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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per giugno 2009

La prova del Maggio

Quando scesero dalla macchina sembrava che stesse per iniziare a piovere. Scaricarono velocemente gli strumenti; Marcello non ebbe difficoltà a riparare il suo clarinetto dai primi schizzi di pioggia, Pompeo con il basso tuba ebbe qualche problema in più. Fedrico con il sax tenore stava arrivando alle loro spalle. Sulla porta del vecchio cinema del paese li aspettava Mario, il trombettista. La piccola band entrò ordinatamente nel locale. Ad aspettarli, quelli del coro, c’erano già. Non un coro normale, no. Il coro dei maggerini. Il giorno dopo avrebbero fatto una commemorazione in ricordo di un loro compagno maggerino scomparso in un incidente stradale esattamente un anno prima. L’avrebbero ricordato cantando il maggio, ed avevano pensato che sarebbe stato tutto più bello con una band, sebbene questi quattro musicisti radunati per l’occasione non fossero proprio quello che immaginavano….

Dopo i saluti e le presentazioni, si sedettero, i cantori dietro, i suonatori davanti. Oltre alla band c’era il fisarmonicista che stentava a far silenzio perché le mani andavano da sole sui tasti e il mantice pareva pieno di aria che voleva scoppiare.

“Ssshh!!!” il maestro zittì tutti. Silenzio improvviso.

“Maggio Allegria, facciamo Maggio Allegria. Voi del coro mi raccomando non andate troppo veloci. Voi con gli strumenti fatevi sentire che questi urlano come disperati!”.

Dalla band, Marcello alzò la mano: “Scusi maestro, ma gli spartiti?”

“Gli spartiti??”

“Si, gli spartiti. Non li abbiamo mica.”

“Ah se è per questo..neanche noi. Si canta a memoria!”

“E allora come si fa?”

“E allora ci venite dietro come potete, tanto mi sembrate vecchierelli…o che non avete mai sentito le canzoni del maggio?”

“Ah, si si, sentire le abbiam sentite.”rispose Marcello, bofonchiando poi a bassa voce: “Anche troppo le abbiamo sentite, questi troiai di pezzi ridicoli…o che questa è musica?!?”

“Almeno intoniamoci” disse Mario il trombettista, un po’ inquieto “Fisarmonica, per favore, un do”.

Il fisarmonicista, faccia rosea e sorridente, si voltò, sorpreso. “….Un do??”

“Si, un do”.

Il fisarmonicista sorrise, girò la testa, guardò la tastiera bianca e nera sotto la sua mano pronta e disse: “E qual è??”

Mario il trombettista si asciugò un insolito sudore e con la calma di chi sta per scoppiare glielo indicò: “Quello lì, è quello lì”

“Ah… grazie!”. Disse il fisarmonicista.

E si esibì nel più consapevole DO che avesse mai suonato..

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Beatrix

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Il Parcheggio

Parcheggio2

Era arrivato puntuale, nonostante il traffico sull’autostrada: fissare l’appuntamento subito dopo l’ora di pranzo gli aveva certamente facilitato lo spostamento nella città.

Conosceva già la zona perché era stato a far visita al cliente insieme ad un collega qualche mese prima e si orientò quasi subito, dirigendosi verso il parcheggio-silos che avevano utilizzato la volta precedente. Grande, con posti macchina ampi, tutto sorvegliato da telecamere era a pochi passi dalla sede che doveva visitare.

Alla sbarra d’ingresso ritirò la card e la ripose con cura: le bande magnetiche usate e riusate dopo un po’ diventano illeggibili e si deve poi perdere un sacco di tempo alle casse automatiche.

Dopo qualche ora era di ritorno: l’appuntamento era andato bene, le prospettive di un buon accordo commerciale quasi lo facevano sorridere, aveva voglia di agitare il braccio che portava la borsa come fa uno scolaro quando esce da scuola. Già, ma ora usano lo zaino, pensò, e sentì all’improvviso tutti i suoi anni.

