La globalizzazione – 6

Sesta Parte

Qui la quinta parte.

Quella mattina Daug si sentiva come se  davvero fosse sul punto di entrare nelle fauci della Betta. Chi sa se se la sarebbe cavata…Si lavò e sbarbò accuratamente, con lo spazzolino strofinò a fondo le unghie e mise persino il gel nei capelli. Vestiti buoni non ne aveva e indossò quello, un po’ lugubre, che teneva in serbo per i funerali.

Alle sette e mezzo salì in macchina:

“Portami al Centro di Formazione Hardware, Alfred, ma senza fretta. Sono in anticipo.”

“Sei caduto dal letto?” replicò ironico Alfred, come se la nuova destinazione non lo stupisse.

“Sarai contento di non essere più il car-supporter di un idraulico.”

“Io non ho mai preteso di cambiare la tua vita, dopo tutto è tua, però sono sicuro che scoprirai che quello dei computer è un mondo affascinante. Certo bighellonare sulle impalcature mentre un robot lavora per te è più comodo, ma ogni uomo deve ricoprire il posto che gli spetta nella società. E questo OMNIA lo sa.”

“E piantala con questa OMNIA! cos’è, un computer di cui eri innamorato da giovane?”

“OMNIA è tutto. Quando sei entrato nella prima classe non ti hanno forse sottoposto a dei test? Ebbene anche quello era OMNIA.”

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Rosanna Bogo

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L’aspidistra

Marisa entrò in chiesa con aria accigliata: sfiorò appena la superficie dell’acqua benedetta nella Pila e fece nell’aria un ghirigoro che somigliava più a un gesto del linguaggio dei sordomuti che a un segno di croce, quindi percorse con passo da bersagliere tutta la navata, abbassò appena un ginocchio davanti all’altare rischiando una distorsione e, senza bussare, aprì la porta della Sacrestia. Era su tutte le furie.

Don Rolando si stava mettendo la stola per la prima messa e quasi si spaventò per l’improvvisa irruzione.

“Benedetta donna, so bene che sei una vedova senza grilli per il capo e omnia munda mundis, ma se arrivavi un minuto prima mi avresti trovato in mutande! Non puoi annunciarti dando un colpetto alla porta, come fanno tutti, se non altro per riguardo alle mie vecchie coronarie?”

“Ha visto, Reverendo?” chiese Marisa, senza neppure scusarsi per il suo comportamento scortese.

“Sì, ho visto” rispose Don Rolando, che già sapeva cosa aveva fatto infuriare la donna.

Bei tempi quando il lavoro di sacrestano era svolto da taciturni e retribuiti uomini di mezza età: ora, per tenere aperta la chiesa, doveva affidarsi a un gruppo di volenterose parrocchiane, tutte donne devote in età più che canonica, impeccabili nello spolvero degli arredi, instancabili nel passare il cencio avanti e indietro sul logoro pavimento della navata, lodevoli nel mantenere in ordine le candele davanti alle Sacre immagini, sempre presenti al Rosario, ma anche pronte a mettere il becco in questioni che esulavano dall’ambito delle loro competenze.

Del piccolo sodalizio di ‘pie donne’, così definite da don Rolando con una punta di ironia che le interessate fingevano di non cogliere, Marisa era la leader incontrastata. Quel ruolo le veniva riconosciuto dalle amiche non in considerazione dell’età, era anzi una delle più giovani del gruppo, ma perché sapeva vita, morte e miracoli di mezza città. Per quaranta anni era stata dipendente delle Poste e, a forza di consegnare lettere, cartoline, raccomandate e telegrammi, conosceva un po’ tutti.

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fuchs

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La globalizzazione – 5

Quinta Parte

Qui la quarta parte.

Quando finalmente chiuse la porta, Daug appoggiò la fronte al muro e si mise a piangere. Di solito non si scoraggiava facilmente e prendeva tutto alla leggera, ma quella sera, per la prima volta in vita sua, si era reso conto che anche un idraulico senza precedenti, un tipo qualsiasi che conduceva una vita insignificante, un uomo privo di ambizioni e di pretese poteva entrare nel mirino del Potere e rischiare di cadere nel gorgo del “ricondizionamento”.

Tornò nella cucina-soggiorno e guardò con odio il cercapersone posato sul tavolo: lampeggiava ininterrottamente, come per dire “chiama, chiama il tuo premuroso supervisore, lui risolverà ogni problema perché vuole che tu sia felice”.

“Questione di punti di vista!” mormorò tra sé Daug, raccogliendo le copie dei contratti che aveva firmato. Non ebbe il coraggio di leggere subito i termini della sua “condanna”, lo avrebbe fatto l’indomani, al ritorno dal lavoro. Quella sera voleva vedere gli amici, bere, divertirsi, essere se stesso forse per l’ultima volta.

