Stavo camminando, piano, piano, lungo la via principale che, a quell’ora del mattino era già calda, complice il sole che, da alcune ore, la inondava senza alcuno schermo.

Affaticato dalla lieve salita e dal lungo tragitto che avevo percorso, mi tenevo sulla destra per approfittare di una fetta d’ombra che veniva dai palazzi, vecchi e alti, che si susseguono in questa parte centrale della città.

La borsa, in cui erano stivati il computer, un grosso blocco per appunti e varie altre cianfrusaglie informatiche e non, mi rendeva ancora più lento; l’inutilità dell’incontro che avevo avuto con un cliente e la quasi certezza che ne sarebbero seguiti altri, ugualmente inconcludenti, mi infastidiva un po’ ma non tanto da irritarmi; appena conosciuto personalmente il mio interlocutore, qualche giorno prima, avevo subito capito che mi avrebbe fatto solo perdere tempo, ma la rilevanza della sua azienda ed i lunghi rapporti economici con la mia mi costringevano ad una serie di incontri di cui, come dicevo, avevo subito intuito la vacuità.

Ma pensavo a tutt’altro, mentre camminavo, non certo al lavoro: buttavo occhiate incuriosite su quanti procedevano in senso opposto al mio e su chi, sorpassandomi con facilità, andava nella mia stessa direzione.

Ogni tanto un portone aperto su un androne scuro portava in strada una felice zona di fresco insieme a odori muffosi e stantii; qualche volta si intravedeva, oltre l’androne, la campagna lontana e allora c’era anche una bava di vento che mi lambiva, dandomi qualche secondo di sollievo.

A un tratto, là in fondo, sulla destra ecco la sagoma di qualcuno seduto su un gradino. La solita zingara con un bambino, pensai, ma poi mi accorsi che era una persona sola e intuii che era un uomo.

Poco prima di una via traversa lunga poche decine di metri che, sulla sinistra, porta a un’ampia piazza alberata, con aiuole e panchine, sulla destra c’è un palazzo di un bugnato in cemento, dipinto di grigio come la pietra serena della strada, che precede un altro palazzo, d’un giallo stizzoso e con un corpo leggermente rientrato rispetto agli altri, che invece di ospitare vetrine di banche o bar, apre un grande e unico portone. Sullo scalino che fa da soglia a questo portone, stranamente spalancato verso l’interno, stava seduto quello che, avvicinandomi me ne accorsi, era un vecchio; il gradino era quello d’ingresso di una chiesa.

C’è infatti in quel punto, quasi un garage a fronte strada, uno stanzone poco illuminato che solo quando ci passi davanti capisci che è una chiesa. Dalla via si vedono pochi ceri accesi e, spesso, un cartellone appoggiato a delle sedie che dice ai passanti, curiosi o indifferenti, quando c’è una messa o quando è possibile entrare a confessarsi.

Per un mendicante, pensai, è una posizione strategica anche se, al giorno d’oggi, chi vuoi che ti dia un centesimo! Ma il vecchio non stava chiedendo affatto l’elemosina: stava trafficando con qualcosa. In una mano aveva una bottiglietta d’acqua, con l’altra frugava in una sorta di tascapane, una volta sicuramente nero e adesso grigio e scolorito, alla ricerca di qualcosa. Ancora qualche passo avanti e distinsi la giacca verde, i pantaloni marroni, le scarpe marroni, grosse. Nelle mani aveva qualcosa e cercava di aprire la bottiglia.

Per un attimo fui eclissato da un corpo nero: dalla mia sinistra fui superato da un pretone, in tonaca, abbastanza giovane e robusto; un tipo moro, i capelli si sarebbero detti blu scuro più che neri e anche la pelle delle guance, ben rasate, aveva un colorito bluastro; il passo era deciso, le braccia dondolavano seguendo lo slancio del corpo.

Il vecchio si era versato un po’ d’acqua nel cavo della mano e si bagnava, con attenzione e parsimonia, le guance; accanto a sé, sul gradino della chiesa, aveva messo le poche cose che aveva cercato nello zainetto: un pezzo di sapone, un pennello e un rasoio di sicurezza.

“Eh, no, non è questo il posto!” gli fece il prete, a voce alta, minaccioso, parandoglisi davanti. Io ero ormai a pochi passi e vedevo la scena da vicino. “Devi andartene da qui”. Il vecchio riprese con una mano le cose posate sul gradino, con l’altra la bottiglia e lo zainetto e si alzò, a fatica; incrociò il suo sguardo con il mio: aveva gli occhi chiari e umidi. Non disse nulla e cominciò a trascinare i piedi con le scarpe grosse lontano da quell’angolo che non era più tranquillo per lui.

Mentre passavo proprio di fronte alla chiesa, vidi il prete sgonnellare dentro lo stanzone e lo sentii bofonchiare “Ci mancherebbe…”; ancora pochi passi e si sarebbe inginocchiato di fronte al Santissimo.

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Dr J. Iccapot