Come aveva temuto, la card gli dette subito dei problemi: il lettore della cassa automatica continuava, cocciutamente, a segnalare “DATI NON VALIDI” e a fare un ronzio fastidioso restituendogli l’inutile talloncino. Provò tre o quattro volte, poi dovette cedere il posto a chi lo seguiva nella fila.

Sul muro, accanto alla cassa, un pulsante verde diceva: ASSISTENZA. Lo premette, poco speranzoso; ora rischiava proprio di irritarsi. Sentì, lontano, il rumore di passi che si avvicinavano, uno strascichio, un claudicare che rimbombava sin nelle viscere del silos.

Quello che si stava avvicinando era un custode, con tanto di divisa e berretto, anziano, i capelli bianchi un po’ troppo lunghi sul collo, la barba ispida, di qualche giorno. Ma almeno non era un extracomunitario; si sarebbero capiti.
Giunto ad una distanza che giudicò sufficiente, il custode si scoprì la testa e lo salutò. ‘Buonasera, signore. Qualche problema?’ ‘Buonasera, sì, non mi legge la card’. ‘Ogni tanto succede, mi faccia un po’ vedere’.

Prese nella mano ossuta, appena tremolante, la card e la introdusse nel lettore della cassa automatica: stesso messaggio e stesso rumore.
‘Mhm’ mugolò con fare dubitativo; ripeté l’operazione e, prima che si visualizzasse il messaggio, digitò un qualche codice; il display rispose con alcune cifre, ‘Ah, ho capito ‘ disse il vecchio ‘ ultimo piano’. ‘ Sì ‘ rispose il signore, nervoso ‘ultimo piano’. Il vecchio aveva sbloccato il lettore, evidentemente; il display mostrava ora l’importo da pagare. Inserì le monete, riprese la card annullata per poter aprire la sbarra all’uscita e, dopo aver ringraziato il custode, si diresse verso gli ascensori.

‘Devo accompagnarla’ disse il vecchio ‘ mi aspetti!’
‘Non si incomodi, grazie. E’ tutto a posto’. Si infilò svelto nell’ascensore e premette il pulsante dell’ultimo piano. ‘Questo voleva anche la mancia, figurati’ pensò scendendo ‘ti fanno perder tempo, le cose non funzionano e poi vogliono anche la mancia!’.

Arrivato in fondo voltò a destra, appena uscito, poi subito a sinistra, dirigendosi nel settore dove aveva parcheggiato, ma si guardò intorno, disorientato: l’auto non c’era. Eppure l’aveva parcheggiata lì, l’aveva detto anche il vecchio, ultimo piano.

‘Vediamo, sono uscito dall’auto, sono passato accanto all’estintore, ho girato a destra e poi subito a sinistra, verso l’ascensore. Cosa c’è che non va?’ Camminò in lungo e in largo, ma era difficile sbagliarsi: lo spazio non era così grande e dopo aver fatto un paio di giri pensò ‘Ecco, mi tocca richiamare il vecchio’. Pulsanti di chiamata, però, a quel piano, neanche uno.

Scocciatissimo risalì, in ascensore, fino all’ingresso; lì il pulsante di chiamata c’era, l’aveva usato poco prima! Lo premette più volte, impaziente, con stizza e, poco dopo, ecco il solito vecchio, pian piano e con quel suo passo incerto, farglisi vicino.

‘Ha bisogno di aiuto, signore?’ ‘Beh… ecco… non trovo più la mia auto’. ‘Non è possibile’ disse il vecchio, sicuro di sé. ‘Venga, l’accompagno io’. Questa volta dovette accettare la compagnia. Ma cosa era successo alla sua auto? Rubata? Era davvero lui che non si ricordava più dove l’aveva parcheggiata? Impossibile: via, via che era sceso, all’arrivo, qualche ora prima, tutti i piani avevano il segnale di COMPLETO acceso ed era dovuto andare fino in fondo.

Arrivarono con l’ascensore all’ultimo piano; scese, precedendo il custode. Era irritato, si sentiva preso in giro, e non badò minimamente a far la cortesia al suo accompagnatore di camminare più lentamente; l’altro, oltre all’età, aveva quel suo vistoso zoppicare che lo impacciava alquanto.

