L’auto l’aveva accompagnata fino all’ingresso del seggio: voleva andare a votare anche lei, a 86 anni compiuti le gambe forse non c’erano più, ma la testa, sì. E votare era un suo diritto.

Sua figlia Chiara aveva cercato di dissuaderla: “E’ una fatica, mamma! Te la senti veramente?”. Sì che se la sentiva, doveva far vedere che era ancora viva, non solo un corpo ormai minuto, da far lavare a Chiara perché non ce la faceva più a farlo da sola, da far vestire perché piegarsi era ormai diventato impossibile.

Vestirsi, quella mattina, era stata una sofferenza; si erano dovute fermare, due volte, perché Maria non ce la faceva più. Tutta sudata, dopo la fatica del bagno, ci erano volute quasi due ore per vestirla. Le calze, nere, al ginocchio; il vestito, il più nuovo, blu scuro con piccoli disegni neri; le scarpe di panno, nere e comode per i suoi piedi.

Nonostante fosse giugno inoltrato, aveva messo anche il golf nero, con tutti quei bottoni che anche Chiara aveva fatto fatica ad allacciare.

Il bastone lo aveva preso suo genero, lei e Chiara avevano cominciato l’avventura della discesa delle scale. Quando era giovane le saliva a due gradini per volta, con la sporta in mano; arrivava su, alla porta, con il cuore in gola, ma allora non era una fatica. Adesso, scendere e salire quelle scale le era penoso. Ormai le articolazioni non l’aiutavano più, la mano stretta al corrimano di legno, lucido, lucido per anni di uso, un passo per volta, con Chiara davanti a lei, per impedirle di cadere.

Anche per Chiara quelle scale stavano diventando un problema, aveva sessanta anni, ma tanto ormai da lei veniva una volta alla settimana, abitava in una bella casa con l’ascensore; Maria non era mai voluta andare via di lì: quella casa era la sua, ci era vissuta per anni con il suo povero Elvio, e ci sarebbe morta.

Chissà che fatica, a portarla fuori, quando sarà il momento, pensò; come quando quindici anni prima suo marito era morto: non sapevano come fare, quella cassa andava in soqquadro da per tutto, avevano pensato addirittura di farla passare dalla finestra poi, a forza di girarla, erano riusciti ad arrivare alla strada; che pena saperlo lì dentro, sballottato e maltrattato anche in quella sua ultima uscita di casa. Chiara, visto come mettevano le cose, l’aveva portata fuori ad aspettare, per non farla soffrire ancora; ma qualche bestemmia dei ragazzi della Misericordia, detta a denti stretti, l’aveva sentita anche lei. Sì, c’era da prendersela anche con Quello lassù per questa beffa finale; ma Lui non ti vuole proprio risparmiare niente!

Si fermarono a mezze scale, nel pianerottolo accanto al portone dei vicini, con Chiara che, ancora una volta, pregandola “Mamma, stai ferma, reggiti bene!” era andata a premere l’interruttore della luce a tempo che, ogni tre minuti, riportava nella notte più completa quello stretto budello da cui cercavano di uscire. Riprese un po’ il fiato, sentiva, sotto l’odore di borotalco, il sudore freddo della fatica. I vecchi puzzano, lo aveva sempre detto, e cercava di mettere meno a disagio possibile chi le stava vicino; si lavava, un po’ alla meglio, il più spesso possibile, in attesa del bagno settimanale con Chiara; il barattolo verde, ormai di plastica anche quello, del suo vecchio borotalco era sempre sulla mensola del bagno, a portata di mano. Sua mamma lo aveva usato per i figli, lei per Chiara e dalla casa non era mai uscito. Quell’odore di fresco, quella polvere bianca che le cadeva qua e là sulle mattonelle scure del bagno le faceva ricordare Chiara quando era piccola, Marta, la nipotina e anche, tanti anni prima, la sua povera mamma.

Almeno lei, la sua mamma, non aveva sofferto quanto soffriva ora lei; non aveva ancora l’età di Chiara, quando l’avevano trovata morta, in cucina, al podere. Era rimasta in casa per preparare il pranzo, prima di raggiungere il resto della famiglia al lavoro nei campi. Non l’avevano vista arrivare, ma non si erano preoccupati, era ancora giovane, forte, chi mai poteva pensare… E così l’avevano trovata solo quando erano rientrati per pranzo.

La discesa per le scale era ripresa, piano; aveva poco d’altro a cui pensare, doveva prestare attenzione a dove metteva i piedi e a tenersi salda al corrimano. Ma cosa ci faceva ancora quaggiù, quanto disturbo dava a Chiara e a suo marito, quanto tempo avevano perso, e perdevano, dietro a lei, dietro a questa vecchia che non era più buona a nulla.

Finché c’era stato il suo Elvio era stato diverso, la casa era viva, anche la domenica ci si alzava presto per preparare un pranzo speciale per tutti, e il sabato a spennare un pollo o, se era tempo di caccia ed Elvio era stato fortunato, a pulire un po’ di cacciagione. Era una gioia quando la figlia, il genero e i nipoti arrivavano a casa; “Non arrivate prima delle undici” era la frase di tutte le settimane. Chiacchiere, rumore, la cucina in disordine e tutti i fornelli impegnati, sotto il controllo suo e di Chiara. Poi, rimasta sola, la voglia di fare festa era passata, il piacere di cucinare anche; qualche volta il genero la veniva a prendere, la domenica; mangiavano piatti di rosticceria, i nipoti erano con le loro famiglie e si ritrovavano solo loro tre. Aveva smesso di festeggiare la domenica, ormai un giorno come un altro; preferiva rimanere a letto riposarsi un po’ di più, e poi rassettare con calma la casa, con gli acciacchi della vecchiaia che la facevano sempre più lenta e meno capace.

