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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Come salvai Saussure

Fuori era caldo ma le finestre appena accostate e le porte delle stanze spalancate creavano una deliziosa corrente d’aria. Per evitare che le imposte di quel salotto, esposto a sud, battessero rumorosamente, era stato messo a contrasto, tra la battuta e il battente, un libro; il venticello gonfiava la rada tenda color sabbia, l’imposta si apriva sino ad arrestarsi contro il tessuto che si spostava appena un po’ poi il richiamo d’aria la faceva tornare indietro; si sarebbe chiusa rumorosamente se non fosse stato per quel libro.
Ancora e ancora, quel moto perpetuo sembrava essere l’unica cosa viva nella sonnolenza della stanza. Il continuo accanimento contro quelle pagine mi dava fastidio, quasi come un gesto fuor di creanza, ripetuto all’infinito davanti a me.
Mi alzai con pesantezza dal divano sperando che si trattasse di uno di quei libretti, da pochi centesimi, che giornali senza idee regalano a lettori senza idee: l’avrei lasciato lì, mi sarei messo l’animo in pace e sarei tornato a oziare in quella stanza luminosa ma non calda, scambiando rade parole con l’ospite che ero andato a visitare.
Invece riconobbi nel libro, verdolino, un Laterza. Lo presi in mano, spostandolo dal davanzale dove era stato messo con cura e non per la prima volta. L’imposta l’aveva ferito, ripetutamente, ma sempre nello stesso punto; lo sfogliai: la stilettata era penetrata per una ventina di pagine, nella parte anteriore; anche il dorso, però, risultava offeso.
Lo reggevo con una mano, l’altra a tenere l’imposta, ché non sbattesse.
“Ti interessa?” fece il mio ospite, che aveva seguito incuriosito quei miei movimenti. “Prendilo, deve essere qualcosa di uno dei miei figli, lasciato qui da tanti, tanti anni. Ormai non se ne farebbero più di nulla.” La voce si incrinò un po’, i vecchi non vogliono vivere da soli ma spesso devono.
“Aspetta, torno subito” rimisi il libro al suo posto e uscii dalla casa lasciando il portoncino d’ingresso aperto; il riscontro d’aria si fece più forte. Dal mio appartamento, lì, sullo stesso pianerottolo, presi un gancetto di plastica, uno di quei dispositivi che tenevo in casa perché facessero, ma senza strazio, lo stesso lavoro del libro, e rientrai dal mio ospite.
“Ecco, vedi, usa questo” e gli mostrai come utilizzare il gancetto: la finestra restava socchiusa ma bloccata: non c’era più neppure il rischio che una folata di vento più forte la facesse impigliare nella lunga tenda.
“Il libro…” lo allungai verso il mio ospite che era ancora seduto in poltrona.
“No, tienilo tu, io che me ne faccio… so che anche a te i libri piacciono.”
Quanto dolore e rimpianto c’erano in quell’«anche».

 

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fuchs

Il Progetto Creazione

Monsignor Rudolph bussò educatamente alla porta: due colpi secchi, come d’abitudine. Attese qualche secondo prima di girare la maniglia ed entrare nello studio; non doveva aspettare il “Transite!”, come da protocollo: il Santo Padre gli aveva accordato questo permesso speciale, era il suo segretario e il prelato più vicino al Pontefice godeva sempre di qualche piccolo privilegio.

Il Papa era seduto in poltrona e leggeva, come di solito a quell’ora. Una disciplina ferrea e le abitudini di tutta una vita regolavano ogni sua attività; il sant’uomo sollevò lo sguardo verso il segretario. “Siamo pronti, Santità” rispose il monsignore allo sguardo interrogativo; il Papa inserì un segnalibro nel volume che stava leggendo, ma non lo chiuse, si limitò a spostare il braccio girevole del leggio per potersi alzare dalla poltrona dove stava sprofondato da più di un’ora. Rileggersi Sant’Agostino era per lui un vero piacere e da pochi minuti aveva affrontato il breve scritto “De Divinatione daemonum”: tre o quattro paginette ma quanta densità in quello scritto!