‘Ecco, sono arrivato sino qui’ disse al custode. ‘Ma ne è sicuro?’ fece, di rimando, l’altro. ‘Certo, ero in fondo al silos, mi ricordo di essere entrato in un ambiente più piccolo, proprio accanto all’estintore e poi l’ha detto anche lei, poco fa, quando ha sbloccato la card’

‘Capisco’ disse il custode ‘allora si accomodi’.
‘Ma che fa questo, mi prende in giro? ‘, pensò, ma il vecchio, mentre finiva di parlare, aveva alzato una mano: lentamente la parete a sinistra dell’estintore cominciò a scorrere.

‘Che cosa significa tutta questa storia? Che cosa state cercando di fare?’ disse, irato, e nel frattempo scorse la sua auto parcheggiata, da sola, nel vano in cui l’aveva lasciata alcune ore prima.

La mano gli sudava attorno al manico di pelle della borsa. ‘Mi state prendendo in giro?’ urlò mentre a grandi passi si avvicinava al veicolo, che aveva già aperto con il telecomando.

‘Ma no, ci mancherebbe’ disse il custode, che era rimasto indietro, poco distante dal varco che aveva fatto aprire. ‘ Sono i nuovi ordini della Direzione’
Stava già salendo in macchina, ma si fermò: ‘Che ordini?’ ‘Ma sì, la massima disponibilità verso i Clienti, quelli dell’ultimo piano: bisogna accompagnarli…’ ‘Ma non poteva dirmelo subito, senza farmi perdere tutto questo tempo?’ e se ne uscì con una bestemmia che aveva in gola da un bel po’.

‘Che vuole’ si strinse nelle spalle il custode ‘lassù’ e fece un cenno con il capo ‘vogliono così, e noi così facciamo’. ‘La saluto, signore’ aggiunse alla fine, scoprendosi la testa e facendo un rigido accenno di inchino.

‘Questi sono pazzi’ pensò ‘pazzi da legare. Gli faccio passare dei guai. Appena esco di qui mi attacco al cellulare e mi sentono!’ era fuori di sé dalla rabbia.

Ma non ebbe neppure il tempo di sedersi in macchina: il vano dove si trovava cominciò rapidamente a scendere, come un ascensore; ai bordi uno strano rossore, un calore improvviso, poi delle alte fiamme.
Gridò, verso il custode; questi si voltò, indicò con la mano ossuta verso l’alto, si strinse nelle spalle e continuò a camminare, zoppicando il piede caprino. Silenziosamente come si era aperta, la parete ormai si era quasi chiusa: le fiamme avevano riempito tutto l’ambiente e per lui non c’era più niente da fare.

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Dr J. Iccapot

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La nuova casa di Scrivolo

Ecco, ci siamo.

E’ tutto pronto.

Domani eseguirò il caricamento di tutti i racconti pubblicati finora al vecchio indirizzo.

Ho aggiornato wordpress, e ho aggiornato il tema.

Voi siete pronti a leggere i nuovi racconti?

Chiunque fosse interessato, poi, a pubblicare i propri racconti, può inviarli a info@scrivolo.it

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admin

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La mia fila

L’estate era ormai arrivata. Anche se in realtà mancava ancora 1 mese al famoso 21 giugno, il caldo regalava a tutti voglia e forse opportunità di vacanze.

Anche la vita sul pullman sembrava allineata a quel susseguirsi anticipato di stagioni. L’autobus in quelle settimane era deserto.

Quando salii, trovai l’interno abitato da alcune tipologie di viaggiatori ormai standardizzate. In fondo “i ragazzacci” come quando ero piccolo, nelle gite o per andare a scuola: le ultime file erano riservate ai più grandi, ai bulli, maschi e femmine, quelli che facevano più casino. Arrivavano dal fondo i cori, le battute più pesanti sugli altri passeggeri (ragazze particolarmente carine, cessi universali, o il personaggio che per quel turno era preso di mira). Ma arrivava dal fondo anche la voglia di divertirsi.

