al manico di pelle della borsa. ‘Mi state prendendo in giro?’ urlò mentre a grandi passi si avvicinava al veicolo, che aveva già aperto con il telecomando.

‘Ma no, ci mancherebbe’ disse il custode, che era rimasto indietro, poco distante dal varco che aveva fatto aprire. ‘ Sono i nuovi ordini della Direzione’
Stava già salendo in macchina, ma si fermò: ‘Che ordini?’ ‘Ma sì, la massima disponibilità verso i Clienti, quelli dell’ultimo piano: bisogna accompagnarli…’ ‘Ma non poteva dirmelo subito, senza farmi perdere tutto questo tempo?’ e se ne uscì con una bestemmia che aveva in gola da un bel po’.

‘Che vuole’ si strinse nelle spalle il custode ‘lassù’ e fece un cenno con il capo ‘vogliono così, e noi così facciamo’. ‘La saluto, signore’ aggiunse alla fine, scoprendosi la testa e facendo un rigido accenno di inchino.

‘Questi sono pazzi’ pensò ‘pazzi da legare. Gli faccio passare dei guai. Appena esco di qui mi attacco al cellulare e mi sentono!’ era fuori di sé dalla rabbia.

Ma non ebbe neppure il tempo di sedersi in macchina: il vano dove si trovava cominciò rapidamente a scendere, come un ascensore; ai bordi uno strano rossore, un calore improvviso, poi delle alte fiamme.
Gridò, verso il custode; questi si voltò, indicò con la mano ossuta verso l’alto, si strinse nelle spalle e continuò a camminare, zoppicando il piede caprino. Silenziosamente come si era aperta, la parete ormai si era quasi chiusa: le fiamme avevano riempito tutto l’ambiente e per lui non c’era più niente da fare.

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Dr J. Iccapot