Il professor Birgham era arrivato a superare la sessantina percorrendo la stessa strada di tutti i suoi colleghi: anni di subordinazione al precedente titolare della cattedra, studio accanito e tante, tante ricerche, tanti incarichi, gravosi e non di prestigio, da sopportare per andare avanti; poi, piano, piano, qualche riconoscimento per le pubblicazioni sulle riviste specializzate, qualche incarico di fiducia, un posto sicuro. Il matrimonio era stato il segno del raggiunto equilibrio; non avevano avuto figli, lui aveva preso il posto del suo professore ed ora dirigeva la cattedra di Fisica Teorica della facoltà. Dirigere era tuttavia una parola grossa, visto che aveva alle sue dipendenze solo il suo ex giovane e promettente allievo, Olsen e, come unico simbolo visibile di potere, una segretaria con un ufficio tutto per sé, la signorina Mercedes.

Il prof. Birgham era un ometto magro, la testa lucida di una calvizie che gli lasciava una corona di capelli, neri e ancora folti, a sovrastare una faccia ossuta, da topo. Si ostinava a portare un paio di occhiali con la cerchiatura scura, assolutamente demodé, e la sua figura, quasi sparuta, lo faceva spesso oggetto di prese in giro da parte delle matricole.

Appena si frequentavano le sue lezione, però, si capiva che razza di personaggio fosse, quali le competenze, enormi, e quali le capacità didattiche, innate certamente, che in un fisico così nervoso e dal profilo così scontroso non ci si sarebbe aspettati di trovare.

La sua bravura di docente e, via, via che passavano gli anni, la sua notorietà nei ristretti ambiti universitari, ne aveva fatto una discreta risorsa per l’Università stessa, che ormai pubblicizzava, anche su Internet, i corsi tenuti dal celebre fisico prof. Birgham; nei Consigli di Facoltà ogni tanto qualcuno, malignamente, faceva circolare la voce che la Regina lo avrebbe fatto baronetto, ma lui sorrideva, increspando appena le labbra, e faceva spallucce.

Per quanto il prof. Birghan fosse taciturno e quasi scontroso, il suo fidato collaboratore, il rossiccio Olsen, era estroverso e ciarliero, curioso di quello che succedeva in facoltà (era la fonte principale di gossip per Mercedes e per il Professore) e di quanto si sviluppava nell’ambiente scientifico internazionale.

Questa sua vivacità, forse per contrasto, lo aveva reso simpatico al Professore, che non aveva certo trascurato, quando si era trattato di decidere chi dovesse diventare suo ‘assistente ufficioso’, le capacità analitiche e le solidissime competenze che Olsen aveva dimostrato in quegli anni di studio e particolarmente durante la preparazione della tesi, di cui Birgham era stato il relatore principale.

Olsen lavorava esclusivamente su ambiti di ricerca strettamente concordati con Birghan, ma la sua naturale curiosità gli faceva deviare dal cammino tracciato per disperdersi in mille rivoli di possibili nuovi campi. Era Birgham che, attento a questi suoi improvvisi cambiamenti di rotta, lo riportava sulla via maestra, stupendosi spesso della brillantezza con cui il giovane riusciva a sintetizzare ipotesi di nuovi, affascinanti, percorsi di studio. Era certo che, passati ancora pochi anni di tirocinio, avrebbe potuto aspirare ad una bella e remunerativa carriera in una qualche università americana.

C’erano spesso lunghe chiacchierate tra i due, il prof. Birgham si accendeva la pipa quasi a dare il segnale che si iniziava uno scontro tra cervelli al massimo livello; Olsen passeggiava avanti e indietro, le mani in tasca, i capelli, un po’ troppo lunghi, in pieno disordine. Mercedes qualche volta era entrata, in silenzio,per cercare di capire cosa stava succedendo. Il professore, immancabilmente seduto dietro la sua scrivania, la tazza di tea che gli aveva portato, piena e ormai quasi fredda, Olsen che invece, bevuta avidamente la sua rischiando quasi sempre di scottarsi, ragionava animatamente, andando avanti e indietro, a grandi passi, accanto alla lavagna piena di formule che ogni tanto cancellava per scriverne di nuove. Talvolta erano intervenuti alcuni dei colleghi più brillanti ma poi tutti si erano accorti che, nella discussione, c’era qualcosa di personale, quasi una sfida, tra il professore ed il suo allievo, o, forse, quasi una continua serie di esami a cui il giovane era sottoposto e che, visto il suo spirito irruento, debordavano in percorsi mai battuti dall’analisi teorica.