Le grida che proveniva dal fondo dell’autobus non lasciavano proprio adito a dubbi, “i ragazzacci” erano seduti nelle ultime file. Ma quel giorno, a differenze di 15 anni prima, le risa e le grida lasciarono presto spazio al sonno, che proveniva dalla giornata di lavoro.

Nella prima parte dell’autobus solo 4 persone, oltre l’autista. La rossa, sempre in prima fila, come la vecchia professoressa delle gite. Quel giorno era orfana del suo complemento, e allora due chiacchiere con l’autista certo le faceva, ma c’era tristezza per quel sedile vuoto.

Gli altri passeggeri, quelli di mezzo, così come quando prendevo il pullman per raggiungere il liceo, lontano 18 km, non lasciavano tracce della loro presenza: magari due parole con la persona affianco, ma sempre sottovoce, per non disturbare.

Io come sempre scelsi il mio posto tra le penultime, non ultime, file.


Leggi anche la prima puntata di “In autobus”: La rossa e la gialla

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Juan

Diritto di voto

L’auto l’aveva accompagnata fino all’ingresso del seggio: voleva andare a votare anche lei, a 86 anni compiuti le gambe forse non c’erano più, ma la testa, sì. E votare era un suo diritto.

Sua figlia Chiara aveva cercato di dissuaderla: “E’ una fatica, mamma! Te la senti veramente?”. Sì che se la sentiva, doveva far vedere che era ancora viva, non solo un corpo ormai minuto, da far lavare a Chiara perché non ce la faceva più a farlo da sola, da far vestire perché piegarsi era ormai diventato impossibile.

Vestirsi, quella mattina, era stata una sofferenza; si erano dovute fermare, due volte, perché Maria non ce la faceva più. Tutta sudata, dopo la fatica del bagno, ci erano volute quasi due ore per vestirla. Le calze, nere, al ginocchio; il vestito, il più nuovo, blu scuro con piccoli disegni neri; le scarpe di panno, nere e comode per i suoi piedi.

Nonostante fosse giugno inoltrato, aveva messo anche il golf nero, con tutti quei bottoni che anche Chiara aveva fatto fatica ad allacciare.

Il bastone lo aveva preso suo genero, lei e Chiara avevano cominciato l’avventura della discesa delle scale. Quando era giovane le saliva a due gradini per volta, con la sporta in mano; arrivava su, alla porta, con il cuore in gola, ma allora non era una fatica. Adesso, scendere e salire quelle scale le era penoso. Ormai le articolazioni non l’aiutavano più, la mano stretta al corrimano di legno, lucido, lucido per anni di uso, un passo per volta, con Chiara davanti a lei, per impedirle di cadere.

Anche per Chiara quelle scale stavano diventando un problema, aveva sessanta anni, ma tanto ormai da lei veniva una volta alla settimana, abitava in una bella casa con l’ascensore; Maria non era mai voluta andare via di lì: quella casa era la sua, ci era vissuta per anni con il suo povero Elvio, e ci sarebbe morta.

Chissà che fatica, a portarla fuori, quando sarà il momento, pensò; come quando quindici anni prima suo marito era morto: non sapevano come fare, quella cassa andava in soqquadro da per tutto, avevano pensato addirittura di farla passare dalla finestra poi, a forza di girarla, erano riusciti ad arrivare alla strada; che pena saperlo lì dentro, sballottato e maltrattato anche in quella sua ultima uscita di casa. Chiara, visto come mettevano le cose, l’aveva portata fuori ad aspettare, per non farla soffrire ancora; ma qualche bestemmia dei ragazzi della Misericordia, detta a denti stretti, l’aveva sentita anche lei. Sì, c’era da prendersela anche con Quello lassù per questa beffa finale; ma Lui non ti vuole proprio risparmiare niente!