Piegò gli occhiali da lettura e li ripose nella custodia damascata che infilò con cura nella tasca della pesante giacca da camera. Facendo forza sulle braccia, le gambe ormai non lo reggevano più, si alzò. Vide che monsignor Rudolph, preoccupato, si era mosso con l’intenzione di dargli una mano ma lo bloccò con un’occhiata. Doveva farcela da solo: cos’erano le sue misere sofferenze in confronto di quelle che nostro Signore aveva provato per noi?

Finalmente in piedi, scivolò stancamente le pantofole rosse sul grande tappeto dello studio, avviandosi verso la porta, seguito da vicino dal buon segretario che, ormai da mesi, accompagnava con lo sguardo titubante ogni passo che lui faceva, pronto a dargli una mano o a liberarlo di qualche inciampo, se ne fossero presentati.

La mano del Pontefice, ancora asciutta e ferma, chiuse la grande porta; ci fu un rimbombo per tutto il vasto corridoio che percorsero poi lentamente in tutta la sua lunghezza sino alla porta dell’ascensore; quando ne furono all’interno fu il segretario a premere il pulsante del piano.

“Non ha preso il bastone, Santo Padre” gli rimproverò, dolcemente, il fedele segretario “dobbiamo fare un lungo percorso a piedi…”

“Lo so figliolo ma da quello che mi dite non sarà questa la maggior fatica della giornata”. Il Vecchio affrontava la prova con un distacco e una serenità che stupivano il giovane prelato. “Che grand’uomo – pensò tra sé, con ammirazione – io in questa situazione, il Signore mi perdoni, avrei tanta paura, e non solo per me”. Continuarono lentamente a scendere: lo sguardo del Papa era fisso sulla pulsantiera, quello del segretario passava dal volto del Vecchio a un punto indefinito sopra le Sue spalle. “Sta pregando – pensò il Papa – e sicuramente sta pregando per me: è un buon figliolo.”

La porta dell’ascensore si aprì lentamente; uscirono e si misero a percorrere un altro corridoio, interminabile.

“Che pace, che silenzio qui dentro. E che agitazione, Signore, nel mio cuore! Non sono degno…”

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Dr J. Iccapot

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Un’infanzia dorata

Quando penso alla mia infanzia, a quelle briciole di ricordi che iniziano coi primi anni di vita e finiscono con l’ingresso alle scuole medie, vedo un’indistinta luce calda e dorata e sento di aver vissuto un periodo di calma e di pace, senza dolori, senza affanni: il più bello della vita. Ho la vaga percezione di quel benessere, di quell’aura speciale che mi avvolgeva e mi proteggeva dal mondo e dai pericoli, dal dispiacere e dal male.

Intravedo quegli anni come in una immagine sfocata, ne rammento pochi episodi ma ho la sensazione piacevole di un periodo unico, magico, luminoso, proprio come una giornata di sole alla fine di maggio.

C’è una luce calda che entra nella stanza e la illumina, è la luce del sole del primo pomeriggio. I raggi non entrano direttamente a ferire la stanza, le persiane devono essere leggermente accostate ma di fronte non ci sono palazzi che bloccano la vista e se mi mettessi in piedi su una sedia, proprio di fronte alla finestra, per quanto piccino sono sicuro che vedrei la pineta e il mare.

Il sole entra nella stanza e io sono attratto dalla sua luce, guardo verso la finestra; c’è anche una tenda chiusa che fa da schermo ma con poca convinzione. E’ una bella tenda, ha il colore della paglia, una trama larga che fa passare quasi tutta la luce e la indora ancora di più.

Mi piace quella tenda, che la mamma ama tanto, perché ha un cordone che termina in una buffa nappa e io ho imparato da poco a usarlo: tirando il filo da una parte la tenda si divide piano piano a metà, il tessuto traforato si fa più serrato, le plissettature si avvicinano, nella stanza entra un po’ più luce. Se tiro dall’altra parte la tenda si riunisce, come se due dei miei soldatini si mettessero, braccia e spalle larghe, a guardia della finestra per impedire a chiunque di entrare e di uscire.

Rido, quando faccio questo gioco che ho appena scoperto, e anche la mamma ride e allora io rido ancora di più.

Guardo la finestra: entra la luce, vorrei andare verso quella luce, sono agitato.

Mi piace stare nella camera dei miei genitori: ci sono tante cose strane, lì dentro. C’è un armadio grandissimo che nasconde e fa ricomparire i vestiti, un settimino più alto di me con dei cassetti dai quali la mamma tira fuori le mie magliette, i pantaloncini, i calzini. Sono mobili strani, bombati, curvilinei, di un legno di castagno scuro, quasi nero; mi fanno un po’ paura ma per fortuna le pareti sono bianche e riflettono la luce che entra dalla grande finestra. E poi sul settimino ci sono cose buffe. Ce n’è una con una curiosa nappa, quasi come quella del cordone delle tende ma fatta a palloncino. La mamma me l’ha fatta usare: lei teneva in mano una specie di bottiglietta tutta vestita come fosse un bambino piccolissimo e io ho potuto stringere quella nappa che era morbida morbida e ogni volta che la stringevo c’erano tante goccioline profumate che uscivano dalla bottiglietta e sparivano magicamente nel vestito della mamma.

Sono in piedi sul lettone dei miei genitori e se guardo dalla parte opposta alla finestra vedo bene il piano dove sono allineate la bottiglietta, la foto di un bambino con la mano in quella del suo babbo e una scatola di legno a mezzaluna che fa tic tac; dietro c’è uno specchio che riflette la mia testa, bionda bionda, e la mia faccia imbronciata; preferisco però guardare dove c’è la finestra, dove c’è il sole.

Saltello sul lettone dei miei genitori; ero dentro il letto ma ne sono uscito all’improvviso e ora saltello, saltello sul materasso. Nella stanza non sono solo, non ci sarei mai potuto entrare, c’è sicuramente un adulto con me.

Salto sul letto ma non sono tranquillo, ho paura e guardo verso la luce. Oltre la tenda, oltre i vetri della finestra, al di là delle persiane un po’ accostate c’è il cielo, c’è l’aria, l’aria fresca dove ho visto volare le rondini; chissà come stanno bene le rondini nel cielo, in tutto quel mare d’aria, come respirano felici!

Io non sto bene, invece; non so cosa mi succede, salto disperatamente sul letto; c’è il babbo con me, ora lo so. Dovrei essere tranquillo invece sono terrorizzato; salto sul letto, verso il bordo, verso la finestra; ho caldo, tanto caldo, devo essere paonazzo.

Una mano mi afferra, un braccio forte mi impedisce di andare avanti; non saltello più, non ne avrei neppure la forza.

Un’altra mano mi prende per la gola, mi stringe, non capisco cosa succede; è il babbo, mi ha fatto voltare verso di sé,  non vedo più la finestra, sono spossato e riesco appena a stare in piedi, intorno a me si sta facendo buio.

La mano stringe il mio collo e, all’improvviso, la caramella che mi ostruiva la gola schizza fuori dalla bocca, cade sulla coperta, rotola coprendosi di peletti e atterra silenziosa sul tappeto di lana che è ai piedi del letto. Riprendo a respirare.

Stavo soffocando, me lo ricordo bene anche se avevo poco più di tre anni, e sarei morto se non fosse stato per la mano del babbo venuto a darmi di nuovo la vita.

 

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Dr J. Iccapot

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Mariolino Paperino

Un racconto di Mario Pulimanti.

Mi chiamo Mario.

Mario Pulimanti.