Qualche volta il professore sorrideva, sbuffando il suo fumo, quando Olsen socchiudeva qualche porta della conoscenza mai aperta, e cercava di farlo proseguire in quella direzione, senza darne il segno, si badi, ché quello avrebbe preso subito una via diversa.

Una sera Birgham decise che i tempi erano maturi; lasciò, con studiata negligenza, un pacco di appunti, pieni della sua scrittura microscopica e angolosa, su un angolo della sua scrivania. Per qualche giorno sarebbe andato, con la moglie, a Bath, per una breve vacanza salutista, e quel lasso di tempo sarebbe stato sufficiente per Olsen,aveva calcolato.

Le giornate a Bath furono tranquille, intellettualmente quasi noiose, anche se c’era un po’ di preoccupazione su quello che poteva essere successo nel suo ufficio.

Quando, il lunedì successivo, Birgham entrò in ufficio, Olsen, cosa insolita per lui, era già arrivato. “Molto bene” pensò Birgham e, dopo averlo salutato come al solito, si mise a controllare la posta elettronica che gli si era accumulata nei giorni di assenza, senza prestare la minima attenzione al giovane che, nervosamente, aveva cominciato a muoversi per tutta la stanza, quel vasto studio-biblioteca di cui occupava, con la sua scrivania, appena un angolo.

“Professore..”

“Che c’è, Olsen, ti vedo più nervoso del solito, stamani. Un problema con qualche donna?”

“Professore, sta scherzando, è una cosa seria…”

“Cosa è una cosa seria?”

“I suoi appunti professore!”

“I miei appunti? Cos’è successo, Mercedes ha perso qualche pagina?”

“Ma no, che dice, insomma, li ho guardati”

“E ti sembra una bella cosa? Ti avevo dato il permesso?” disse Birgham, arcigno.

“No, veramente, no, ma erano lì sopra…”

“Capisco, lo so che sei un ragazzo indisciplinato, facciamo finta di nulla. Tu non li hai letti e io non mi devo preoccupare. E’ tutto a posto.”

“Professore, ma io quegli appunti li ho letti!”

“Allora insisti! Vuoi veramente farmi arrabbiare!!”

“Li ho letti e li ho capiti.” Olsen, serissimo, guardò dritto negli occhi Birgham.

“Bene, allora tutto quello che abbiamo fatto per farti studiare non è stato inutile” lo rimbeccò, ironico Birgham.

“Sa cosa voglio dire, professore. Lì c’è roba che neanche Hawking…”

“Ma non bestemmiare e lascia stare il Lucasian Professor, per favore!”

“Uffa, accidenti, professore” sbuffò, era paonazzo dallo sforzo di trattenersi dall’urlare “ma lei ha trovato l’unificazione dei campi! La smetta di prendermi in giro, crede che non l’abbia capito?”

“Non so cosa tu abbia capito, ma stamani deve esserti successo qualcosa di particolare, sei molto più agitato del solito.”

Olsen non rispose, lo fissò negli occhi, immobile. Birgham fece altrettanto, con una faccia serissima. Poi nei suoi occhi passò un bagliore, le labbra si incresparono in un timido sorriso.

“Allora è vero, lo ammette, ce l’ha fatta, ce l’ha fatta!!!” e senza badare alle forme, gli si avventò addosso, lo strappò con facilità dalla poltroncina della scrivania, lo prese tra le braccia e cominciò a farlo ballonzolare, andandosene in giro per la stanza e gridando suoni sconnessi.

Mercedes si precipitò dentro allarmata. “Ma che succede?” urlò anche lei alla vista di uno spettacolo tanto insolito. In breve la stanza fu piena di colleghi, di segretarie, di studenti; anche il vice rettore, disturbato da quel gran caos nel suo lontano ufficio, aveva mandato la sua assistente a vedere se per caso qualcuno fosse completamente impazzito lì, nella sua Università.

Ci vollero pochi minuti, la notizia fece il giro della facoltà ma, per fortuna, le cose ripresero velocemente il loro andamento usuale. Bisognava innanzi tutto verificare la documentazione, fu formato un referee dei più qualificati docenti della facoltà, Mercedes si incaricò di mettere in formato elettronico gli appunti, e cominciò un lungo periodo di routine per tutti.

Passarono alcuni mesi, e non ci furono dubbi. La ricerca di Birgham era LA soluzione. Fu pubblicata sul Quarterly Journal of Theoretical Phisics, suscitando uno scalpore enorme. “Questa volta è il Nobel, professore” gli augurò Olsen una mattina, portandogli una copia fresca di stampa del Journal; ne aveva un fascio in mano che cominciò a distribuire ai vari colleghi che trovava nel corridoio o nei loro uffici.