Si fermarono a mezze scale, nel pianerottolo accanto al portone dei vicini, con Chiara che, ancora una volta, pregandola “Mamma, stai ferma, reggiti bene!” era andata a premere l’interruttore della luce a tempo che, ogni tre minuti, riportava nella notte più completa quello stretto budello da cui cercavano di uscire. Riprese un po’ il fiato, sentiva, sotto l’odore di borotalco, il sudore freddo della fatica. I vecchi puzzano, lo aveva sempre detto, e cercava di mettere meno a disagio possibile chi le stava vicino; si lavava, un po’ alla meglio, il più spesso possibile, in attesa del bagno settimanale con Chiara; il barattolo verde, ormai di plastica anche quello, del suo vecchio borotalco era sempre sulla mensola del bagno, a portata di mano. Sua mamma lo aveva usato per i figli, lei per Chiara e dalla casa non era mai uscito. Quell’odore di fresco, quella polvere bianca che le cadeva qua e là sulle mattonelle scure del bagno le faceva ricordare Chiara quando era piccola, Marta, la nipotina e anche, tanti anni prima, la sua povera mamma.

Almeno lei, la sua mamma, non aveva sofferto quanto soffriva ora lei; non aveva ancora l’età di Chiara, quando l’avevano trovata morta, in cucina, al podere. Era rimasta in casa per preparare il pranzo, prima di raggiungere il resto della famiglia al lavoro nei campi. Non l’avevano vista arrivare, ma non si erano preoccupati, era ancora giovane, forte, chi mai poteva pensare… E così l’avevano trovata solo quando erano rientrati per pranzo.

La discesa per le scale era ripresa, piano; aveva poco d’altro a cui pensare, doveva prestare attenzione a dove metteva i piedi e a tenersi salda al corrimano. Ma cosa ci faceva ancora quaggiù, quanto disturbo dava a Chiara e a suo marito, quanto tempo avevano perso, e perdevano, dietro a lei, dietro a questa vecchia che non era più buona a nulla.

Finché c’era stato il suo Elvio era stato diverso, la casa era viva, anche la domenica ci si alzava presto per preparare un pranzo speciale per tutti, e il sabato a spennare un pollo o, se era tempo di caccia ed Elvio era stato fortunato, a pulire un po’ di cacciagione. Era una gioia quando la figlia, il genero e i nipoti arrivavano a casa; “Non arrivate prima delle undici” era la frase di tutte le settimane. Chiacchiere, rumore, la cucina in disordine e tutti i fornelli impegnati, sotto il controllo suo e di Chiara. Poi, rimasta sola, la voglia di fare festa era passata, il piacere di cucinare anche; qualche volta il genero la veniva a prendere, la domenica; mangiavano piatti di rosticceria, i nipoti erano con le loro famiglie e si ritrovavano solo loro tre. Aveva smesso di festeggiare la domenica, ormai un giorno come un altro; preferiva rimanere a letto riposarsi un po’ di più, e poi rassettare con calma la casa, con gli acciacchi della vecchiaia che la facevano sempre più lenta e meno capace.

Il portone era aperto, Paolo lo teneva spalancato; dalla strada veniva una luce chiarissima, fastidiosa. Prese il bastone dal genero appena mise i piedi sul marciapiede, si appoggiò bene e subito si fermò per mettersi gli occhiali da sole, senza i quali non usciva più di casa. Pochi passi e, piano, piano, con Chiara che l’aiutava a piegare le gambe, si mise a sedere in auto. Paolo, amorevolmente, le allacciò la cintura di sicurezza; ma cosa aveva paura, di fare un incidente, di farla sbattere contro il parabrezza e di farla morire? Era questo che pensava ma non disse niente. Si fece forza: aveva voluto lei quel viaggio e doveva essere all’altezza; ora poteva riposarsi un po’, respirare più adagio; dalla manica del golf tirò fuori il fazzoletto per asciugarsi il naso che le stava gocciolando, per sentire l’odore del borotalco, per calmare l’affanno.

Chiara cercava di farla parlare ma si accorse delle difficoltà della mamma, rimase in silenzio, per qualche minuto; una carezza sulla testa, dal sedile di dietro, per farle sentire che le voleva bene, che era lì, lei, a badare che non le succedesse nulla di male.