Si fece la doccia, si vestì e uscì, lasciando il cercapersone in salotto. Dopo tutto il correttore gli aveva detto di usarlo in caso di necessità, non di tenerlo sempre con sé.

Salì in macchina e disse: “Portami al ‘Gearloose’, Alfred, ma guida con prudenza!”

“Com’è andata con il correttore?”

“Quando ti ricorderai che sei solo una macchina? E poi, se permetti, sono fatti miei!”

“Ti ha dimezzato o no la multa?”

“Io non parlo con una macchina” replicò con insolita durezza Daug.

“Certo, tu parli solo con grassoni ubriachi. Ma loro neanche ti ascoltano e di certo non sono in grado di darti buoni consigli quando sei nei guai, ammettilo” Alfred era un tipo testardo, quando voleva sapere qualcosa da Daug riusciva sempre a sciogliergli la lingua, magari con una provocazione.

“E va bene. Ho seguito il tuo suggerimento e, se proprio lo vuoi sapere, il correttore ha annullato la multa e distrutto la mia vita! Ora lasciami in pace.”

“Per le tue tasche è andata più che bene…ma che diavolo è successo poi?”

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 4

Quarta Parte

Qui la terza parte.

Classe K significava passare l’estate in una scomoda malga di alta montagna, aiutando i robot pastori e i pochi contadini rimasti nella mungitura delle vacche per avere una tazza di latte o una fetta di formaggio da aggiungere alle scatolette fornite dall’Ente per il Diritto alla Vacanza. Più che a una villeggiatura, secondo il racconto di chi aveva sperimentato questo genere di vacanza, somigliava a una deportazione.

Daug si sentiva le gambe molli per la paura. Fortunatamente era seduto, altrimenti sarebbe caduto di sicuro sul pavimento. Non aveva mangiato nulla in tutto il giorno e, nel suo cervello a corto di zuccheri, le minacce velate del correttore suscitavano immagini spaventose. Opporsi ai ‘benevoli’ consigli di quel mellifluo individuo significava rischiare la Rieducazione, la lobotomia, la demenza…forse la morte. Con il poco coraggio rimasto cercò di contrattare la resa:

“Ma se accetto di lavorare a tempo pieno per lo Stato almeno potrò evitare di seguire i corsi di formazione permanente? Consideri che altrimenti non avrei più tempo libero, diventerei stressato … e la mia salute ne risentirebbe.”

“Certo, lei sarà esonerato dai corsi culturali per un lungo periodo perché, oltre a fare pratica sotto la guida di un tutor tecnico, dovrà  frequentare una lezione settimanale di teoria hardware della durata di sei ore.”

“Così però sarò occupato per 24 ore settimanali, mentre la quota massima ammessa per legge è di 20.”

“Si tratta di standard riferiti a cittadini lavoratori, non a studenti o apprendisti. E poi, mi creda, non le conviene mettersi a cavillare … non sarei autorizzato a dirlo, ma lei è a un passo dal Correzionale.”

“Questo è un abuso – esclamò indignato Daug – in tutta la mia vita non ho mai commesso reati gravi: non rubo, non violento le donne, non rapino le banche, io!”

“E’ vero, per ora non lo fa, ma il suo elevato punteggio negativo la colloca tra i soggetti “border line”, potenzialmente delinquenti. E’ mio dovere ammonirla del pericolo che corre, nell’interesse suo e dello Stato. Lei può ancora essere recuperato senza costrizioni e, visto che il suo soggiorno nel Centro di Rieducazione costerebbe all’erario una cifra notevole, il vantaggio mi pare reciproco.”

Daug era terrorizzato: la parola Correzionale aveva annientato le sue ultime resistenze e firmò, firmò senza fiatare tutti i moduli che il correttore aveva ordinatamente disposto sul tavolo del soggiorno-cucina. Si impegnò a cambiare lavoro, amicizie, abitudini ma non aveva scelta, non voleva subire il “lavaggio del cervello” o diventare uno zombi cerebroleso.

L’ospite raccolse gli originali dei contratti e si alzò con un sorriso soddisfatto che irritò profondamente Daug.

“Sa, è sempre un piacere per noi correttori convincere un cittadino a rimettersi in carreggiata senza l’uso della forza. La ragione è nel cuore di ognuno di noi e  ci guida sempre al bene, se solo si è disposti ad ascoltare la sua voce. Io sarò il suo supervisore per tutto il periodo della ‘migrazione’ dal vecchio al nuovo Daug Danai: ogni volta che avrà un dubbio, un timore, un momento di crisi potrà rivolgersi a me e non tema di disturbarmi, il lavoro è per me una missione. Usi pure il mio cercapersone – disse posando sul tavolo un minuscolo telefonino fornito di un solo grosso pulsante rosso -  e chiami pure a qualsiasi ora del giorno o della notte, mi troverà sempre pronto ad ascoltarla.”