Il portone era aperto, Paolo lo teneva spalancato; dalla strada veniva una luce chiarissima, fastidiosa. Prese il bastone dal genero appena mise i piedi sul marciapiede, si appoggiò bene e subito si fermò per mettersi gli occhiali da sole, senza i quali non usciva più di casa. Pochi passi e, piano, piano, con Chiara che l’aiutava a piegare le gambe, si mise a sedere in auto. Paolo, amorevolmente, le allacciò la cintura di sicurezza; ma cosa aveva paura, di fare un incidente, di farla sbattere contro il parabrezza e di farla morire? Era questo che pensava ma non disse niente. Si fece forza: aveva voluto lei quel viaggio e doveva essere all’altezza; ora poteva riposarsi un po’, respirare più adagio; dalla manica del golf tirò fuori il fazzoletto per asciugarsi il naso che le stava gocciolando, per sentire l’odore del borotalco, per calmare l’affanno.

Chiara cercava di farla parlare ma si accorse delle difficoltà della mamma, rimase in silenzio, per qualche minuto; una carezza sulla testa, dal sedile di dietro, per farle sentire che le voleva bene, che era lì, lei, a badare che non le succedesse nulla di male.

L’auto si era fermata davanti all’ingresso della sezione, ma c’era da fare ancora tutto un tratto a piedi, per fortuna in piano, senza scale. Lentamente, sotto braccio a Chiara e appoggiandosi un po’ anche al bastone, camminò chiacchierando lungo i due lunghi lati del porticato di quel bel chiostro, accanto alla chiesa. Sentiva l’aria fresca dentro quelle vecchie mura, quell’odore di muffa e di anni; “Chissà, pensò, forse anche io ho questo odore.”

Al seggio furono gentilissimi. La presidente la accolse con affetto (era una delle elettrici più anziane) le porse le schede e il lapis copiativo per il voto, addirittura la accompagnò fino alla cabina, scostandole la tenda per farla entrare. “Il bastone, lo appoggi lì accanto al piano – le disse – e faccia con calma. Non c’è fretta”; le richiuse la tenda alle spalle, per lasciarla alla sua riservatezza.

Maria poggiò il bastone, mise le schede sul tavolinetto, e le aprì. “Quante pieghe – pensò – e quanti partiti!”. Spesso votare era complicato e, quando il suo Elvio era ancora vivo e i partiti mandavano la pubblicità elettorale, per evitare di fare errori avevano deciso di andare al seggio portandosi dietro le schede con le indicazioni di voto che il loro partito mandava a casa. Poi tutte quelle schede colorate non erano più arrivate, chissà, forse il loro voto non interessava più a nessuno, e allora avevano cominciato a prendere nota, con qualche difficoltà, dalla TV, della posizione del simbolo che dovevano votare.

Anche questa volta aveva fatto così, non perché non si ricordasse chi votare, ma per evitare errori: il simbolo, la preferenza… Aveva fatto tutta quella fatica e non voleva che il suo voto venisse annullato. Scartocciò i suoi fogli, cosa importava se da fuori la sentivano, mise i suoi voti, rimise nella borsa le carte con gli appunti. Ecco fatto. Aveva votato.

Ora doveva solo ripiegare le schede, prendere il bastone e uscire. Cominciò a piegare una delle schede, ma non le riusciva richiuderla seguendo le piegature. La riaprì completamente, e riprovò. Niente da fare, non le riusciva piegarla a dovere. Le montò la stizza; provò con l’altra, niente da fare. Ma come diavolo avevano fatto a fare una cosa così complicata? Gli occhi le si velarono di lacrime, dalla rabbia. “Chiara!” chiamò.

“Che c’è, mamma?” rispose la figlia, poco distante, mentre la presidente del seggio e la segretaria si erano alzate.

“Non riesco a piegare la scheda, vieni ad aiutarmi”. Chiara fece qualche passo, per avvicinarsi alla cabina. La presidente del seggio la fermò: “Signora, lo sa, non può entrare!”. “Entri lei, allora”. “Non posso nemmeno io. Signora Maria, ristenda le schede sul tavolo, riprovi con calma, via, ha tutto il tempo che vuole, ma noi non possiamo entrare, dovremmo annullarle il voto!”

Maria cercò di calmarsi, riaprì le due schede, ma ormai non c’era più niente da fare: le aveva piegate e ripiegate così tante volte che non sapeva più come fare. Ci provò e riprovò, piangendo dalla disperazione, ma proprio non trovava il verso giusto.

Quando decise di uscire dalla cabina aveva il bastone in mano e le due schede, aperte, nell’altra. Non piangeva più, la faccia le si era come pietrificata, le lacrime si erano fermate qua e là, sulle rughe delle guance, ma gli occhi erano asciutti.

A capo chino rese schede e lapis alla presidente, che le mormorò qualche imbarazzatissima parola di conforto, e poi dovette annunciare, ad alta voce, la nullità del suo voto. Nel seggio si era fatto un silenzio doloroso, compassionevole, imbarazzato. Maria non disse una parola, ingobbita su se stessa, al braccio di Chiara che la stringeva e le carezzava i capelli, mormorandole parole di consolazione; strascicò i piedi fuori dal seggio, la testa bassa, sfiorando l’urna con la mano nocchiuta.

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Dr J. Iccapot