Fu poi un terremoto mediatico per il professor Birgham; Olsen si era lanciato come press-agent del suo mecenate e allora furono giornalisti di importanti riviste internazionali a richiedere articoli; furono riviste alla moda a sollecitargli “articoli divulgativi” per i propri lettori; diverse troupe televisive se lo contesero come ospite di una serata speciale.

Nonostante tutto, Birgham non sembrava per niente frastornato; passava all’articolo tecnicissimo, che solo poche persone al mondo erano in grado di capire, alla chiacchierata informale in uno studio televisivo per una diretta nella fascia di maggiore ascolto. La sua vita non sembrava cambiata, come se tutte le novità che stavano accadendo le avesse previste e, quasi, quasi, pianificate.

La sera della sua intervista per la più grande rete televisiva americana, dopo cena, gli venne voglia di fumare, un vizio che, anche se assai di rado, gli piaceva praticare. Ciabattò indolente verso la porta dello studio e si chiuse pian piano la porta alle spalle, lasciando la moglie a sparecchiare la tavola, con la TV, ormai a tutto volume, che trasmetteva uno dei suoi interventi.

Dal secondo cassetto della scrivania prese la sacca con il tabacco; l’odore, aromatico, gli fece pensare al lavoro: i suoi notes e la sua carta, che riempivano gli altri cassetti, avevano lo stesso profumo dolciastro.

Da uno dei contenitori nella libreria scelse poi una pipa e si mise in tasca una scatola di fiammiferi; assaporava già i momenti di tranquillità che avrebbe goduto di lì a poco.

Si diresse con calma, verso la porta-finestra che, conoscendo la s truttura della casa, si sarebbe detto si aprisse, senza scopo, sulla rimessa. Entrando di giorno nello studio, addossata com’era allo spigolo di uno scaffale, la porta si notava poco e dava l’impressione di essere inutilizzata da tempo e che al di là ci fosse, appunto, un muro.

Aprì la porta con decisione e uscì, invece, su una veranda; un’aria fredda e senza vento lo avvolse, facendolo rabbrividire e desiderare ancora di più il fornello acceso di una pipa.

Si sedette su una poltroncina, le sue cose da fumo sulle ginocchia, e si dovette togliere gli occhiali, appannati, per strofinarli contro i pantaloni. Quando li rimise si era già un po’ abituato al buio: lì fuori lampeggiavano le stelle, qualche pianeta e sparse macchie ovattate di galassie.

Cominciò a caricare la pipa. “Jay, ci sei?” disse, a voce poco più alta del normale, come quando si vuol attirare l’attenzione di un vicino un po’ distratto.

“Certo che ci sono” rispose subito una voce, più grave di quella del professore “sono sempre dappertutto, lo sai” e ghignò.

“Beh, hai visto? La faccenda è andata bene!”

“Sì, tutto è andato alla perfezione”

“Abbiamo scelto il momento giusto, da decenni andavano avanti con questa teoria generale delle forze, senza riuscire a sbloccarsi, e senza la nostra spinta….”

“Con Olsen è stato proprio un gioco da ragazzi, ha capito quasi subito e poi ha messo su tutta la fanfara dei giornali e della TV…”

“Già, Birgy, sei una star adesso: giornali, TV… guadagnerai un sacco di soldi” disse Jay e ghignò di nuovo.

“E’ proprio così, ho risolto tutti i problemi della famiglia”, fece una pausa, sbuffando verso il cielo il fumo della sua pipa, “Questo è un mondo molto strano…”. “Mah…” concluse poi, meditativo, senza voler significare nulla di particolare, troppo attento a che la pipa tirasse bene e la fumata durasse a lungo.

“Ora che gli ho dato la Teoria unificata dei campi, tra qualche anno ne vedremo delle belle, Jay. Chissà che fine faranno; forse pensano di diventare immortali!”

“Sei un po’ troppo spiritoso, per essere un professore” ribatté, sarcastico, Jay.

“E poi” continuò “di che ti preoccupi? Se la cosa non andrà bene e faranno saltare tutto in aria, faremo come abbiamo fatto le altre volte, no? Creeremo un altro Universo”.

Il professore rise, si mandò il fumo a traverso, tossì, rise ancora d’un riso acuto, quasi nervoso. Jahvé si unì a lui, con la sua risata bassa e tonante. Le stelle, le galassie, i mondi, lassù, sembrarono tremare tutti.

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Dr J. Iccapot