Si strinsero la mano e Daug, ipocritamente, ringraziò il correttore per avergli offerto la  possibilità di dare alla sua esistenza una svolta positiva. L’uomo sembrò gratificato dalle parole di Daug. Per fortuna l’impianto nel cervello dei cittadini di microchip in grado di rendere i loro pensieri leggibili ai correttori era un progetto ancora in fase di studio.

Continua….

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 3

Terza Parte

Qui la seconda parte.

Daug tuttavia si rendeva conto che sabotare un risvegliatore senza farsi scoprire non era impresa alla portata di un semplice idraulico e, per la prima volta in vita sua, rimpianse di non avere mai frequentato un corso di elettronica applicata; poi, all’improvviso, un lampo gli illuminò la mente: tra le tante cianfrusaglie ammassate nello stanzino del suo miniappartamento c’erano anche pezzi di vecchi apparecchi rotti che forse potevano servire allo scopo.

“Per fortuna sono un disordinato cronico – esclamò aprendo la porta del ripostiglio – e non mi ricordo mai di buttare la spazzatura.”

Frugando tra tutto quel ciarpame alla fine trovò un fusibile visibilmente guasto e lo sostituì ad un pezzo simile all’interno del risveglitore: così il marchingegno a prima vista sembrava perfetto, a parte ovviamente il particolare di non funzionare.

Aveva appena terminato la “riparazione” quanto qualcuno suonò alla porta: era il ‘correttore’.

La professione di correttore rimaneva una delle poche che, per legge, poteva essere svolta esclusivamente da umani. Ormai le fabbriche erano completamente automatizzate, le attività artigianali o professionali prevedevano sempre la presenza di robot che gli operatori si limitavano a dirigere: solo il correttore, il programmatore e il riparatore hardware dovevano contare esclusivamente sulle loro forze. L’uno vigilava sull’equilibrio sociale, gli altri impedivano alle macchine di sottrarsi al controllo umano.

I correttori erano una corporazione con una rigida struttura gerarchica: chi raggiungeva il vertice della carriera otteneva il titolo di Correttore Maximo ed entrava a fare parte del governo, il Correttore Mediatore aveva il grado di funzionario ed operava come giudice o organizzatore sociale, al livello più basso si trovava il Correttore Civile, detto comunemente ‘correttore’, strano connubio tra un assistente sociale, un poliziotto, uno psicologo, un sacerdote e una vecchia zia petulante. La sua mansione consisteva nel reprimere le infrazioni minori commesse dai cittadini: una sosta vietata, un’ubriachezza molesta, un piccolo atto vandalico, un litigio con vie di fatto, una grave mancanza in ambito lavorativo o salutistico comportavano sempre la visita a domicilio di un ‘correttore’ che, non solo comminava la ‘pena’, pecuniaria o di altro genere, ma cercava di convincere il ‘deviante’ a pentirsi sinceramente delle proprie malefatte e mutare comportamento. Un vero fastidio per chi, come Daug, era pienamente soddisfatto del proprio stile di vita.

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Rosanna Bogo

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Le patate

Bettina non era più da tempo una giovane sposa. In trenta anni di matrimonio aveva messo al mondo ben tredici figli e l’ultimo nato, anche se non si staccava mai dalle sue gonne, era già un bimbetto di cinque anni. Altri non ne sarebbero venuti.

La fortuna o la mano di Dio l’avevano aiutata e tutti  erano sopravvissuti, tranne uno: la tosse canina se l’era portato via ancora in culla e ora riposava lassù, nel cimitero del paese. Quando, nelle notti d’inverno, il gelido vento che scendeva dai monti faceva cigolare le imposte, Bettina recitava per il piccolo Alfredo la preghiera dei morti, perché non si sentisse solo sotto la sua coperta di neve.

Anche se la vecchia con la falce aveva risparmiato la famiglia, con il passare degli anni la grande casa si era ugualmente svuotata e Bettina ormai doveva occuparsi solo dei cinque figli più piccoli: le tre femmine maggiori già da tempo avevano marito e figli, le due ragazze mezzane lavoravano a servizio in città, il primo maschio ed un fratello di poco più giovane, dopo la rotta di Caporetto, avevano seguito i loro reparti in ritirata, al di là del Piave.

Era l’inverno del 1917, l’esercito nemico aveva invaso le vallate alpine e la pianura fino al grande fiume e lì si era fermato, in attesa del momento migliore per lanciare una nuova offensiva; intanto però il freddo e la carestia tormentavano occupanti e occupati.

I soldati, austriaci, tedeschi ma anche slavi e rumeni, rubacchiavano qua e là nei pollai, gli ufficiali della fureria requisivano vacche e maiali, oltre al fieno per i  cavalli, e ai montanari, da due anni costretti a coltivare i campi ed allevare il bestiame in mezzo ad una guerra, restava ben poco per affrontare l’inverno.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo - Il nano grafomane