Ma molti ultimamente hanno preso a chiamarmi Mariolino Paperino perché, a loro dire, somiglio a Paperino.

Sì proprio lui, Paolino Paperino, il simpatico, ma impacciato papero disneyano.

L’antieroe per eccellenza.

Paperino è un pasticcione, combinaguai, dispettoso, irascibile, testardo, pigro, fifone, ma si ingegna sempre nel trovare una soluzione che gli eviti un po’ di fatica, a volte ci riesce, ma altre volte va incontro ad un mare di guai, complicandosi la vita per una sciocchezza, soprattutto perché è perseguitato da una tremenda e proverbiale sfortuna.

Proprio come me.

Infatti, così come, sul versante femminile, esistono le mani di fata, su quello maschile esistono gli uomini veri, quelli da amaro Montenegro, capaci di salvare cavalli ma anche di aggiustare oggetti, di riparare guasti domestici, di lavare i piatti e di cucinare.

Io, ahimé, come molti altri uomini, da buon Paperino, non appartengo a questa categoria.

In realtà so fare tante altre cose.

Leggo moltissimi libri e me li ricordo.

Credo di cavarmela con la scrittura e malgrado quello che dicono certi miei colleghi, penso di lavorare con impegno e con discreta abilità.

Faccio delle belle fotografie.

E poi quando c’è da bere e da mangiare sono un vero professionista!

Ma, come dice mia moglie Simonetta, in tutto il resto, o quasi, sono un disastro.

E quando dico disastro non esagero.

Perché la mia vita è punteggiata, quotidianamente, da sconfitte imbarazzanti.

Prendiamo la botanica.

Vi dico subito che Simonetta ha il pollice verde.

Ogni pianta che lei mette in casa diventa un baobab.

Io, invece, sono una catastrofe vivente.

Ogni pianta che metto in ufficio muore dopo pochissimi giorni.

Sono l’Attila delle azalee, dei ficus e degli oleandri.

Passiamo alla cucina.

Per sintetizzare il mio rapporto con i fornelli sarò esplicito: non so cucinare nemmeno un uovo al tegamino.

Quando prendo in mano una padella divento Fantozzi.

Confondo il sale con lo zucchero.

Mi brucio le mani quando scolo l’acqua della pasta.

E le poche volte che ho provato a cuocere una bistecca i vicini hanno chiamato i pompieri per via del fumo, che ho provocato nel palazzo.

Poi c’è il bricolage.

Se c’è da attaccare un quadro mi prendo a martellate da solo.

Se devo bucare una parete col trapano mi ritrovo nel salotto dei vicini di casa.

Non parliamo dei miei maldestri tentativi quando c’è da sturare un water: provoco un maremoto e allago l’appartamento.

Se cerco di aggiustare una presa elettrica faccio saltare la corrente in tutto il quartiere.

E pensare che ero stato sul punto di rifarmi da solo l’impianto elettrico di casa.

Già, prima che i miei, saputolo, fuggissero in una sperduta isola dell’Oceano Indiano.

Un ottimo motivo per cambiare subito idea e chiamare l’elettricista di fiducia, certo!

Da solo non riesco a mettermi un cerotto al dito.

E se prendo in mano un tubetto di attaccatutto resto per tre giorni con il pollice incollato all’indice.

Piuttosto che cambiare una gomma della mia automobile, vendo l’automobile.

Perché potrei restare lì, a combattere col crick, per intere settimane.

Impazzisco quando c’è da registrare qualcosa in Tv usando il timer.

Se decido di registrare un film mi ritrovo sul nastro un documentario sulla vita delle renne nella Lapponia orientale!

L’atro giorno sono andato a trovare mia suocera a Collevecchio, un delizioso borgo collinare, immerso nel verde della Sabina.

Ho fatto tutto quello che c’era da fare: zappare, potare, ripulire, non dovevo avere rimorsi di essere accusato di stare seduto con le mani in mano.

Senza scompormi, vi avviso che mi sono tagliato un dito.

Ho acceso il fuoco nella sala da pranzo: è stato purtroppo necessario l’intervento della Protezione Civile.

Ho sbagliato, a quanto pare.

E a mia moglie che mi inseguiva facendo dondolare pericolosamente l’accetta che teneva in mano, fischiettando allegramente le ho fatto presente che doveva, invece, premiare il mio piccolo sfoggio di zelo.

Anche se, tuttavia, non è passato inosservato e ha fatto qualche danno.

Vero, posso però dire che mi sento più a mio agio con penne e matite.

In fin dei conti, nessuno è perfetto!

Comunque sono un uomo fortunato perché mia moglie, nonostante tutto, è innamorata dei miei difetti e, sempre vigile sul destino dei nostri due figli, Gabriele ed Alessandro, finisce con l’essere lei il vero fulcro della famiglia, anzi ne è l’unica colonna portante.

E, anche se il suo tentativo di trasformare la nostra famiglia in una unità di cui andare socialmente fieri fallisce inevitabilmente, eppure l’amore rimane lo stesso.

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contributi

La calda estate del commissario Sapìa – 5

Quinta e Ultima Parte

Qui la Quarta Parte

“Vede, dottor Silvestri – disse il commissario, tamburellando distrattamente sul piano della scrivania come se quell’interrogatorio fosse per lui solo una noiosa formalità – le bugie che ha raccontato al mio collega, il dottor Magliana qui presente, sono state non solo inutili ma controproducenti: abbiamo raccolto numerosi indizi che la collegano alla morte di Lina Belli, non ultime proprio le sue fandonie, e siamo arrivati alla conclusione che lei ha spinto la ragazza giù dalla finestra… forse perché era diventata un’amante scomoda oppure per gelosia, magari la vittima intendeva lasciarla… ma, se vuole, può tentare di convincerci del contrario.”

Il dottore rimase in silenzio. Aveva la fronte corrugata, un’espressione tesa e concentrata: sembrava intento a soppesare i pro e i contro di quello che stava per dire.

“E’ una follia! – esclamò all’improvviso – io amavo Lina, davvero, però ultimamente era diventata troppo esigente: pretendeva che divorziassi ma così avrei perso quasi tutto e poi, con mia moglie, voglio rimanere in buoni rapporti per via dei bambini… magari tra un po’, con i figli più grandi, l’avrei anche sposata, ma ora no, non ero disposto a rovinarmi per lei… quella notte ci siamo dati appuntamento nella stanza del secondo piano, mi disse che poteva assentarsi solo per un quarto d’ora, era stanca dei nostri incontri clandestini e non intendeva più trascurare il suo lavoro…abbiamo litigato…Lina mi ha mandato al diavolo e se n’è andata.”

“Certo, ma lei l’ha seguita – aggiunse Magliana – e, in un impeto d’ira, l’ha spinta giù dalla finestra! Magari senza rendersene conto: se collabora e confessa potrebbe cavarsela con un’accusa di omicidio preterintenzionale.”

“Io Lina non l’ho neppure sfiorata, lo giuro – esclamò Silvestri, quasi in lacrime – l’indomani intendevo troncare il rapporto, ero deciso a lasciarla libera: a ventiquattro anni doveva fare la sua vita… poi quel colpo terribile! mi sono affacciato a una finestra del corridoio per vedere cosa era successo… un degente di Psichiatria, tre anni fa, ha eluso la sorveglianza e si è buttato di sotto nello stesso punto: quando ho visto il corpo di Lina sul tetto del primo piano mi si è ghiacciato il sangue. Volevo scendere per soccorrerla, anche se chi cade da un’altezza del genere difficilmente sopravvive, però ho sentito qualcuno che correva per le scale, sopra e sotto: ho avuto paura e sono tornato nella mia stanza. Beh, tanto non sarebbe servito a nulla: l’autopsia ha stabilito che è morta subito.”

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (752)

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Dr J. Iccapot