Nel villaggio il fattore era considerato un’autorità: in prima fila nella sinagoga, capotavola alle feste di nozze, quando passava per la via tutti gli cedevano il passo ed ovunque veniva ricevuto con ossequio: nessuno osava ricordare che, in fondo, era solo il figlio di un modesto vasaio divenuto, quasi per caso, uomo di fiducia di un ricco proprietario.
Davanti alla sua casa, ogni giorno, stazionava una piccola folla in perenne agitazione: contadini che chiedevano un aiuto per arrivare a fine mese, braccianti con troppi figli a carico, stranieri provenienti da contrade vicine in cerca di lavoro, artigiani in cattive acque. Chi chiedeva denaro per sistemare una ragazza da marito, chi aveva necessità di olio o farina perché il raccolto era stato scarso, chi aveva fatto poche giornate in campagna per una malattia o un incidente e non aveva nulla in dispensa, chi doveva pagare le medicine per la moglie allettata, chi semplicemente era disoccupato e non sapeva come sbarcare il lunario.
Le vigne, i campi, i granai, le botti di vino, gli orci d’olio, il denaro appartenevano al padrone, un ricco signore che viveva in città, ma il fattore, a forza di disporre liberamente dei beni che aveva in custodia, si comportava come fossero roba sua. Non per questo era generoso: ai mendicanti faceva l’elemosina solo quando era sicuro di essere notato, pagava con parsimonia i giornalieri e, di norma, non concedeva prestiti disinteressati.
In pubblico però si atteggiava a devoto fariseo. Digiunava due volte alla settimana, celebrava le ricorrenze religiose, mostrava di rispettare la Legge e nessuno avrebbe mai osato sostenere che un così degno membro della comunità, fosse un usuraio: ma se prestava cento, al debitore dava di fatto novanta e, nel libro dei conti che inviava al padrone, segnava novantacinque, oppure nulla. La differenza, s’intende, la teneva per sé, come ricompensa per il fastidio di dover trattare, ogni giorno, con quella folla di petulanti bisognosi. Dopo tutto così faceva guadagnare anche il padrone che stava in città e se la spassava con gli amici tra musici e ballerine. Se poteva vivere in panciolle senza badare a spese doveva ringraziare lui che, in campagna, tutto il giorno combatteva con i contadini e si faceva l’anima nera col dare ed avere. “E poi – si diceva il fattore - la “cresta” che mi prendo è solo un’inezia rispetto ai guadagni, non manda certo in rovina la sua casa!”.
errebi

