L’auto si era fermata davanti all’ingresso della sezione, ma c’era da fare ancora tutto un tratto a piedi, per fortuna in piano, senza scale. Lentamente, sotto braccio a Chiara e appoggiandosi un po’ anche al bastone, camminò chiacchierando lungo i due lunghi lati del porticato di quel bel chiostro, accanto alla chiesa. Sentiva l’aria fresca dentro quelle vecchie mura, quell’odore di muffa e di anni; “Chissà, pensò, forse anche io ho questo odore.”

Al seggio furono gentilissimi. La presidente la accolse con affetto (era una delle elettrici più anziane) le porse le schede e il lapis copiativo per il voto, addirittura la accompagnò fino alla cabina, scostandole la tenda per farla entrare. “Il bastone, lo appoggi lì accanto al piano – le disse – e faccia con calma. Non c’è fretta”; le richiuse la tenda alle spalle, per lasciarla alla sua riservatezza.

Maria poggiò il bastone, mise le schede sul tavolinetto, e le aprì. “Quante pieghe – pensò – e quanti partiti!”. Spesso votare era complicato e, quando il suo Elvio era ancora vivo e i partiti mandavano la pubblicità elettorale, per evitare di fare errori avevano deciso di andare al seggio portandosi dietro le schede con le indicazioni di voto che il loro partito mandava a casa. Poi tutte quelle schede colorate non erano più arrivate, chissà, forse il loro voto non interessava più a nessuno, e allora avevano cominciato a prendere nota, con qualche difficoltà, dalla TV, della posizione del simbolo che dovevano votare.

Anche questa volta aveva fatto così, non perché non si ricordasse chi votare, ma per evitare errori: il simbolo, la preferenza… Aveva fatto tutta quella fatica e non voleva che il suo voto venisse annullato. Scartocciò i suoi fogli, cosa importava se da fuori la sentivano, mise i suoi voti, rimise nella borsa le carte con gli appunti. Ecco fatto. Aveva votato.

Ora doveva solo ripiegare le schede, prendere il bastone e uscire. Cominciò a piegare una delle schede, ma non le riusciva richiuderla seguendo le piegature. La riaprì completamente, e riprovò. Niente da fare, non le riusciva piegarla a dovere. Le montò la stizza; provò con l’altra, niente da fare. Ma come diavolo avevano fatto a fare una cosa così complicata? Gli occhi le si velarono di lacrime, dalla rabbia. “Chiara!” chiamò.

“Che c’è, mamma?” rispose la figlia, poco distante, mentre la presidente del seggio e la segretaria si erano alzate.

“Non riesco a piegare la scheda, vieni ad aiutarmi”. Chiara fece qualche passo, per avvicinarsi alla cabina. La presidente del seggio la fermò: “Signora, lo sa, non può entrare!”. “Entri lei, allora”. “Non posso nemmeno io. Signora Maria, ristenda le schede sul tavolo, riprovi con calma, via, ha tutto il tempo che vuole, ma noi non possiamo entrare, dovremmo annullarle il voto!”

Maria cercò di calmarsi, riaprì le due schede, ma ormai non c’era più niente da fare: le aveva piegate e ripiegate così tante volte che non sapeva più come fare. Ci provò e riprovò, piangendo dalla disperazione, ma proprio non trovava il verso giusto.

Quando decise di uscire dalla cabina aveva il bastone in mano e le due schede, aperte, nell’altra. Non piangeva più, la faccia le si era come pietrificata, le lacrime si erano fermate qua e là, sulle rughe delle guance, ma gli occhi erano asciutti.

A capo chino rese schede e lapis alla presidente, che le mormorò qualche imbarazzatissima parola di conforto, e poi dovette annunciare, ad alta voce, la nullità del suo voto. Nel seggio si era fatto un silenzio doloroso, compassionevole, imbarazzato. Maria non disse una parola, ingobbita su se stessa, al braccio di Chiara che la stringeva e le carezzava i capelli, mormorandole parole di consolazione; strascicò i piedi fuori dal seggio, la testa bassa, sfiorando l’urna con la mano nocchiuta.

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Dr J. Iccapot

Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot